Il Miserabile sull’Almanacco Guanda 2009: SATYRICON!

satyricongrandeE’ in tutte le librerie l’annuale appuntamento con l’Almanacco Guanda. Quest’anno va proprio usato un aggettivo d’eccezione – si tratta di una pubblicazione eccezionale, per nomi e qualità di contributi. Curato da Ranieri Polese, l’Almanacco Guanda 2009 si occupa della satira: si intitola SATYRICON. LA SATIRA POLITICA IN ITALIA (204 extrapagine, € 23). Sono stati convocati (e hanno risposto al meglio) Dario Fo (un meraviglioso testo inedito), i vignettisti (e le relative vignette) Altan, Giannelli, Ellekappa, Forattini, Staino, Vincino e altri ancora, che hanno prodotto esilaranti momenti di satira (tranne, come è naturale, Forattini… ;D). Fra i testi ci sono gli interventi di Riccardo Barenghi (cioè il mitologico Jena del Manifesto), Michele Serra, Alessandro Robecchi. Convocati anche saggisti e scrittori (tra cui Gianni Biondillo e Gianluca Morozzi). Il Miserabile Sottoscritto è stato chiamato da fornire un contributo satirico. Che non è stato tale, precisamente: c’è una premessa e c’è una narrazione – quanto satirici siano, non si sa. Eccoli a seguire, dopo il link alla versione pdf.

Il Miserabile pezzo su l’Almanacco Guanda 2009 [versione pdf]

Pasolini si sbagliava: non è il Palazzo, è un Condominio

di Giuseppe Genna

Il comico, come il tragico, è stato abolito. L’editto è stato emanato non dalla Bulgaria, ma dalla Parodia, una cattiva imitazione di quella, una sosia della medesima. Nell’Epoca In Cui La Lingua Non Conta Più Nulla, la barzelletta è drammatica, ma il dramma è grottesco. Sarà anche grottesco, però è artificioso, lezioso e a riposo, e delle grotte da cui il grottesco proviene non si ha più traccia. Quando il Buffone diventa Re, la situazione dovrebbe essere seria e invece è ridicola: un riso amaro che abbonda sulla bocca degli choc. Compito della letteratura è diventato compito a casa, negli intenti dei Misteriosi Sconosciuti che governano l’ingovernabile. Il compito a casa non si può fare perché l’affitto costa troppo, ma nemmeno si va ad abitare nelle grotte in cui nasce il grottesco. Lo choc non è chic, comunque. A nulla vale tentare, ritentare, riritentare, perché il tormentone non tormenta più: sollucchera. Il sollazzo triste e mediocre è l’andazzo miste e tediocre. Il cortocircuito linguistico non paga, mentre il crimine sì. Nel mondo realmente capovolto, è annullata la capovolta. Lo sberleffo sta a priori, plurale di priore: c’è lo zampino cattolico, dunque. Qualcosa di immensamente umido e penitenziale, come l’incenso con acqua spruzzato sulla bara dal prete in paramento. Ma vallo a dire, quando non c’è l’avallo a dire. Proprio questo dovrebbe imporre di dirlo – tu non mi dài l’avallo e io me lo prendo da solo, con inusitata violenza verbale. Al verbale, però, è sostituito il verbale: di polizia. La scuola di polizia non è una fiction, ma la deprimente realtà in cui il bambino non indica il re nudo, bensì il poverissimo sfigato. Scatta la denuncia, seguita a un’incollatura dall’impossibilità. Non lasciano più divertire il poeta e le risate sono preconfezionate così come l’amore che è That’s e surgelato.
Come disse David Foster Wallace prima di uccidersi (poiché da dopo morto non avrebbe potuto dirlo): “Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente – ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune”. Però David Foster Wallace è morto e continua a dirlo, questo. Qui sta la radice del tragico e del comico, che da Aristotele in poi ha attraversato vicende tragiche e comiche, fino a quest’ultima che viviamo: la vicenda dell’Avvicendamento Prossimo e Venturo, ovvero della Sostituzione del Prossimo con la Ventura, stilema tronco per Avventura – e dalla radice al tronco l’albero è fatto, come il tossico ai tempi che furono e che traslarono tutti noi in questa melassa.
Quanto a me, pur parlando non sono vivo affatto, senza invidie nei confronti né di Kafka né di Foster Wallace. Purtroppo, però, non so fare ridere.

