Mario Benedetti: una poesia del 1988 da “Scarto minimo”

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Nel 1988 il poeta italiano Mario Benedetti pubblicava sulla rivista “Scarto minimo” (codiretta insieme con Stefano Dal Bianco, Fernando Marchiori e Giulio Mozzi) questo testo, che non ha incluso in alcuno dei libri di poesia successivi:

Non gli uomini o non questi, non questo
dell’uomo.
O come fosse la vita eternamente.
Ma è la vita
oscura.
Il viso,
quando mi guardi e sai
che non saremo più,
piccolo e castano nella sua paura.

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Mozzi: ‘Amore’. Da ‘Il male naturale’

Compio nuovamente un gesto che nel 1998 costò parecchi problemi a Giulio Mozzi: la pubblicazione del suo racconto ‘Amore’, a mio parere uno dei più perfetti pubblicati in Italia negli ultimi 25 anni. Dal libro che ora è nuovamente disponibile, grazie a Laurana.

Anni fa io causai un grave danno a Giulio Mozzi, pubblicando il suo racconto Amore sul sito Mondadori. Il racconto era una delle tessere più importanti (forse la fondamentale) del libro Il male naturale. Era il 1998. Accaddero cose spiacevoli, ci fu una ormai leggendaria interrogazione parlamentare da parte di un deputato leghista. Ciò apparentemente coprì il fatto che era il libro che doveva essere valutato leggendario, poiché la leggenda è la letteratura e Il male naturale di Giulio Mozzi è la letteratura tutta.
A distanza di tredici anni questo libro di Giulio Mozzi, come era necessario che fosse, torna nuovamente in libreria, per i tipi Laurana. Rispetto alla prima edizione mondadoriana, vi si trovano una nota molto circostanziata dal punto di vista storico, in cui Giulio Mozzi fornisce il resoconto di quanto accadde fuori dal libro, anche per colpa mia, oltre che per responsabilità della bêtise umana, che è sempre responsabile. C’è inoltre una molto intensa postfazione di Demetrio Paolin.
Ho dichiarato quanto penso, in maniera assai stringata, del libro di Giulio Mozzi. Ho dichiarato pubblicamente quanto io a tutt’oggi mi senta in colpa per quanto accadde.
Mi è necessario oggi riproporre Amore, esattamente come allora e per i medesimi motivi per cui misi lo misi on line. E’, a mia detta, una delle narrazioni poetiche più vicine alla perfezione di quanto io avverto essere la letteratura, la sua abissale ambiguità. Questo racconto equivale, a mio parere, a un tao morale e teologico in forma letteraria. E’ quindi un testo impossibilmente prossimo, come molti altri nella storia della letteratura, alla scrittura sacra. [gg]

Amore

di GIULIO MOZZI | da Il male naturale (1995; Mondadori, 1998; Laurana, 2011)

Il bambino disse: «Voglio una pistola».
L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.
All’Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l’impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto.
A casa, l’uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca.
L’uomo avvolse il bambino nell’asciugamano grande, lo portò in camera da letto e lo distese sopra il letto grande. Aprì l’asciugamano e cominciò a massaggiare delicatamente il bambino. Lo toccava appena con la punta delle dita.
Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.
Poi l’uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava ancora il bambino con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la pistola nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l’alto.
L’uomo baciò i capezzoli del bambino e poi cominciò a leccargli il petto. Il sesso del bambino si mosse appena. L’uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.
«Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola. L’uomo si abbandonò.
Il bambino si sedette sopra il petto dell’uomo. Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola.
L’uomo si sollevò appoggiandosi sui gomiti. Era quasi seduto. Con entrambe le mani prese il bambino per la vita. Ruotò in modo da appoggiarlo sul fianco sul letto. Aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca.
Il bambino cominciò a leccare il sesso dell’uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L’uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi.
Con un brivido il bambino venne, una sola goccia molto liquida. L’uomo la inghiottì, pulì il sesso del bambino con la lingua. Il bambino rimase fermo, gli occhi ancora chiusi.
«Fai venire anche me», disse l’uomo.
Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.
«Fammi venire», disse ancora l’uomo.
Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse.
L’uomo disse: «Io ti voglio bene».
«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte.
«Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse.
Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi.
L’uomo venne sussultando. Lo sperma, molto e denso, bagnò la mano del bambino. Il bambino sfregò la mano sporca sulla pancia dell’uomo.
L’uomo restò disteso con gli occhi chiusi, respirò a fondo tre volte, quattro. Aspettò un poco. Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore».
«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

17 lezioni gratis di Giulio Mozzi

Riprendo da Vibrisse una segnalazione che mi pare importante per coloro che desiderano ficcare il naso tra metodi artigianali e vari comparti dell’officina di un autore: diciassette (!) lezioni tenute da Giulio Mozzi, uno dei migliori scrittori italiani, da anni impegnato in a tenere corsi di lettura e scrittura per tutta Italia. Di Giulio Mozzi è appena stato rieditato per i tipi Laurana, con una nota inedita e una postfazione di Demetrio Paolin, laun testo per me fondamentale, cioè raccolta di racconti Il male naturale – su cui presto, qui, alcune riflessioni.

