Yves Bonnefoy: L’IMMAGINARIO METAFISICO

di YVES BONNEFOY
[Traduzione di Stefania Roncari per TELLUS folio da: ‘L’imaginaire métaphysique’ di Y. Bonnefoy, – éditions du Seuil, aprile 2006]

La poesia deve essere una relazione irriducibilmente ambigua tra una volontà di presenza, cioè di adesione profonda, senza ritorno, e ciò che esiste quì e ora, nella finitezza (finitude) essenziale… il sogno “gnostico” di una realtà superiore, di mondi in cui le parole e la musica aiutano, rischiando, a immaginare la figura. Ogni poeta si divide, si dilania tra questo desiderio d’incarnazione e i sogni di “excarnation”.

L’immaginario metafisico

E’ all’immaginazione dell’essere cosciente a cui voglio attenermi, quella che non fa mistero nei suoi desideri e nei beni che cerca, quella che, al posto del labirinto notturno, dove l’inconscio è il maestro dei sogni, si esprime nelle fantasticherie (“reveries”), che amiamo fare quando siamo svegli.

L’essere di una cosa o di una persona non è soltanto un fatto di esistenza materiale. Non siamo che vane forme della materia. La “metafisica” è la domanda dell’essere, della cosa.

… L’essenziale, dal mio punto di vista attuale, non è la teologia che spiega, ma il desiderio che chiede. Voglio solo ricordare questo desiderio, che sogna gli essenti, che abitano l’essere al di là dei fenomeni fuggitivi, nonostante la morte e ricordare che questo desiderio si accompagna ad un’angoscia precisa, quella che nasce dal timore che sia vano.

Ecco l’altra operazione che l’immaginazione compie: essa non nutre soltanto il desiderio di avere ciò che non si ha, ma ci permette di sognare che possiamo essere altro da ciò che siamo. Al desiderio comune di avere, di possedere, essa aggiunge o sostituisce il desiderio di partecipare ad una realtà superiore…Nascono così l’immaginazione e l’immaginario metafisico, che vogliono che il mondo che amiamo sia altro, pur restando lo stesso.

… questa febbre dell’anima, questa impazienza d’amore, favorisce la creazione artistica…il riflesso e l’intensificazione dell’immaginario metafisico.

La memoria trasfigura l’ immaginazione metafisica retroattiva; vede l’essere, crede di percepire una realtà superiore, la stessa che illumina il mito dell’età dell’oro…

L’immaginazione ontologica è creatrice di bellezza : quella bellezza che nasce quando, in un modo o nell’altro, è presente l’Uno dietro al molteplice.

… il bisogno di essere, di sentire l’assoluto nel fuggitivo, può essere soddisfatto tramite l’immaginazione e il sogno.

Quando le parole perdono la loro capacità concettuale, non descrivono più né spiegano e al loro posto, appare all’improvviso la presenza bruta di colui che, libero dalle articolazioni significanti, dalle leggi ammesse, dalle ipotesi d’intellezione, si erge davanti a noi, nello stato ancora integro (indéfait), agli albori del linguaggio. E’ il tutto, il tutto che è l’Uno. Non c’è pensiero, in questo istante di apertura, non può, come nel concetto, dissociarci da questo tutto, da questo Uno : facciamo corpo con esso, nella dissipazione dei saperi, delle categorie, della finitezza, dell’illusorio… Perché dubitare dell’attimo in cui siamo, in un mondo reso alla sua piena e immediata presenza?

… la pienezza dell’esperienza non è altro che l’essere fuggente dell’istante… la scoperta del ruolo di ostacolo del concetto, che gioca all’interno di noi.

… quegli istanti in cui il linguaggio, cessando di avere autorità sullo spirito, si apre alla presenza del mondo.