Nel 1994 io mi trovai inconsultamente a distanza di una parete divisoria (peraltro non molto sottile, perché Bernini ci andava giù duro, era antisismico anche in epoca barocca) dalla terza carica dello Stato, in qualità di consulente tecnico e “artistico”.
Ero io nel Palazzo e avevo 24 anni ed ero così composto: c’era un cumulo di capelli giustificabile in un pastore monociliato sardo per densità di peli a cm2; sotto i capelli si agitava un cuoio capelluto talmente stressato da emettere chili di forfora, nonostante una battaglia a colpi di Shampoo Clear, battaglia immancabilmente perduta come quella eterna dell’uomo contro le formìche (specifico l’aggettivo in quanto conduco personalmente, da più di un trentennio, una lotta senza quartiere contro la fòrmica, materiale che mi è odioso poco più del klinker, piastrellato con cui fecero tutte le case dei benestanti negli anni Settanta); era connesso al cuoio capelluto un viso ossuto, a fronte della cui escavataggine l’anoressia è un fenomeno luculliano; dai magri polsi e dalle smunte caviglie spuntavano arti terminali da acromegalico, l’estensione delle mani consentendo una comoda culla a un poppante di oltre sei mesi (in pratica: me la sono sempre giocata con Gianni Morandi, senza avere però l’onore di ottenere un’imitazione di Alighiero Noschese); il corpo da Biafra (un monito per tutta la mia generazione, questa zona che nessuno dei miei coetanei ha mai saputo collocare, ma che era capace di fare sentire in colpa già alla pronuncia della prima sillaba) era coperto con indumenti di gusto, ma il gusto di uno shuetzen sotto anfetamine, in particolare il golf provenendo dalla fantasia scatenata di un emulo di Ottavio Missoni in ipnosi regressiva (che gli fruttava la scoperta di essere stato, in un’esistenza precedente, un pittore atzeco di non grande successo); un paio di principesche (per le tasche di allora: che peraltro erano realmente bucate, non per metafora) Clarks, però forate nella suola tanto da farci passare tutto Don Lurio, dimodoché quando il clima non era dei più favorevoli era necessario zoppicare, visto che dal buco nella suola entrava l’equivalente di un giorno di emissione di acqua fontale Ferrarelle; un montgomery senza un bottone, poiché era avvenuta la mia prima e ultima partecipazione a una colluttazione fisica, con un nano (non scherzo: era un nano tappezziere; considero il nanismo, da allora, una forma di risarcimento morale, dopo ciò che il nano apprezzò in mia madre, scatenando il metabolismo biliare nel mio corpo) e il nano si era attaccato al bottone di legno truciolato del montgomery, rimuovendolo dalla sua sede naturale; a ciò era allegata una borsa contenente un computer del peso di tutto l’uranio arricchito presente in Iran, e veloce nell’elaborazione dei dati quanto a formulare un pensiero compiuto uno a scelta tra Mammut Babbut e Figliut.
Così fornito di dotazione personale, inesplicabilmente chiamato a fornire consulenza a simili e prestigiosi livelli della vita nazionale, io varcai la soglia del Palazzo, infrangendo l’anatema pasoliniano: ero dentro, non fuori del suddetto Palazzo, e stavo io stesso subendo una mutazione antropologica. Anche quelli dentro il Palazzo il mutamento antropologico lo stavano subendo o lo avevano già subìto (metto l’accento, perché da anni sto conducendo una lotta senza quartiere contro l’avverbio “sùbito”).
Tuttavia, prima di entrare nel Palazzo, conveniva che io raggiungessi la Capitale: è molto difficoltoso infatti entrare a Montecitorio non uscendo dai confini di Milano.
E infatti lo feci.
Giunsi a Roma in tarda notte e mi diressi laddove era ubicato l’appartamento (che definire così sarebbe direttamente proporzionale a definire me stesso George Clooney) che avrei condiviso con una persona che letteralmente non capivo se fosse mio fratello o meno. Era tutto buio in questa sconosciuta zona della fermata metropolitana Furio Camillo. La metropolitana romana fruiva di un sistema di aereazione a microonde, se ne usciva disidratati come reduci da quattordici massaggi drenanti di fila. Questa zona sconosciuta detta Furio Camillo era così buia che, al confronto, l’isola di Lost di sera è la Ville Lumière. Per inciso, come nell’isola di Lost, anche nella zona sconosciuta detta Furio Camillo c’erano “gli Altri”. A tastoni come i non vedenti, raggiunsi il portone (che definire tale equivale a dichiarare un intellettuale Antonio Ricci) e mi inoltrai nella selva del cosiddetto appartamento. Crollai.