Queste diciassette lezioni sono state realizzate da Giulio Mozzi e Marco Zuin, nell’ambito del progetto Scuola d’Autore 2009/2010 dell’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa (Iprase) della Provincia di Trento. Per osservazioni e suggerimenti (anche di possibili contenuti di successive lezioni) potete usare lo spazio dei commenti. Il corrispettivo scritto di queste lezioni si può trovare nel Corso di scrittura condensato e nelle 100 puntate della rubrica tenuta nella rivista Stilos: entrambe le cose disponibili nella pagina dei libri gratuiti. Le 100 puntate per Stilos, rivedute e corrette, allungate e accorciate, sono diventate anche un libro: (non) Un corso di scrittura e narrazione, pubblicato da Terre di Mezzo. Se qualcuno fosse interessato ai seminari di scrittura che Giulio Mozzi tiene qua e là, può guardare qui.

Leggete assolutamente L’UBICAZIONE DEL BENE di Giorgio Falco

giorgiofalco_coverMi occuperò di tre libri, appena avrò il fiato di farlo. Si tratta di tre romanzi perforanti: Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax), su cui da mesi rifletto; Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa); e il libro che segnalo oggi, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (Einaudi Stile Libero). Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.
Il libro di Giorgio Falco, che non c’entra assolutamente nulla a mio parere con Carver (così ho letto in giro), ma c’entra tantissimo con Cheever e con una tradizione italiana in cui vedo Volponi assai presente (congiunto obliquamente con una linea “impossibile” che da Leopardi, passando per Pascoli, attraversa Michelstaedter – ma sia chiaro: queste sono impressioni mie e soltanto mie), non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, L’ubicazione del bene sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.
Cos’è allora? Secondo me, questo: è la rappresentazione della difficoltà metafisica che la Città di Dio sia la Città di Dio in Terra.
Non avrei altro da dire e ciò che in effetti più avanti scriverò in maniera più distesa, di fatto, non sarà altro che una desunzione da questa mia impressione, che tenterò di circostanziare in base al testo. Non conosco personalmente Giorgio Falco, ho soltanto letto il suo precedente libro (Pausa caffè, edito da Sironi), per il quale (come, immagino, per questo nuovo testo) c’è da ringraziare Giulio Mozzi (oltre che gli editori, Severino Cesari e Paolo Repetti).
Un unico elemento a conforto transitorio di quanto ho scritto: esiste un processo formale che conduce apparentemente dalla frammentazione all’identificazione di un filo rosso che permette di unificare il libro – da molti nuclei di racconti a un romanzo, in pratica; in realtà, avviene al contempo, nello stesso istante in cui un’unità si crea, la frammentazione di quella. Sul piano dell’allusione a cui rimanda il libro di Giorgio Falco, esattamente come in Falconer di John Cheever, ciò avviene quando ci si domanda, implicitamente quanto concretamente, come portare in Terra la Città di Dio. Ovvero, quale rapporto consustanziale si dà tra il vivente e il morto, tra la potenza incarnata della vita e quella disincarnante della morte.
A tale proposito, riporto un breve stralcio di dialogo da L’ubicazione del bene. Si parla di come nutrire un animale domestico che fino a qualche anno fa era esotico e oggi è invece la normalità dell’esotico: e cioè il serpente – animale che è simbolico assai, ma il cui portato simbolico viene qui trasceso in poche brevi battute:

– E per dargli da mangiare?
– Vuole dargli il vivo o il morto?
– Significa un animale vivo o un animale morto?
– Cibo vivo o cibo fresco morto.
– Cos’ha di vivo?
– Pulcini. Topolini bianchi.
– No, mi impressionano.
– I serpenti adorano il vivo.
– […] Vorrei abituarlo al morto.

Qui non c’è cinismo, non c’è poetica degli oggetti, non c’è ingaggio sul presente. Il significato esonda dalla significazione: l’allusione è a un senso non linguistico. Per questo, se si osserva all’apparenza della trama, si può avere l’impressione di un esercizio ballardiano: ciò che è più distante dal libro di Giorgio Falco. Perché in Ballard non c’è l’assalto metafisico, che è invece la cifra più naturale di Falco, a mio modo di vedere.
L’invito esplicito che formulo è a comperare e leggere L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (potete acquistarlo qui). A sostegno dell’invito, la lettura del primo capitolo del romanzo, con uno degli incipit più belli degli ultimi anni di narrativa italiana: qui (in pdf).