E’ nell’intensità di questi attimi di appagamento, quando il desiderio coincide al suo oggetto, che l’attività del concetto e della parola può esistere, anche se solo per un attimo e nella distanza. L’immaginazione metafisica invece, quella che s’insidia attraverso il sogno, non aspira a ritornare alla condizione terrestre, ma diventa l’oblio più lungo…, se non addirittura la perdita totale. Ciò che mette in scena, non è altro che la rappresentazione, le nozioni e non l’esperienza piena dell’essere, lo spessore dell’esistenza, attraverso cui le realtà del mondo si presentano a noi, quando ci avviciniamo al silenzio. Dall’alto e altrove questo scoppio magnifico non conosce la realtà nella sua profondità, di cui la finitezza è la chiave… E’ vero, lo riconosco, esso ricorda allo spirito, ciò che la parola ordinaria non dice, cioè l’assoluto, la “vera vita”, così il rapporto con la presenza potrebbe stabilirsi tra gli esseri. Solo attraverso l’immagine permette l’accesso a questa vera vita… Nel momento in cui parliamo il linguaggio ci sostiene e, poichè i concetti ci alienano, restiamo in questa prigione, eccetto gli istanti oltre le parole, vogliamo liberare la coscienza dalla speranza di una salvezza nella parola, nella nostalgia di una realtà più trasparente e superiore. Il grande sogno è in noi, si riaccende senza pausa… L’ analisi del sogno “metafisico”, questo vigilare intimo dei movimenti dello spirito, può realizzarlo la poesia, che non è l’arte, ma sia l’immaginazione senza freno, che l’adesione semplice alla vita.

Aut lux nata est aut capta hic libera regnat

O la luce è nata qui, o prigioniera vi regna libera.

Che sorpresa! La luce può vivere qui, laggiù, perchè la Santa Sofia desiderata, mantenuta a distanza, è un altrove, un altrove essenziale, che diventa questo ‘hic’ misteriosamente stabilito nella grande frase tra ‘capta et libera’, tra il peso delle parole nel pensiero e nella grazia.

… l’Idea della perfezione è soltanto la nostra insidia.

Quale sguardo è possibile su questo raggio di sole che, per strette finestre, cade sulle ampie pietre disgiunte della navata e si muove, poi si perde : cerca di capire che l’eternità non ha altro luogo possibile che nell’istante, in cui già svanisce, che in tali pozzanghere dell’assoluto, la luce prigioniera potrebbe essere libera, dove è giusto che sia, cioè in noi, per quel poco che ci diamo all’evidenza.

… i numeri non sanno niente della morte, niente del caso, rifiutano la verità e quindi non è verso una vera unità che ci conducono, come, lo sottolineo, la sala di questi templi è rimasta chiusa, la luce fuori, quasi come un enigma, nel gioco degli abbagli e delle ombre nere sulle colonne.

… i poemi, queste ipotesi sulla vita… La parola si costruisce, in potenza è un’architettura, poiché le nozioni che inventa, staccano dal mondo esteriore ciò che,dopo aver scelto un oggetto, si pongono nella struttura delle rappresentazioni e delle azioni e si sostituiscono alla realtà empirica.

… con naturalezza l’intensità della poesia sarà vissuta, come l’intensificazione della luce e trasferirà, sul piano della percezione sensibile, il doppio sentimento che il poema trattiene, da una parte ciò che dà senso al mondo, dall’altra lo fa in modo più veritiero possibile, senza indulgere all’illusorio. La luce, metafora fondamentale se mantenuta aperta, sarà l’esperienza che permetterà al poeta, durante la vita, di verificare l’esattezza delle sue intuizioni e altri pensieri lo aiuteranno, nella pratica delle cose rese visibili dalla luce, ad apprezzare il rapportodi ciò che esiste, sulla terra e di ciò che sente, immagina, spera.

… la metafora non smette mai, le grandi opere lo dimostrano, di prestarsi allo spirito, di differenziarsi quando incontra le percezioni e la scrittura, di offrirsi alla luce, una e cangiante, con un’altra parola, nello spettacolo del mondo.