Risvegliandomi la mattina, avvertii in me l’eccitazione di un nuovo lavoro – Montecitorio! Il leghista Erminio Boso a portata di mano! L’ex direttore del Tg2 Alberto Volpe alla bouvette per un incontro con uomini straordinari in stile Gurdjeff! Potere verificare se Carlo Luigi Scognamiglio era un ologramma televisivo o esisteva davvero! -. L’eccitazione per un nuovo lavoro per me consisteva, e consiste tuttora, in una sorta di Tavor naturale senza controindicazioni: ho l’adrenalina che raggiunge livelli impensati, all’incirca lo zero di Kelvin (-273°).
In piena forma da spaccio della bestia trionfante, esco e cercherei appunto lo spaccio: un luogo dove assumere cibo. Tuttavia, appena uscito da quello che etichettare come portone sarebbe equipollente a sostenere che Fabio Concato mi ha fatto trascorrere momenti intensi, io mi trovo all’improvviso catapultato nell’intervallo della Rai del 1974: ci sono moltissime pecore e non si vede un pastore. Scopro in seguito che la zona sconosciuta detta Furio Camillo (che peraltro è priva di luce anche in pieno giorno) si espone a un abnorme parco detto della Caffarella, in cui pascolano animali.
Uscito dall’intervallo della Rai del 1974, avvisto un bar. E’ la mia prima prima colazione a Roma. Entro entusiasta. Chiedo: “Un cappuccio, per favore”.
Il barista ha borse sotto gli occhi che potrebbero essere tranquillamente firmate Vuitton, se l’azienda avesse una tendenza all’innovazione nel design. E’ magro come Fassino essendo alto però come Magalli – forse un po’ meno di Magalli. Emergendo a stento da dietro il bancone, alla mia richiesta di cappuccio, il microbarista di rimando mi chiede non altrettanto entusiasta: “Ar vetro?”
Non ho la più pallida idea di cosa stia dicendo e non ho con me il dizionario klingoniano. Annuisco per ignoranza e timidezza, aggiungendo una domanda necessaria, poiché il bar si dimostra insospettatamente ampio, dell’estensione circa di un eliporto: “Mi scusi, dov’è una brioche?”
“Er cornetto!” mi corregge il superegoico microaddetto. Indica la stazione di rifornimento al chilometro due.
Vado a prendermi er cornetto e, quando torno e l’ho trangugiato nella sua interezza, il cappuccio ar vetro non si vede. Poco male: la sera prima non ho mangiato, ho tanta fame, non ho problemi di dieta poiché il mio metabolismo brucia grassi almeno quanto l’attività pensativa di Dan Quayle brucia neuroni [nota bene: chi non si ricordasse cosa fosse Dan Quayle, vice del papà dell’ultimo George Bush che è toccato sorbirsi al pianeta, può risultare utile la seguente agenzia stampa, risalente al ’92: “Si può essere vicepresidente degli Stati Uniti e non saper scrivere correttamente la parola ‘potato’ (patata). Dan Quayle ne ha dato ieri una brillante dimostrazione davanti a una scolaresca sbalordita, in una scuola elementare di Trenton, nel New Jersey. Mentre assisteva a un esame di ortografia all’istituto ‘Rivera’, il vicepresidente degli Stati Uniti ha corretto un ragazzino che aveva scritto in modo esatto la parola ‘potato’ alla lavagna. ‘Manca una lettera’, ha indicato Dan Quayle. Poi, davanti ai giornalisti costernati, si è congratulato con il ragazzo che per seguirne il suggerimento aveva aggiunto una ‘e’”. Non costernatevi: questa è la grande politica, molto più grande di quella che passa per il “corridoio dei passi perduti” a Montecitorio].
Privo di qualunque veicolo, riesco a munirmi di un nuovo cornetto e a ritornare sul luogo del cappuccio: che tuttavia ancora non c’è.
Ora, lo so: sono milanese e i milanesi… E la vita te la devi prendere calma e… E dove corri?, che tanto prima o poi si deve tutti… Al momento però, mi esce naturale la domanda, diretta al microbarista: “Scusi, il mio cappuccio?”.
E’ trascorso un quarto d’ora abbondante.
Alla mia domanda lievemente spazientita, il microbarista si gonfia alle dimensioni di Lou Ferrigno (ex culturista, protagonista della non propriamente affascinante serie televisiva Hulk, recentemente tornato alla ribalta come personal trainer di Michael Jackson e, prossimamente, forse anche dell’attuale premier italiano, a cui vivamente lo consigliamo: intendiamo che consigliamo l’aggettivo “attuale” per quando ciò che scrivo sarà dato alle stampe). Il microbarista addivenuto macrobarista fa un cenno d’intesa a qualcuno dietro di me e io scopro, come Joseph K. scopre la porta dietro il letto del pittore Titorelli nel Pocesso, che alle mie spalle si erge una scultura del non proprio affascinante artista Fernando Botero – solo che la scultura è vivente. Per dare un’idea: è sì la cassiera, ma è soprattutto la sosia della moglie di Alberto Sordi in Vacanze intelligenti, quella che vogliono comperare mentre è seduta sotto una palma alla Biennale di Venezia, quasi fosse un’opera di Maurizio Cattelan ante litteram (in effetti, tra Botero e Cattelan non ravvedo questa grande differenza). Ricca di un mento ottuplice come il gioiello della saggezza del Buddha, la cassiera risponde al barista: “Aho’, cià ’r pepe ar culo!”.
