Safran Foer: “L’immaginazione come strumento di comprensione”

di JONATHAN SAFRAN FOER
[Testo della conferenza tenuta alla Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri nel gennaio 2005]

1. Una formula vaga in un momento di disperazione
jonathansak-thumbHo comunicato il titolo di questa conferenza molto tempo prima che avessi la benché minima idea del tema del mio intervento. Era il 2 novembre, giorno dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Vale a dire che la disperazione era nell’aria già prima di ricevere la telefonata con cui venivo informato che prima della fine di quella telefonata avrei dovuto trovare un titolo. «Un titolo per cosa?» ho domandato.
Mi trovavo in California. Ero appena tornato dopo un mese in Giappone – per il mio viaggio di nozze – e pativo il cambio di fuso orario, ero frastornato e ansioso di tornare nel mio letto, nella mia camera, in casa mia, e nella mia New York inossidabilmente pro-democratici. «È per la conferenza di Venezia» mi ha spiegato la mia agente. «Scusa un attimo…» le ho risposto, calando il secchio nel pozzo del mio cervello. Ma è tornato su vuoto. «Forse, se trovi una formula vaga…» mi ha suggerito lei.
Io ho calato di nuovo il secchio e mi sono ricordato – a proposito di chissà che – una poesia letta di recente, del poeta polacco Zbigniew Herbert. Uno dei versi diceva: «L’immaginazione è lo strumento della comprensione».
Lì per lì, il suo significato non mi era parso dei più chiari, ma avevo pensato che sarebbe stato interessante cercare di capirlo… una combinazione di elementi che lo rende, di fatto, un verso ben riuscito.
Tuttavia non ci avevo più pensato fino al 2 novembre. Al buio tutte le mucche sono nere e, in quel momento di disperazione, «L’immaginazione come strumento di comprensione» mi suonava come probabilmente inerente alla scienza e alla letteratura.
E poi, quanto a vaghezza, non scherzava.
Nel tempo trascorso da allora io sono cambiato, ed è cambiato il mondo. Quattro settimane in Giappone mi avevano aperto gli occhi non solo su cosa sia vivere in Giappone, ma anche su cosa sia vivere in America (ogni volta che faccio un viaggio, finisco sempre per sfruttare la distanza come un’occasione per visitare finalmente la mia città). Il Giappone mi ha ispirato pensieri differenti sulle ombre, sul trascorrere dei momenti e degli anni, e sulla sensibilità. E per ogni cambiamento di cui ho avuto coscienza, ce ne sono stati centomila di cui non mi sono reso conto.
In relazione al mondo c’è stata la rielezione di George Bush. Quindi buongiorno ombre, e addio sensibilità. Nei momenti e negli anni a venire, avremmo avuto tutti più attenzione alla politica. E per ogni cambiamento di cui avremmo avuto coscienza, saremmo stati ignari di altri centomila.
Partivo dall’idea che per controbilanciare un titolo vago e poetico come «L’immaginazione come strumento di comprensione» avrei dovuto scrivere delle cose erudite. Filosofiche. O almeno pseudo-filosofiche. Pensavo di snocciolare sentenze oracolari che non si sarebbero mai potute dimostrare veramente sbagliate. Ma non si entra mai due volte nello stesso fiume, ed essendo ora io una persona diversa, in un fiume diverso, è difficile non finire a parlare in una chiave personale, e politica.

2. Il peso sorprendente delle parti del corpo
Scienza e letteratura. Questo, apparentemente, sarebbe il tema della conferenza che sto tenendo, dallo stuzzicante titolo «L’immaginazione come strumento di comprensione». Devo ammettere che mi sento alquanto a disagio nel parlare di scienza e letteratura. Si tratta di due parole che spesso cominciano con la lettera maiuscola, come Arte e Morte. E usare parole che cominciano con la maiuscola quando ancora non hai i capelli grigi è una cosa avventata. In molti casi, è avventato usarle anche quando li hai, i capelli grigi. Le parole con la maiuscola sono pericolose perché, come i politici, non parlano soltanto a nome di se stesse.
La Letteratura con la maiuscola implica che si possano formulare frasi valide per tutte le opere di narrativa e poesia, per esempio: «la Letteratura è raccontare storie», oppure: «la Letteratura celebra la vita». Ma queste affermazioni non valgono per tutte le opere di narrativa e di poesia. Non è necessariamente valida neanche la più bonaria e generica delle definizioni, come «la Letteratura contiene parole». È difficile immaginare una verità che valga per tutta la Letteratura, ed è proprio da questo che la Letteratura viene tenuta viva: dalla perenne potenzialità, l’imperativo perenne di smentire le aspettative. Forse una verità sulla Letteratura è questa: che «sulla Letteratura non ci sono verità».