La luce sembra essere un fatto dello spirito, quasi il suo corpo, piuttosto che un fenomeno della materia. L’ (hic) in cui è prigioniera e dove tuttavia si vuole libera, non è soltanto una stanza costruita in pietra con vetrate, ma è il poema, dove lo spirito si guarda.
La luce come metafora dell’essere, ma anche del suo incontro… è questo sentimento di “finitude” che bisogna provare, se si vuole raggiungere la piena realtà, che non è tanto la natura, ma il nostro rapporto come esseri mortali.

Le nozioni, le definizioni concettuali, tutto questo discorso impedisce, se non addirittura distrugge, la presenza del poeta, quindi è necessario che le riconosca attive e che le combatta nella sua parola, nel poema dilaniato, ricominciando ogni volta, senza mai smettere di restare sulla soglia della stanza, dove la luce prigioniera è ugualmente libera.

Libera, se la poesia potesse realizzarla. Nei poemi c’è soltanto questo mistero della rappresentazione, della sua anticipazione attraverso l’ immagine, nell’attesa infinita dell’ora, dove la libertà e l’incarnazione non sono più un’unica cosa, verosimilmente… quando la luce è anche nel cuore delle immagini…

In poesia il grande progetto è tra il mondo e l’essere che dice questa relazione della presenza, che permette alla cosa nominata di essere quasi cancellata, come temono gli strumenti concettuali. In essa non c’è posto per la forma immediatamente riconoscibile delle cose, se non soltanto sul piano dove è finzione…

Post-scriptum, 2006

Cos’è l’arte? Il compito che ci aspetta non è tanto quello di creare il mondo, ma almeno quello di trasfigurare la luce, di creare un senso e una speranza, nella semplice chiarezza del cielo…

Questo immaginario metafisico che bisogna sopprimere…

Comprendere ciò che si è…

…gli unici luoghi dove la luce prigioniera potrà sentirsi libera, o quasi libera, sono i rari momenti nei grandi poemi…le parole liberate dai sogni.

Le parole non dicono altro che l’evidenza delle cose…

La scrittura non ha forse bisogno d’incontrare ciò che combatte, non in un’idea, in una semplice idea, come in filosofia, ma nella vita che s’insinua nelle esperienze più intime… ?

Ogni scompiglio di memoria è un evento di scrittura.

Una terra per le immagini

Il desiderio d’essere non è il desiderio di avere… dall’Illuminismo in poi, il discorso concettuale ha spinto la scienza a vedere nel tutto, compreso l’essere umano, soltanto la cosa; il desiderio trascendente si è indebolito. Ma non è scomparso, lo si ritrova oggi, nel bisogno che alcuni provano di vivere il rapporto dell’Io con gli altri, come un assoluto in potenza, al quale si deve tutto subordinare, perché è l’unico luogo del divenire, di una verità decisa dalla ragione d’essere su questa terra. Credo nel suo valore, lo considero l’unico fondamento concepibile di una realtà umana, l’immagino quindi durevole e in ogni caso lo vedo attivo nella ricerca artistica contemporanea. Può darsi che sia proprio nelle arti e nella poesia che possiamo raggiungere la piena libertà…: poiché la poesia, è volersi liberare dai vincoli del concetto e dei fantasmi…

E’ a partire da questo desiderio d’essere, che ora posso ritornare alle mie idee di dualità e di unità nella creazione artistica.

In che modo gli artisti o i poeti danno vita al desiderio d’essere?

I concetti, che hanno costruito il nostro mondo, non percepiscono questa finitezza, poiché si appoggiano soltanto ad aspetti dei fatti o delle cose, per dedurne leggi, l’intemporale, niente che faccia corpo con lo sguardo di chi lotta in questi destini…Sorti che appaiono come la condizione umana – Mallarmé l’ha pensato – e che sono di fatto il luogo della verità.

