Un estratto da “La vita umana sul pianeta Terra”

giuseppegennamondadoriSu Affaritaliani.it è stato pubblicato un intero capitolo del romanzo.
Pubblico qui il capitolo in questione. Ci si trova nel quarto “quadro” del libro. Apparentemente potrebbe trattarsi di autofiction, ma non è così. Stando dietro a questo tipo di etichette, si tratterebbe di fiction autofiction. La scena è quella a cui si sarebbe potuto assistere entrando in un’enorme grattacielo dismesso, accanto alla Stazione Centrale di Milano, occupato nel 2012 dal collettivo Macao e sgomberato dalla polizia pochi giorni dopo. Per circoscrivere dettagliatamente la scena storica, ecco un ottimo link. In ogni caso, questo è un quadro in cui non entra il soggetto principale del romanzo, cioè lo stragista norvegese Anders Behring Breivik. In maniera apparentemente irregolare, tra i “quadri” dedicati alla storia e all’affaire Breivik, sono posizionati quadri che riguardano l’altro personaggio principale: uno “io” che, effettivamente, apparirebbe simile allo scrivente. Il quale, qui, banalmente, sale le scale di questo alto grattacielo milanese abbandonato. gg

torre-galfa-occupata-macao-milano (1)“Risalgo scale che portano in alto, in cima al grattacielo, sopra la città tutta, a un cielo gravido di minaccia.
E’ come una levitazione faticosa, essere schiacciati dal basso, verso l’atmosfera atomica, e vedere la città, tra vampe cupe.
Io sono: esausto, interrotto, estraniato.
Sto risalendo le scale pericolanti in cemento grezzo, all’interno di un grattacielo di Milano che, dismesso, è stato occupato da gruppi di artisti precari, per protestare contro l’assenza di sicurezza sociale: un lavoro degno e civile, che però nella storia dell’uomo mai è stato assicurato agli artisti. Gli artisti sono entità che vivono la miseria come si indossa un indumento intimo, capace di penetrare per osmosi il tessuto epidermico.
A piano terreno di questa torre, che si chiama Galfa, uno stuolo che impressiona di giovani, centinaia e centinaia, stanno facendo il loro lento ingresso, ma io già li ho abbandonati, ne sono stato già espulso da una sanzione che è soltanto mia interiore.
Tremo di paura ed elencherò i motivi e gli arabeschi terrificanti che istoriano l’interno di questo corpo che mi ritrovo addosso, di questa mente con cui non riesco a fare a meno.
Avverto la fine, sono accaduti fatti misteriosi e sorprendenti.
La Torre Galfa è un monolito di vetro, alto, trentatré piani, si erge accanto alla Stazione Centrale di Milano, tempio massonico che è stato confuso da una recente riorganizzazione architettonica. Appartiene, la Torre Galfa, al gruppo che fa capo a un tycoon dell’edilizia il quale, per via di certi processi intorno alle tangenti, ha trascorso un periodo in carcere, il suo compagno di cella affermava che cucinava portate sopraffine. Il suo sorriso obliquo ne maschera di scherno il volto. Il suo interesse è esclusivamente materiale, quasi che la materia, resa sopraffina dall’esposizione al fuoco universale, si convertisse tutta in puro diamante e lui potesse, alla resurrezione dei corpi, ascendere fatalmente a fare sua la totalità di quella gemma immane e ridicola. La tomba non lo spaventa, certi consigli di amministrazione gli incutono brividi maggiori. Ha lasciato deserta e inconclusa questa Torre Galfa, che i suoi ideali sottoposti, nuovi giovani e tribù metropolitane anarchiche, hanno occupato con un blitz inatteso ma non temuto, poiché gli abitanti di questa città che decade oramai non temono niente più.
Sono arrivato con certi amici, persi immediatamente nella folla che preme per entrare e si ferma a questo distributore metallico di birra all’entrata: una sorta di frigorifero orizzontale che perde liquido refrigerante e luppolo, in una pozza in cui si calpestano i piedi seminudi i partecipanti a questo happening politico.
Al primo piano si terrà la performance di uno dei gruppi teatrali di avanguardia invecchiata, a favore, si pensa, dei cittadini milanesi sensibili, che non sono più attratti se non da eventi ciclopici e diffusi in ciò che viene oggi definito “territorio” ed è in realtà una sorta di cava labirintica vasta e in dismissione, come la Torre Galfa.

