2010: io su Henry Miller. 1991: Guido Almansi su Henry Miller

[Sabato sera ho iniziato la lettura di Sexus, primo volume della trilogia La crocifissione in rosa di Henry Miller. Pensavo: “Tappiamo questo buco abnorme”. Nelle prime pagine: una descrizione di cosa sia e cosa faccia lo scrittore – potente, impietosa, cinica, antimistica, così coinvolgente che penso di ricopiarla a mano qui. Poi: l’ologramma della carne, lo psichismo della carne, la psichedelia della carne. In breve: può un lettore stancarsi motissimo di uno dei Maestri del Novecento? Sì: poiché c’è Rimbaud, chiaramente, e c’è Céline, c’è anche Hugo, cioè c’ Parigi Otto/Novecento – tutti triturati, tutti misinterpretati nel macinato Miller. E anche perché, evidentemente, non è più che io chieda alla letteratura determinati esiti interiori, bensì altri – e probabilmente Miller non riesco a convertirlo in quegli esiti. Non per questo, è ovvio, ne sconsiglio la lettura. Qui intendevo rendere una mia testimonianza epidermica di lettore quarantenne che legge, dopo più di vent’anni, un autore che aveva letto due decenni orsono, uscendo esaltato da quell’esperienza, mentre oggi mi pare un metallo radioattivo decaduto e non per mie declinazioni depressive. gg]

HENRY MILLER, SESSO DI CARTA
di GUIDO ALMANSI
[da la Repubblica — 31 dicembre 1991]

Quest’anno cade il centenario della nascita di Henry Miller ma l’ avvenimento non ha avuto eco qui in Italia dove pure, venti o trent’ anni fa, l’ interesse per la sua opera era molto vivo. Certo, gli ultimi anni non sono stati molto favorevoli alla sua reputazione. La paura dell’ Aids non ha spento l’ impulso sessuale ma ha almeno soffocato lo spirito di esuberanza, di eccesso, di indiscriminato entusiasmo per le attività sessuali di cui Miller è stato il campione (la frase più tipica dello scrittore è “the fugitive piece of tail”, l’ effimero passaggio di un sesso femminile che deve essere colto al volo). Inoltre la pubblicazione dello stupidissimo Opus Pistorum ha certamente danneggiato la sua fama di scrittore: io sono di quelli che ritengono l’ opera un apocrifo, ma anche se fosse stato scritto da lui non vorrebbe dire niente perché quelle pagine non sono significative. La fama di Miller deve basarsi su libri ben più forti e rappresentativi.
Nei paesi di lingua inglese il 1991 ha visto la pubblicazione di almeno due grosse biografie: Robert Ferguson, Henry Miller, A Life (Hutchinson, sterline 18.99) e Mary V. Dearborn, The Happiest Man Alive. A biography of Henry Miller (Harper Collins, sterline 18.50). Già dal titolo (che riprende quello di una precedente biografia dello scrittore, Always Merry and Bright, diciamo “Sempre allegro e in gamba”, di Jay Martin) si può capire la fatuità della ricostruzione della Dearborn; ma Ferguson, che è andato a controllare, ovunque possibile, tutti i dati biografici deformati dalla mitomania dello scrittore e ha consultato montagne di documenti, è abbastanza interessante circa le contraddizioni fra la verità fattuale e la verità fittiva. Quasi tutto quello che si supponeva circa l’ uomo Henry Miller come Don Giovanni irresistibile, grande scopatore, consumatore insaziabile di donne, seduttore di prostitute che “gliela davano” gratis, esploratore spericolato delle più acrobatiche varianti sessuali, bohèmien anarchico che spargeva terrore intorno a sé con l’ arroganza e la brutalità della sua violenza iconoclastica e della sua satiriasi, è falso. La realtà è molto più ordinaria, anche se le pagine migliori della sua opera non vengono minimamente scalfite da queste rivelazioni del biografo.
Miller era un ragazzotto borghese, un po’ timido, un po’ impacciato, che arrossiva quando si trovava fuori dalla sua cerchia di amici, con una lunga storia di ambizioni fallite, di velleità e di insuccessi dietro di sé. A trentasei anni andava ancora a mangiare dai genitori la domenica, e a volte ritornava a vivere con loro quando mancavano i fondi. La sua bohème era fasulla perché, quando a Parigi o in uno dei suoi viaggi i soldi finivano, bastava un telegramma alla mammina o al paparino, e questi spedivano un assegno. Miller ebbe varie mogli, è vero, e le abbandonò una dopo l’ altra (con o senza prole) in modo cinico; ma la storia dei suoi successi erotici extraconiugali pare fosse molto modesta. Lui stesso riconosce: “Io nuoto in un oceano di sesso ma le escursioni reali sono molto rare” (in una lettera a Anaïs Nin). Era ossessionato dalla paura delle malattie veneree, e allo stesso tempo ha sempre avuto una passione travolgente per gli amori mercenari; ma anche queste scappatelle erano molto caute e non frequenti. Waldo Bald, il giornalista americano che è stato il modello per Van Norden, il personaggio “cuntstruck” (ossessionato dal sesso femminile; peccato che in italiano manchiamo di una parola così specifica e così utile) in Tropico del Cancro, dichiarò in un’intervista molti anni dopo che tutte quelle vanterie sessuali erano pura invenzione: lui le raccontava a Miller solo per prendere in giro questo borghesuccio che aveva appena scoperto a Parigi il mondo del sesso con la stessa ingenuità con cui Colombo aveva scoperto l’America. Miller si è sempre vantato di una potenza sessuale sovrumana, da stallone supremamente dotato; basta pensare all’episodio iniziale di Tropico del Cancro, con le promesse fatte a Tania di un congresso sessuale degno di Giove Olimpico. Cito il brano nella felice traduzione di Luciano Bianciardi:

C’ è l’osso, nei miei venti centimetri di cazzo. Ti stiro tutte le grinze della fica, Tania, gonfia di seme. Ti rimando a casa, dal tuo Sylvester, col mal di pancia e l’ utero rovesciato. Il tuo Sylvester! Sì, lui sa accendere il fuoco, ma io so infiammare una fica. Ti sparo in corpo frecce roventi, Tania, ti faccio le ovaie incandescenti.

Accidenti, viene da dire. Nella realtà, invece, tutto quello che sappiamo è che qualche volta riusciva a venire due volte di fila. “Perché non vieni un’altra volta?”, pare chiedesse Anaïs Nin al marito Hugh Guiler, e nel suo diario aggiunge “come fa Henry”. Beh, non è abbastanza per acquistare una reputazione da toro da monta, se l’exploit non è sostenuto da un’esuberanza mitomaniaca che si traduce in grande e ornata scrittura barocca. A mio avviso, il documento più importante della biografia immaginaria che Miller ha aureolato intorno alla sua persona è il suo libro su Rimbaud, Il tempo degli assassini (pubblicato in Italia da Sugarco nella traduzione di Giacomo De Benedetti). In un articolo su Repubblica del 1986 avevo già suggerito l’importanza di questo studio per capire la deformazione psicopatologica di Henry Miller, e le recenti biografie sembrano confermare la mia intuizione. Miller non amava la poesia; aveva lasciato un corso universitario perché gli imponevano di leggere il poeta rinascimentale inglese Spenser; era insensibile alla musica del verso. Pure si entusiasmò per Rimbaud l’uomo pur ignorando quasi totalmente Rimbaud il poeta. Il punto chiave è la coincidenza tra la data di morte di Rimbaud (10 novembre 1891) e la data di nascita di Miller (26 dicembre 1891, trattenuto nell’ utero materno un giorno di troppo, mancando così la coincidenza decisiva); un caso di metempsicosi? D’altra parte Rimbaud stesso è stato visto dai suoi fedeli come “le Divin Enfant”, come il Salvatore, come Gesù Cristo redivivo, come Dio (si veda Le mythe de Rimbaud di Etiemble). Le metempsicosi potrebbero essere due, non una. L’ anima di Rimbaud si è trasferita nel corpo di Henry Miller, ma Rimbaud stesso aveva ricevuto una visita da un personaggio alieno (ricordiamo la sua frase, “Je est un autre”); niente meno che Gesù Cristo. Miller è uno dei tanti folli che hanno creduto che Rimbaud fosse Gesù Cristo reincarnato, o almeno il fratello gemello del Salvatore. Poche citazioni dal Tempo degli assassini basteranno. “Secondo me, non c’ è contrasto tra la sua visione del mondo e della vita eterna, e quella dei grandi innovatori religiosi”. “Nell’ apparizione di Rimbaud su questa terra non c’ è qualcosa di altrettanto miracoloso del risvegliarsi di Gotamo, o di Cristo che accetta la Croce, o dell’ incredibile missione liberatrice di Giovanna d’ Arco?”. “Quanto ebbi ragione di rinviare la scoperta di Rimbaud! Se sul suo apparire e sulle sue manifestazioni in terra, io traggo conclusioni del tutto diverse da altri poeti, col medesimo spirito i santi trassero conclusioni straordinarie sull’ avvento di Cristo”. “A me pare che egli stesse preparando il suo Calvario”. La conclusione, nella mente alterata del biografo (che è anche autobiografo) è ovvia. A un certo punto l’ anima di Gesù Cristo è emigrata nel delicato corpo del miracoloso ragazzo francese, e poi alla sua morte si è trasferita un’ altra volta nel corpo robusto del ragazzo di Brooklyn. Rimbaud è stato solo un intermediario. Questa interpretazione, come una poesia di Rimbaud, deve essere presa “littéralement et dans tous les sens”. Ma non ignoriamo il senso letterale di questa doppia metempsicosi, come viene confermato da numerosi passi di Tropico del Capricorno: “Tutto quello che mi succedeva era troppo tardi per significare qualcosa. Fu così anche la mia nascita. Fissato per Natale, venni al mondo con mezz’ ora di ritardo”. “Per levare la mia vita individuale una frazione di centimetro sopra questo mare di morte, devo aver fede più grande di Cristo, saggezza più profonda del più grande veggente”. “La mia casa non è di questo mondo, né dell’ altro”. “Se mi toccasse la sorte d’ essere Iddio la rifiuterei”. “Tutti i miei calvari sono stati crocifissioni in rosa”. Sembra che tutta la storia della lutulenta produzione letteraria di Henry Miller sia marcata da questa analogia costante fra il narratore e una figura divina che il narratore rappresenta o incarna. Rimbaud è un possibile trait d’ union tra la divinità e il narratore come erede spirituale di questa divinità. “Le dérèglement de tous les sens” di Rimbaud diventa il gigantismo erotico di Henry Miller, o le piroette delle sue acrobazie sessuali.

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