Il concetto è cieco di fronte la finitezza, ecco ciò che deve capire il desiderio d’essere… il pieno incontro con l’Altro, con la sua presenza. Non ci si disfa facilmente della rete dei concetti, che ha costruito l’universo nel quale dobbiamo vivere. Certamente questo mondo del concetto è reale soltanto nell’immagine, gli atti del vissuto pieno non sono compresi, i sentimenti che li determinano sono percepiti solo dall’esterno, dai loro effetti, lo slancio che li ha spinti è riconosciuto soltanto da un sentito dire.

L’arte e la stessa poesia sono dunque esposti all’insidia della forma, della bellezza attraverso la forma.

Sognare l’essere attraverso la forma è un atto d’orgoglio…

Scrivere in sogno

Qui, tutto è “racconto in sogno”, cioè la visione degli aspetti del mondo o di alcuni momenti della vita, ma deformata dal flusso delle condensazioni, degli spostamenti, delle simboliche inconsce dell’attività onirica.

Ci sono due livelli nelle ossessioni della parola inconscia, uno, molto conosciuto, studiato, che è quello dei bisogni, dei desideri, dei timori dell’essere nella società, del suo corpo, ciò che chiamiamo l’eroe…; l’altro è quello che incontra l’essere concreto che siamo.
Un mondo di auto-illusioni, di fantasmi, dove abbonda il sogno ordinario, quello che calma i conflitti o che nasconde i desideri nelle rappresentazioni simboliche, nate dalle risorse delle parole. Un sogno che interesserà il terapeuta, ma che non può bastare alla riflessione della poesia.
Questa intuizione che, nel flusso onirico libera a volte l’orizzonte, scopre dei significanti ancora capaci di gettare dei ponti verso il semplice. Questa intuizione e questi significanti sono l’interesse della poesia che, nel suo intimo, avrà il compito di prolungare il lavoro nella parola cosciente. Quindi è indispensabile, quando s’inizia a scrivere, saper riconoscere nella parte più intima di sé, il desiderio della presenza nel mondo.

Ci sono tanti ricordi d’infanzia in noi : l’inizio della parola quando la concettualizzazione era ancora incompiuta e difettosa. L’educazione moderna, che si fonda sul pensiero concettuale, ricorda soltanto le rappresentazioni e le nozioni che assicurano la sua coerenza.

…La presenza di una realtà che, nella sua profondità integra e suscettibile, a questo livello di unità, può parlarci diversamente… come se l’Uno si liberasse dal molteplice… la certezza che potrà aprirsi una soglia, attraverso l’uso delle parole, confermerebbe bruscamente ciò che mi aspettavo dalla poesia.
Quella sera ho pensato di aver compreso il modo,così poetico, in cui Plotino aveva posto il problema dell’esperienza mistica, proprio lui che aveva disprezzato e amato le essenze, queste grandi strutture della coscienza dell’essere, che creano il linguaggio; al di là di questo platonismo plotiniano, dialettico, aperto, lucido, ancorato all’esistenza eppure distratto, si è aperto uno spazio, in questo caso mediterraneo, allo spirito. L’ebbrezza…

Esprimere una superiore pre-scienza : una prescienza e non una scienza, che chiama lo spirito a un sovrappiù d’esigenza, lasciando quasi credere che un passo in più e decisivo, è stato fatto durante il percorso. Rischiarati da una devozione più vicina al semplice e, poiché le tradizioni del paganesimo sono ancora forti in campagna, più consapevoli degli arcani dell’essere al mondo, questi muratori, pittori, scultori di paese, non avrebbero avuto l’intuizione dell’unità intimamente, se non si fossero avvicinati misteriosamente, ad altre vie dello spirito, rispetto gli artisti troppo geometrici delle metropoli?

Il desiderio dell’unità si libera degli intrighi dell’eroe, soltanto con un lavoro su di sé, attraverso percorsi più profondi.