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Dismessa, la Torre Galfa dispone di scale in cemento da muratura grezza, che salgono intorno al vuoto centrale: se si cade, qui si muore. Tra due giorni la polizia rimetterà a posto la situazione, la Torre Galfa avverrà che torni vuota e disabitata. Sfruttando un generatore mobile, gli occupanti hanno illuminato con bastoni in neon blu l’intero corpo dell’edificio. Spostarsi all’interno impone qualche cosa di subacqueo, pare di muoversi nello spazio non ridotto di un acquario immenso.
Le forme ciclopiche appaiono all’inizio e alla fine della civiltà.
Con le scarpe scamosciate lordate dalla pozza di birra commista al freon liquido all’entrata, io ho varcato la soglia di entrata, sono asceso al primo piano: cavi a nudo, sferzate di elettricità da cortocircuito, nella polvere di cemento dove sono adagiati i sacchi a pelo, piccoli gruppi che rollano canne, uno dei responsabili dell’occupazione passa al primo piano con un secchio d’acqua, la versa con scarsa meticolosità perché si formi la fanghiglia che impedisce alla polvere di cemento di intossicare i polmoni di chi sta qua.
Il primo piano, abbandonata la salita per invastigare intorno, è un open space pavimentato di cemento e gessi modificati, tutto è blu e natante, si galleggia per un’euforia ingiustificata, vado verso lo spazio della performance teatrale gratuita e ne misuro il grado di dilettantismo. Qualcuno suona uno strumento a corde, alle mie spalle, c’è già la calca e io, unico e interrotto, riprendo le scale e ricomincio la mia salita, punto al trentatreesimo piano.
Al terzo piano non si avverte rumore umano che rompa l’atmosfera in cui galleggio, i neon blu accesi simulano l’interno di un’astronave in Tarkovskij, io procedo in un silenzio ovattato, spaccato unicamente dalle forme irritate delle mie idee, che sono tremori e, infine, dalla paura di morire, unicamente il terrore di vivere e di morire.
Percorro le scale appoggiando la spalla della clavicola spezzata ai vetri delle pareti, al centro domina un foro largo metri quadri e predisposto a ospitare ascensori mai elevatisi, mai costruiti. Ho paura di cadere, il buco esercita un magnetismo che non posso spiegare, un dato fisico che ha il suo corrispettivo interiore nell’idea suicidaria. La spalla del mio giaccone è bisunta, si satura dello sporco oleoso depositatosi invisibile all’interno delle pareti in vetro. Vedo Milano discendere alla mia ascensione.
Lavoravo nell’editoria italiana a Milano e ne sono stato espulso, una sanzione improvvisa ma giustificata con cortesia ipocrita, la crisi finanziaria, l’economia reale colpita a morte mentre prospera l’economia irreale, nessuno in Italia legge i libri, il mercato è finito o si è radicalmente trasformato.
Non hanno i soldi e i vestiti stanno raggiungendo lo stato di abiti per i morti dopo la sepoltura: si tarmano, si sfilacciano gli orli, si bucano, c’è consunzione visibile che fa vergognare mentre si cammina, sempre stretti alle pareti dei casamenti, si sfrangiano, si perdono i bottoni e le cerniere saltano.
La vocazione della realtà a farci coincidere con quanto è il momento ci sconcerta.
Salgo. I gradini della Torre Galfa stampano polvere di calce sulle scarpe scamosciate, con la suola incrinata e pronta a spalancarsi in un buco. Non riesco a concentrarmi sulla città al buio, fuori dai vetri delle pareti, le sue luminarie spente e pochi veicoli che sfrecciano verso la stazione – lo sguardo si ferma prima, al riflesso del mio volto sul vetro.
Salgo e vedo me stesso.
Le scale rampicano solide e fatali, il buco centrale è ampio.
Il mio pensiero è rotto dalle spaccature di ansia e da flash di panico. Il futuro terrorizzava, in questi tempi contemporanei della modernità, uno fatica a scrivere, si trova nella condizione di estrarre con una lentezza inusitata ogni parola, levigarla e ripulirla come un residuo di coke, perché illumini di riflesso essendo essa stessa nera. Questa adulazione finta che è la parola è stolida.
Il libro sta morendo, da un lato polverizzatosi in una nube ecumenica, dall’altra condotto a termine dalla cecità di editori con cui mi scontro. Mi scontro con la negazione, osservo i loro sguardi che trapassano e riducono a penuria umana.