Ma il mio disagio verso il tema in questione ha origini più profonde della semantica. Dato che per un pelo io non sono diventato uno scienziato invece che uno scrittore, parlare di Scienza e Letteratura (o anche di scienza e di letteratura con la minuscola) mi costringe a rivedere quella decisione e a pensare dove mi trovo e dove avrei potuto trovarmi.
La mia quasi-vita di scienziato, culminata in seguito nell’ammissione alla facoltà di medicina, ebbe inizio ai tempi del liceo, un’estate in cui feci un internato nell’obitorio di un ospedale di Washington. Le mie mansioni quotidiane in pratica consistevano nel trasporto di parti amputate di corpi dalla sala operatoria al laboratorio di anatomia patologica (dove gli scienziati guardandole al microscopio stabilivano se si doveva togliere altra carne per liberare il corpo dalla malattia). Si trattava di un lavoro delicato.
Era anche un lavoro ripugnante. Un lavoro adatto a una persona diversa da me, che avevo sempre le scarpe slacciate e la mente errabonda.
Per ingannare il tempo spesso facevo un gioco, in cui, dovevo indovinare dal peso cosa ci fosse nel sacco che stavo trasportando: quindi verificavo leggendo l’etichetta. È sorprendente la differenza di densità che c’è fra certe parti del corpo e certe altre; come una cosa piccola, per esempio la nocca di una mano, possa pesare tanto, e altre più grosse, come un orecchio, non pesino praticamente nulla. Un intero sacchetto di orecchi pesa meno di una rotula.
Una volta, un sacchetto lo lasciai cadere. Non ero concentrato, o ero concentrato su qualcos’altro. Batté per terra con un lieve tonfo, e il mio primo pensiero fu: «Spero che non mi abbia visto nessuno». Per fortuna ero l’unico in tutto il corridoio. E per ancora più fortuna, il sacchetto non si era aperto, quindi nessuno se ne sarebbe mai accorto. Disastro scongiurato. Avevo scommesso che trasportavo un dito di un piede.
Quando lessi l’etichetta, prima di consegnare il sacchetto al patologo, vidi che si trattava di un occhio malato di AIDS.
Anche se alcuni miei eroi letterari avevano fatto il medico – da Bulgakov a Cechov a William Carlos Williams – conoscevo me stesso abbastanza bene per sapere che non sarei riuscito a destreggiarmi in entrambe le attività (anzi, sarei già stato fortunato a svolgerne una). Quindi feci una scelta, ed è per questo che sto tenendo questo discorso dal suggestivo titolo «L’immaginazione come strumento di comprensione» invece di sostituire qualche anca.
È inutile dire che la mia scelta non fu decisa dall’orgoglio che anima una coppia di genitori ebrei quando raccontano ad altri genitori ebrei cosa fa il loro figlio. In quel mondo, «mio figlio fa l’artista» non solleva sperticati consensi. Solitamente, suscita risposte del tipo «mi dispiace di sentirtelo dire» o «meno male che ha la salute altrimenti dovresti metterlo in contatto con mio figlio, lui è medico». Né, ovviamente, la scelta fu dovuta alle prospettive di carriera. Una vita sicura è molto più facile trovarla nel campo delle scienze che in quello letterario, e questa sproporzione con il tempo è aumentata. (C’è più gente che si ammala ogni giorno e sempre meno che legge.)
Ma non ho delineato questo sfondo per rappresentare un drammatico crocevia, ove mi toccò di contrapporre i miei opposti futuri nella scienza e nella letteratura. No, l’ho fatto per suggerire una convergenza. Non vissi quella scelta come una scelta netta, ma sottile. Dovevo decidermi tra due prospettive che, a dispetto delle ovvie differenze, non erano affatto diametralmente opposte. Io volevo passare la mia vita imparando di più sulla vita. Questo è il mio desiderio ancora oggi. Ed è di questo che la scienza e la letteratura, fra tutte le attività, si occupano nel modo più esplicito e diretto. Indagare ed esprimere cosa significhi essere uomini. Il che spiega perché la scienza e la letteratura (più che la tecnica bancaria piuttosto che l’arte militare o la stessa politica) sono indispensabili alla civiltà.
Purtroppo, un altro aspetto comune alla scienza e alla letteratura è che a causa delle recenti e minacciose intrusioni della religione nella vita politica americana, entrambe hanno un bisogno urgente di difensori, difensori con la stessa visibilità, la stessa risonanza vocale e forza che hanno i fondamentalisti.