Tradotto dal klingoniano: io avrei fretta, il che è tipico dei milanesi.
Rinuncio al cappucio ar vetro (A Roma si beve il cappuccio in bicchieri Bormioli appositi; Bubi Bormioli, per la cronaca, fu fidanzato con Tamara Baroni, una che oggi sarebbe sicuramente stata ospite a Villa Certosa e della quale si scriveva sui muri a inizio Settanta: “Se Valpreda è colpevole, Tamara è vergine”, “Se Andreotti è innocente, Tamara è vergine”, “Se Calabresi è innocente, Tamara è vergine”, e quando lasciò Bubi Bormioli, re dei bicchieri, sull’Autostrada del Sole verso Bologna apparve enorme la scritta, che accompagnava sulla ridente riviera romagnola gli italiani in vacanza: “Bubi, non T’amareggiare”).
Io non m’amareggio.
Sono a Roma, come un pidocchio sul Caput Mundi.
Devo andare a Montecitorio.
Ci andrò.
Nei mesi successivi compirò esperienze impagabili, come quelle che seguono: Umberto Bossi mi stringe la mano e, saputo che mi occupo di poesia, mi dice che “Ah!, poeti, attori, cantanti…” ma era molto tempo prima dell’ictus; Ignazio La Russa mi compare sgambettante e felicissimo al quarto piano sotterraneo di un albergo dove c’è uno studio in cui, sotto l’elvetica regia di Renzo Villa, cioè la mente che creò in Lombardia l’emittente privata Antenna Tre in cui c’era un comico che si chiamava Ossario e lo era davvero, i parlamentari italiani registrano una canzone per Sanremo, che si intitola E’ facile il domani e il cui testo è irreperibile ovunque, cancellato da qualunque possibilità di memoria collettiva, il che è secondo me un bene; Vittorio Sgarbi, bocciato come presidente della Commissione Cultura, tenta di convincere un leghista, che di cognome fa Bampo e presiede la Commissione Difesa, a passare con Berlusconi, quando questi cade per la prima volta (l’ultima, forse, quando ciò che sto scrivendo sarà andato in stampa), e Bampo contiene 422 matriosche bampiche; il giornalista Rai Nuccio Fava saluta prendendo per importante esponente ex-doroteo mio padre, solo perché il mio avo è seduto accanto alla Jotti, avendogli io riservato un biglietto per l’esibizione a Montecitorio di quattro poeti che fanno insieme un totale anagrafico di quasi tre secoli e 3/4 sono attualmente deceduti; l’attore Ferruccio Amendola mi chiede di conoscere Clemente Rebora, che ha abbandonato il corpo fisico nel 1957; Elisabetta Gardini si arrabbia moltissimo perché vuole condurre la serata di gala di poesia e invece la fanno condurre a Lorenza Foschini, la quale anni dopo presenterà in tv la possibilità che siano atterrati gli alieni all’incirca nell’anno in cui morì Clemente Rebora; la notizia che la già citata Nilde Jotti non era buona come faceva pensare l’espressione terragna, in quanto organizzò il raddoppio della metratura degli appartamenti privati del Presidente della Camera, in modo tale che, se uno è a un estremo della casa e un altro all’estremo opposto, si danno appuntamento in salotto tra sei o sette minuti; Tina Lagostena Bassi deputato forzista (non ho altro da dichiarare); la conferma che la già citata Nilde Jotti non era affatto materna come lasciava intuire il suo sorriso rustico, insistendo 4.800 volte per scacciare il vicepresidente della Camera dal di lui ufficio, che secondo lei le spettava di diritto come luogo di rappresentanza (Montecitorio è di fatto un condominio e parte delle sedute in aula sono proprio una riunione di condominio); i responsabili della Macrobiotica in Italia presentano l’associazione del cibo più angosciante che abbia mai mangiato alla terza carica dello Stato e uno ha un riporto fatto da un solo capello lungo 24 metri e tutto attorcigliato sulla nuca; Andreotti è altissimo, ma molto più alto di quanto chiunque possa immaginare; Bobo Maroni è privo degli esilaranti occhiali alla Audrey Hepburn che ha deciso di indossare ultimamente; l’avvocato Previti assomiglia in modo impressionante al giornalista Giampaolo Pansa; Francesco Saverio Borrelli si muove di nascosto su una Cinquecento che sembra uscita da I mostri; il futuro capo della Dia è un uomo buono.
Poi mi capita anche di leggere il rapporto al ministro dell’Interno sul caso Ustica. Però qui non c’è da ridere per niente.

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