…L’insostituibile bellezza e sapore di ciò che è…

L’ossessione del Ptyx (Su Mallarmé…)

Non ho mai dubitato delle parole, ma della sintassi! O meglio delle sintassi, poiché è un fatto già preoccupante che ce ne siano tante, quando alla realtà unica dovrebbe rispondere un’unica sintassi. Si deve imparare, per caso, leggendo, che ci sono delle lingue dove ciò che è sostantivo qui, è verbo da un’altra parte : la cosa e l’azione scambiano le proprie maschere!
La sintassi inquieta. Non è a causa di una censura, della chiusura verso una luce troppo forte, il motivo della sua struttura così rigidamente organizzata?
E’ proprio questa rete di sintassi e di concettualizzazione mescolate, dell’onnipresente ed insufficiente significante, ciò che appesantisce il fardello della visione, che è lo sguardo chiuso, il pensiero destinato a rimanere avventuroso e astratto, mentre invece ci vorrebbe la vista, questa volta l’identità dell’intellezione della cosa e della sua percezione immediata.

Questo grande poeta non ama la sintassi nei suoi usi ordinari.

Ptynx, uccello notturno, ma questa forma, ptyx, è inesatta, e se fosse corretta, non ci sarebbe a questo punto nella lista alfabetica, in cui un altro “ptyx”, quello che significa “piega,colmo, pieghettatura”, appare più lontano…Il greco “ptynx” è scomparso dal dizionario e così casualmente, “ptyx” sembra esistere e non esistere.

Mallarmé dice:”si, è vero, questa parola “ptyx” non esiste. E’ solo un errore d’impressione, bisogna cancellarla dalla lingua”.

Ptyx è una parola reale in una lingua che ci è sfortunatamente sconosciuta.

Le nostre verità riposano soltanto su pilastri di nebbie, su teologie o su metafisiche.

La sua esperienza fisica e spirituale, vissuta su tutti i livelli della sua coscienza, vissuta sull’orlo del baratro di tutte le parole. L’esperienza del Nulla, del Niente per Mallarmé è “orribile sensibilità”! – la “distruzione”, di parola in parola e al centro di ogni parola, dei contenuti del pensiero. Elimina nella lingua le relazioni che mettono in rapporto i vocaboli, riconosce, nel loro abisso silenzioso, lo stesso vuoto assoluto che c’è tra le stelle negli spazi cosmici.

‘Dopo il Nulla ho trovato il Bello” (Mallarmé).

Ciò che importa è il linguaggio, che si è rivelato essere la tomba del pensiero, che potrà forse servire, concretamente, a raccogliere la bellezza dispersa nella realtà empirica, a intensificarla, a chiarirla : basterà notare che l’aspetto materiale delle parole, cioè il suono, il ritmo, il colore, può evocare il suono e il colore del mondo, mentre i versi hanno il potere, dal momento in cui sono una forma, di comporre queste intuizioni fuggitive in impressioni d’insieme.

Insomma la scrittura del verso, ciò che ha di più immediato, non è forse ciò che potrà liberare lo spirito dal desiderio di sondare gli abissi immaginati dell’invisibile?

… Mallarmé, per poter intraprendere questo percorso, avrà bisogno di liberarsi dai condizionamenti del desiderio di possesso, che trattiene lo spirito nella miopia dell’azione – gi basterà morire alla morte, per rivivere nella Bellezza. Il poeta, che ha trovato il Bello nel campo di rovine dei significati trascendentali, si è calato nelle parole… ha forse sognato un secondo grado del linguaggio?

L’unico atto possibile, d’ora in poi, l’unica via poetica, è il “miraggio interiore delle parole” e diventare l’osservatore.

La poesia del passato è evocata o nominata dalla parola “ptyx”, che rinvia all’epoca in cui il Nulla regnava da solo, prima della Bellezza…

”Siamo sublimi per aver inventato Dio e la nostra anima” (Mallarmé)

Il sonetto in –pyx- è una riflessione sulla poetica anteriore : sul “canto personale”, sulla poesia lirica.