3. Sogni belli in letti cattivi
La scienza cerca di descrivere il mondo con un’unità di misura che si possa applicare a tutte le cose. Il sogno di una teoria unificata di Einstein era spiegare l’universo servendosi solo di alcune lettere – e, m, g, c – che rientrassero in tutte le equazioni. L’universo era una sorta di composizione alfabetica a cui sarebbe potuto pervenire qualsiasi bambino lanciando in aria i suoi cubetti. (Ciò che distingue un genio da un bambino non è l’abilità di accorgersi d’avere di fronte un qualcosa di importante ma la conoscenza di essere davanti a una cosa importante.) Quello di Einstein era un bel sogno fatto nel letto sbagliato. Noi infatti possiamo vedere che la scienza non si cura dell’eleganza, né tanto meno della bellezza, e che il mondo funziona secondo probabilità disordinate. Dio si fa gioco dell’universo. Il fallimento di Einstein è stato estetico, non meno che scientifico. Avrebbe dovuto fare lo scrittore.
Al pari della scienza, la letteratura prova a dire il mondo servendosi di un sistema di misura applicabile a tutto, cioè le parole. (In questa analogia, i libri sono equazioni matematiche in cui le parole vengono combinate per esprimere delle verità.)
Se non che, qui la rappresentazione è di tipo emotivo. Uno scienziato definirebbe la mia enunciazione del sempre più misterioso titolo di questa conferenza – «L’immaginazione come strumento di comprensione» – in ragione dei centimetri tra la mia faccia e il microfono, i decibel della mia voce amplificata dagli altoparlanti, la mia temperatura corporea e così via.
Un romanziere userebbe altre strategie. Forse si installerebbe dentro di me. Potrebbe scrivere, più o meno: «Mentre pronuncio queste parole ricordo la mia infanzia, mi ricordo l’angoscia che provavo le sere in cui i miei genitori uscivano. Sapevo che mi sarei addormentato prima che rincasassero, ed era una sensazione atroce, quasi che non dovessero rincasare mai più. È così che mi sento mentre ascolto ciò che io stesso dico».
O forse si installerebbe in qualcuno del pubblico: «Da così tanto tempo sto seduto su questa sedia che non so più dove comincia la sedia e dove finisco io. È così che mi sento mentre ascolto questa conferenza». O ci sarebbe una terza persona onnisciente: «La donna in prima fila, per una qualche ragione, stava pensando a sua madre, e in particolare alle mani di sua madre. È questo, che provava». La descrizione potrebbe essere fatta da un numero infinito di prospettive, utilizzando un numero infinito di analogie e metafore.
La scienza e la letteratura raccontano storie.
La storia della scienza fa riferimento all’oggettività.
La storia della letteratura si rivolge all’empatia.
La scienza si interessa di corpi.
La letteratura si interessa di rapporti. Qui intendo dire molto di più di quello che accade fra i personaggi all’interno di un libro. Fra scrittore e lettore si crea una relazione, un’inevitabile co-autorialità. Un rapporto tra lettori. Una comunanza umana che, necessariamente, viene avvicinata da ogni parola scritta – anche quando sono parole piene di rabbia e di odio. La fisica dei quanta ci ha insegnato che osservare e sperimentare equivale a influenzare, mentre lo scopo della letteratura può essere descrivere che cosa è la vita e l’effetto è creare una discussione. I libri possono cambiare il mondo? È difficile rispondere sì, ed è difficile rispondere no. Ma forse esiste un modo differente di porre la domanda, affinché la risposta sia più chiara. Cioè: l’assenza dei libri cambierebbe il mondo? Potremmo essere in grado di vivere senza la descrizione, ma potremmo vivere senza la discussione?
Per avere un quadro completo, abbiamo bisogno sia della rappresentazione scientifica sia di quella letteraria. Non che occorra un poeta per progettare un ponte, o un ingegnere per scrivere poesia. È che la Scienza e Letteratura dipendono l’una dall’altra. E con modalità spesso troppo sottili per essere adeguatamente percepite, una cultura dipende dai suoi scienziati e dai suoi artisti anche in assenza di riscontri materiali. Spesso sono gli scienziati e gli artisti ai margini di una cultura quelli che recano più giovamento al centro della cultura stessa. Ed è per questo che l’attuale negligenza degli Stati Uniti non è solo deplorevole, ma destinata a sviluppi autodistruttivi.

4. L’immaginazione come strumento di comprensione
Abbiamo buone ragioni per credere che nei prossimi decenni l’America non sarà protagonista dei principali avanzamenti nei campi della scienza e della letteratura.
