Un inedito: “Andate, mie parole, calcate le tracce dei linguaggi infiniti”

di GIUSEPPE GENNA

Kafka: “Sempre lo stesso pensiero, lo struggimento, l’angoscia. Ma più tranquillo dell’usuale, quasi che stesse verificandosi una grande evoluzione, della quale avverto lontano il tremore. E’ dire troppo”.
Poi: “Niente di male: se hai valicato la soglia, tutto va bene. Un altro mondo, e tu non devi parlare”.
Però parla.

Io costeggio ormai questa linea del territorio che la lava smangia a pochi centimetri dai miei piedi.

Ho finito di scrivere. Quando sarò di nuovo in grado di farlo?
In quale pessima condizione mi incontro con il mio stesso dolore! Con la rinuncia alla scrittura subentra immediatamente la lentezza del pensiero, la incapacità di prepararmi all’incontro, mentre qualche tempo fa sapevo a tale fine liberarmi da pensieri importanti. Possa io vedere l’unico vantaggio pensabile in questa circostanza: un sonno migliore.
E come leggo poco e male! Come mi osservo con debolezza e malignità! A quanto pare non riesco a penetrare nel mondo, anche se questo sembra che mi riesca agli occhi altrui. Posso però giacere tranquillo, concepire, estendere in me ciò che ho concepito e poi farmi avanti con estrema calma: ma adesso non mi riesce più, da qualche anno a questa parte.
Le difficoltà che incontro parlando, e che per gli altri sarebbero certamente incredibili se solo le sapessero, derivano dal fatto che il mio pensiero, o meglio il contenuto della mia conoscenza, è del tutto nebuloso al momento, il che per quanto riguarda me e me soltanto mi lascerebbe imperturbabile e a volte addirittura soddisfatto, ma la conversazione umana ha necessità di essere affilata, solida e sempre coerente, cose che in me non sono più. Nessuno vorrà restare con me nelle nebulose, e quand’anche volesse io non posso spremere la nebbia dalla fronte, poiché fra due umani essa si dilegua e non è niente.
E nonostante ciò io so perfettamente che al di là della nebbia è comunque il sole.
Completo arresto. Tormenti senza fine, il 7 di febbraio.
Si comprenderà che non siamo se non una topaia di miserabili riserve mentali. Neanche l’atto meno importante sarà privo di questi pensieri segreti. Ed essi saranno così sporchi che, nel momento di osservare se stesso, uno non vorrà neanche pensarli, ma si accontenterà di guardarli da lontano. La condizione è attualmente che, come un porco nel brago, io sono ripieno di ribbrezzo, e non riesco a guardare quei pensieri da lontano.
Ho scritto poco, ieri e oggi. Niente, domani.
Ho letto il poeta italiano contemporaneo Milo De Angelis, Due nelle forze, abolendo gli spazi bianchi nella mente:

Non lo sa, lui, il momento, lui che aspetta, ora, lui, che le chiede con lo sguardo, mentre i campi di neve oltre la strada – li contengono tutti e due, e forse deve decidere l’aria fredda, senza presunzione, suggerire l’attimo, il passo per toccarle il paletò – a sud, a est dei suoi capelli. Ecco, il vento si avvicina. Forse è ora, è quasi ora. La guarda, chiude gli occhi, sbaglia.

Si va rarefacendo.
O disforia.
Cronosismi.

Presenze immateriali, me accanto.
Forse fantasmi. Un antenato.
Nella capsula, rotea intorno al corpo celeste sferico
meravigliosamente azzurro
con i corrugamenti nelle zone arancioni. Stupore azzurro.
Stupore inumano è quanto vedo io da qui nella roteazione.
Sopra il capo di Buona Speranza in perpendicolare assoluta sono…
Presenza, antenato. Parliamo in lingua russa. “E’ troppo presto, ritorna sul pianeta, sono un tuo antenato. Violate le leggi. La specie ancora non ha da essere qui”.
Ozonosfera. Esosfera. Radianza solare. Primi passi nel ventre nero, nel silenzio assoluto. Parliamo per ore.
Voci dei cosmonauti sovietici.
Komsomolskaia Pravda.
Gheorghi Grechko fu assalito da un incontrollabile raptus di paura e di angoscia.
“Vidi la città di Soci, le strade, la casetta a due piani dove sono nato”.
[…] “e Ieri Glaskov hanno per conto loro sperimentato l’illusione ottica di essere a poche decine di metri sopra la Terra:”.
Io invece ero un dinosauro, muovevo il mio corpo pesante, le zampe enormi e pesanti, non veloce, colorate, sul pianeta sconosciuto.
Latrati di cane. Pianto di neonato.
Vibrazioni. Scosse immense nella capsula, nella teca cranica.
Progressiva decalcificazione ostea. Manie di persecuzione.
Fuori dell’oblò l’indefinito e nero spazio e si converte a futuro.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di decenni e miglia.

La prima notte che dormimmo nella capsula abitativa sul suolo di Marte, in sei, i sogni che facemmo, il sentimento di presenze immateriali ovunque, al termine dell’arco del SOL.
Le progressive allucinazioni. Un arco di sei ore.
L’evidenza che qui fu una storia.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di millenni e anni luce.

Pattinata la superficie di cristalli ammoniacali. Gelo prossimo allo zero di Kelvin. Laghi di mercurio. Laghi di metano. Folate, raffiche, a migliaia di unità spaziotempo, intollerabili. Rumori mai ascoltati. Cielo specchiato: più satelliti, più soli.
Cielo non descrivibile sopra di noi enorme.
Avanzo temerariamente.
Le grotte nei rilievi montuosi nascoste dalla fascia di bruma cromata.
No siamo qui giunti.
Noi qui giunti per

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Qui stata una storia […] Difficile ricostruzione […]
Nei millenni a venire: scavi, ipotesi, astrazioni. […]
Fantasmi sono qui, forme di preesistenza […]
[…] Il vivente è nell’aria in ispirito vegetale. […]
[…] Segni rupestri, quando arriviamo. […]
Mi volto. Vedo la capsula.
Temo la mia parola.