Mallarmè aveva in mente da tempo questa parola enigmatica. Non l’avrebbe creata se non ne avesse verificato il senso. ”Mettetevi d’accordo, scriveva a Monsieur Lefébure, per inviarmi il senso reale della parola “ptyx”, o almeno mi assicuri che non esiste in nessuna lingua, cosa che preferirei, così riceverei il fascino di crearla dalla magia della rima”.

Mallarmé si era stupito, turbato dal vocabolo assente e presente, significante e non significante…

… il misterioso “ptyx” aveva permesso a Mallarmé di aggiungere o di sostituire la chimera di un secondo grado della parola, sogno di un verbo, sia trascendente che vicino a noi, tutte le volte che l’azzardo apre delle soglie.

Questa idea di un secondo livello dello spirito, in cui non resterebbe nulla della nostra sintassi, a causa della fioritura di un’altra sintassi assoluta… E’ da questa base d’intelleggibilità trascendente per la nostra coscienza, che Mallarmé si è rassegnato a credere nell’esistenza dell’insidia, al paese che non esiste…?

Bisogna dare priorità ai rapporti tra le parole, vedi la lettera di Mallarmé del 1868, quando parlava del “miraggio interiore”, dei riflessi delle parole su altre, captando aspetti della realtà empirica nell’unico spazio mentale rimasto. L’ascolto della vita dei vocaboli nel poema, di questo “miraggio”, del verso prima di tutto che è, in modo più direto della strofa o del poema intero, la forma necessaria affinché le relazioni si stabiliscano…

”Nessun godimento, ma vivo nella bellezza” (Mallarmé). La bellezza che rifiuta le sensazioni casuali, che stabilisce, nel luogo naturale, libero dalla finitezza, rapporti di pura armonia… Questa felicità, la chiama :”estasi pura”.

Convoca le parole davanti allo spirito… il verso permette così di significare e di ricordare, la percezione dalla luna crescente nel canneto…

Se ci si abbandona al mormorìo del verso, più volte si prova una sensazione quasi cabalistica.

La parola è ciò che mette in relazione le parole del linguaggio.

Il verso, precisa Mallarmé, implica la “scomparsa elocutoria del poeta”.

Una lingua superiore?

Le nostre sintassi suscitano la “visione” e non la “vista”.

L’unico compito del poeta è la “spiegazione orfica della Terra”…

“Le lingue imperfette hanno perduto la lingua suprema”… Quale senso bisogna dare a questa frase, quando l’ ”immortale parola” è “ancora muta”?

Queste parole… potrebbero essere un lavoro attento e sottile, come l’arte cinese sul filo dell’estasi.

Per dare senso alla vita noi disponiamo soltanto della realtà come si mostra e di parole che non cercano l’oltre.

L’immaginario metafisico ha spesso preso l’Occidente negli artigli delle sue chimere, ma questi sogni di excarnazione (excarnation)(sublimazione) non hanno fatto altro che indebolire, tra i devoti, la loro capacità di cercare nel luogo stesso in cui vivono, la vera vita, il vero bene.

… Poiché è nel tempo e nel luogo che si decide il destino. L’essere che inizia a parlare è sulla soglia : la soglia di un pensiero che verte direttamente, al destino, al rapporto con sé, al senso del mondo… e anche se questa soglia si sottrae, si fa invisibile nel pensiero concettuale, nel pensiero della generalità, può mettersi al posto della parola, al pensiero infantile, che non è solo una ricostruzione chimerica…, ma la chiave di un sapere che non ha preso forma, che può e deve essere riaffermata e approfondita.

Vogliamo tenere distanti, attraverso i simboli, i ricordi conservati in alcuni attimi di evidenza, le categorie invalidanti del pensiero concettuale…

Il desiderio di non possedere un oggetto, ma di ritrovarsi nella presenza, il desiderio d’essere e non più di avere – il desiderio represso ma mai disfatto.

La lingua materna è anteriore al concetto…

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