Mentre l’Europa ha già cominciato a indagare gli orizzonti della ricerca sulle cellule staminali, negli Stati Uniti i finanziamenti – anzi, la stessa legittimità della ricerca privata – sono stati negati dall’iniziativa della destra religiosa. Si tratta di un atteggiamento retrogrado, fondato su un’errata concezione di religiosità e progresso. È già emerso un nugolo di questioni di “etica della scienza” – dalla clonazione al diritto alla vita e alla morte – e altre ne emergeranno nei prossimi anni: decine, probabilmente centinaia di altre che adesso non immaginiamo nemmeno. Non possiamo permettere agli argomenti etici di diventare argomenti religiosi. La religione può avere un ruolo nella guida delle nostre vite ma non può avere un ruolo nella creazione delle leggi.
Anche la letteratura sta subendo un’aggressione e si tratta di un’aggressione molto più pericolosa perché molto più sottile. Qui gli avversari non sono solo il fondamentalismo e l’ignoranza, ma l’apatia e l’accondiscendenza. Spesso siamo proprio noi i nemici di noi stessi.
È inqualificabile che negli Stati Uniti le opere letterarie tradotte da lingue straniere ogni anno siano meno del 3% sul totale di quelle pubblicate. In tutti gli altri paesi del mondo le percentuali sono ben più elevate (dal 25 al 45%). Aggiungiamo che gran parte del 3% americano consiste di nuove traduzioni di classici, quindi lo spazio delle nuove voci straniere è in realtà molto minore. A nessuno sembra strano che io, autore americano, mi rivolga a un pubblico italiano, ma un cambiamento in direzione opposta potrebbe non essere impossibile da immaginare.
Al peggio non c’è fine. Il Patriot Act ha creato ostacoli volti a scoraggiare le nuove traduzioni, soprattutto nei confronti di paesi le cui voci hanno un disperato bisogno di farsi ascoltare. (L’America focalizza tutta la sua attenzione politica e militare sul Medio Oriente, ma quanti americani possono dire di avere letto una sola parola di letteratura araba in traduzione?) Come cittadino americano inorridisco al pensiero di un futuro in cui i rapporti con coloro con cui è necessario avere dei rapporti non saranno umani, ma diplomatici.
Una cultura esprime al meglio la propria umanità attraverso l’arte.
L’immaginazione è uno strumento di comprensione. Condividendo delle visioni – siano esse comiche, fantastiche, religiose; o quelle della tragedia, della satira, delle storie d’amore – condividiamo ciò che ci può unire nonostante gli abissi economici e tecnologici, malgrado la distanza nel tempo e nello spazio e, a volte, secoli di conflitti…
Mentre camminavo nei giardini del tempio di Tokofuji, a Kyoto, ho condiviso qualcosa di significativo con il suo architetto, che è vissuto più di mille anni prima della mia nascita, non parlava l’inglese e non ha dovuto vedersela con dei genitori ebrei o assistere ai reality show televisivi, o sapere chi era Amleto, o volare in aeroplano, o maneggiare le cerniere lampo o inviare e-mail o tirare lo sciacquone del bagno. A dispetto di tutte le ragioni per pensare che fossimo diversi, la sua arte ci aveva resi membri della stessa famiglia. La sua immaginazione è stata lo strumento della mia comprensione.
Come scrittore, so che se non parteciperò al dialogo fra culture – se sarò parlatore, ma non ascoltatore – le mie opere varranno di meno. Come la scienza, la letteratura dipende dagli esperimenti altrui. I progressi decisivi non vengono raggiunti tanto dagli individui, quando dagli ambienti (non è una coincidenza se le innovazioni tendono a presentarsi a gruppi). In questo senso, è un pessimo momento per essere uno scrittore americano.
O un lettore americano. A volte penso ai libri che non leggerò mai e che avrebbero cambiato la mia vita. Penso a tutta quella comprensione perduta. (Ci dev’essere una parola che indica questo mancato contatto. Può darsi che esista, in un’altra lingua…). E chi non vorrebbe avere più modelli? Chi non vorrebbe disporre di tutte le fonti di ispirazione possibili?
America è una parola con la lettera maiuscola. E come tutte le parole con la maiuscola parla a nome di molti, e nello stesso tempo non significa nulla. Quale verità si può dire di tutti gli americani? Che sono nati in America? No. Che vivono in America? È possibile immaginare degli americani che non ci sono mai stati, in America.
Così questa parola inizia a sembrare inutile. Ma come le altre parole con la lettera maiuscola – come Scienza e Letteratura – l’America è qualcosa che, anche nella sua imperscrutabilità, va difesa. E la sua difesa deve incominciare dalle persone come noi, perché gli esperimenti possono averla vinta sull’ignoranza, le storie possono farci superare l’isolamento e, che ci piaccia o no, siamo tutti americani.