Sono certo che la fantascienza, per come la ha intesa il grande padre Burroughs, costituirà per me l’ultima allusione.
A questo mi si è ridotta la letteratura tutta.
La visione delle cose, politicamente, prenderà traiettorie disforiche, una delle quali intercetta il deserto rosso, sul quale siamo costretti a esondare.

L’orizzonte rosso sahariano è interrotto da guglie sedimentarie, polvere di criosoto che si innalza a folate al vento, sotto il cielo azzurro, investito il territorio dal sole molto pallido, molto piccolo, la metà del disco a cui sono abituati gli umani e non esiste nessuno. Scisti di argille pressate immobili in ordine sparso, moltissimi. Perclorati sotto uno strato della consistenza di plastilina, sotto sabbia granulare rossa, uno strato sommosso da forti perturbazioni, spesso a carattere turbinoso. Nella regione di Juventae Chasma, addirittura anomalie geologiche per forma e regolarità – una miniera rettangolare, perfettamente rettangolare. Nature cristalline in subsidenza. Ematite ovunque. Sferule minime, grazie alla presenza intensa di anidride carbonica. Regulite, erosione selettiva. Nessuna nuvola. Fa freddo, sono 63° Celsius sotto lo zero. Venti a velocità non eclatante, qui.
La piatta distesa dei nostri film western su una distesa ad albedo 0.6.
Il giorno siderale dura 24,6229 ore umane. Dov’è il remoto pandemonio del sole, qui?
E’ una piatta depressione soltanto parzialmente irregolare, lontana molto da Vastitas Borealis, nella regione chiamata per convenzione Amazonis Planitia, appiattita da un’era di indeterminata periglacialità, interrotta da coni vulcanici e fumaroli spenti. Hanno classificato col fonema, poi hanno investito il territorio tutto del pianeta alieno di una fitta pioggia nominale, ogni regione, monte, vulcano, cratere, polo, nomi su nomi attingendo dal passato della propria specie, in una lingua arcana morta e obliata, che evoca il buio da cui si proviene e il buio in cui ci si avventurerà: Thaumasia Felix, Solis Lacus, Cydonia, Chrise Planitia, Olympus Mons, Albor Tholus, Alba Patera, Meridiani Planum.
Andando a Sud, oltre Amazonis Planitia.
Il tempo è fuoco.
L’istantaneità del pensiero è più veloce della luce, è così

Sono certo che la fantascienza, per come la ha intesa il grande padre Burroughs, costituirà per me l’ultima allusione.
La mia condizione temperamentalmente è penosa, eppure è transitoria.
Non conosco le opere da fare.
Si è a un tale punto rattrappito il piacere, che devo concentrarmi sul punto esterno alla finestra, ora nel buio, dove un demone sta ridendo (è vero!) e inviare un raggio luminoso al centro del suo volto immateriale per annullarlo.
Ho visto orologi, le lancette, roteare in senso antiorario, autonomamente, e non ero solo.
In tre settimane, a stento, sono riuscito a leggere due versi del Prometeo incatenato di Eschilo, sforzandomi di pensare, senza approdare a una conclusione, a una idea, ma solamente un’atmosfera mentale e la parola “orifiamma”.

Mi sento uguale al nemico.

Parola mi venga impedita.

Il Maestro dice: “Occorre ricordare che il processo realizzativo consiste nello sciogliere le forme coagulate (contenuti qualitativi e psichici individuati), rallentare il moto del principio materiale e risolverlo in quello essenziale; la sostanza (materiale, emotiva, psicologica) non è altro che una semplice polarità.
[…] Il conflitto-sofferenza deriva dal contrasto tra i vari contenuti (spesso psicoemotivi), avendo questi qualità opposte; è un dato evidente che nella nostra circonferenza psichica esistono enti creati da noi, che si combattono per la loro sopravvivenza.
Occorre far tacere le molteplici voci che intorbidiscono e travolgono la coscienza; occorre, senza sentimentalismi, ma compiendo in ogni caso l’esperienza del sentimento, riconoscere che: o è la sostanza psichica che, in modo caotico, lambisce l’intera circonferenza, oppure è il principio essenziale (o ente reale) che impone il ritmo direzionale alla circonferenza.
La sostanza psichica è un cattivo padrone, ma un ottimo e utile servo. Lasciare che la sostanza psichica si modelli secondo i vari stimoli interni o esterni, che può ricevere senza l’intervento direttivo dell’ente essenziale, o “ordinatore interno”, significa trovarsi completamente alienati.
Il disordine dei rapporti umani è il riflesso-specchio del disordine della sostanza individuale che non viene plasmata secondo la pura Idea, come direbbe Platone, o la volontà spirituale della Coscienza.
L’ignoranza di ciò che è (avidya) porta al vivere proiettivo psicotico, quindi al vivere folle. Infatti il mondo degli ego empirici è una dimensione paranoica. Il Liberato ha invece sconfitto l’ignoranza; gli rimane il vivere privo di proiezioni, senza aspettative: persino i suoi stessi atti possono apparire importanti agli occhi degli altri, ma non ai suoi”.

Per quanto sia distante a me un approdo di questo tipo, è necessario nel silenzio che il percorso sia percorso.
Non accelero, sto fermo. E quindi sembrerà lo sfaldamento, poiché la via è senza appoggio.