Ci si aggira tra molti umani come chiunque sempre. Chiunque, in questa sfoglia di tempo piccolo, interagisce e parla un lungo e metodico monologo tecnico. I dati sono storati in una cloud. La società dei servizi è collassata, come potrebbe la Torre Galfa da un attimo con l’altro. Il buco centrale, intorno a cui si sviluppano i gradini a mo’ di chiocciola, è oscuro, potrebbe sospendere il tempo, la sospensione è la medicina estrema alla malattia del tempo secondo tutti.
La torma degli altri umani in questi giorni non ha nome unico ma esercita uno sguardo vuoto, privo di pesenza, perso in una strana distrazione senza la noia. I ragionamenti si sono rattrappiti all’esistente, la lingua è divenuta secondaria, minoritaria, una sottonuvola dove stipare pensieri di semplicità sboccata, aggressivi e nitidi, capaci di disorientare.
Qualcosa è accaduto che dà agli uni il panico e a altri una finzione di gioia.
Girano fantasmi stinti, percorrono i viali e i corsi decadenti e grigi, sbrecciati da buche e rattoppi in catrame, le serrande abbassate nei negozi morti, e si accalcano in locali con il junk food. La Rete è un regno ubiquo e statico.
La noia svolgeva il ruolo di vicario della sovrana, che è la meraviglia. La fantasia, lungi dalla presa del potere, pascola in radure oscure la sua erba veccia.
Io calco la calce, salgo in un’ascesa e tremo. Sfugge, a me, il momento presente, sono costretto alla fuga dal rostro del futuro che avanza, implacabile e impersonale, m’avverto non al centro dell’universo ma a quello della catastrofe.

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Improvvisamente le scale terminano in un supplemento minuscolo serrato di corrimano metallico, al termine del quale una porta arrugginita dà sulla terrazza al trentatreesimo piano della Torre Galfa.
Affronto i gradini, più alti, l’acido lattico mi inibisce i polpacci, fattisi duri, e esco.
Ecco Milano la dilavata, la caduta, l’irredenta. Vivo nel corpo cadaverico di un paese illusosi di essere città, metropoli, capitale europea. Di qui è partito un movimento sordo, italico, un rumore bianco che ha adeguato a sé i pensieri e i sensi.
La realtà è sempre a un punto tale che pare un’aberrazione. L’amore è sublimato in una sostanza aerea e panica. Le sue volute fumantine e sontuose hanno abbandonato da mesi e anni questo territorio. E le figure meschine andate a male, le finzioni per impressionare, i teatri passionali e violenti non essudano più collante e vengono a scivolare sui corpi molli di coloro che possono aiutarsi.
Milano dall’alto: è una ridondanza di tenebra, un meticciato, è indecifrabile. Si osservano, trentatré piani sotto, come insetti i giovani in fila per pentrare nella Torre Galfa, più in là la spianata della Stazione Centrale in cui sono individuabili dall’occhio i tossici dell’Atlante, e gli italiani, che pietiscono una dose, anche tagliata. La mattina, a poche decine di metri da lì, passano universitari e manager ad approvvigionarsi di speed, che si inoculano solitari, per affrontare una giornata e stornare l’ansia in una euforia momentanea. Guardo.
Il pensiero degli umani non è minimamente riconducibile agli umani stessi. Il mito della storia è imploso, come una piccola carica farebbe crollare su se stessa questa Torre Galfa, svuotata e impraticabile. Il pensiero pare avere perduto tridimensionalità. Un marketing, un multitasking lo ha reso bidimensionale. La mente non ha centro. Ogni evento è uno schermo tousch all’apparenza, che, perduta centralità e smarrito l’interesse del momento, non lascia tracce e abbandona il posto al pensiero bilaterale successivo, un nuovo schermo modificabile a piacere ma solo entro limiti già dati. Il gesto non graffia più né la storia né la memoria. C’è la sabbia strana degli immaginari. La televisione è implosa, collassata, frammentata in una marea multicolore. La digitalizzazione del pensiero è una sua reductio ad unum: uno schermo salvifico per istanti o giorni, poi sostituito da un altro schermo e questo sarà avvicendato da uno schermo successivo.
Enorme nel cielo indaco inquinato di polveri su Milano vedo trasparire una sagoma traslucida del giocatore di calcio Mario Balotelli, che ha siglato il secondo goal alla squadra tedesca nella semifinale agli Europei 2012: ha segnato, solitario, al goal si è fermato, si è spogliato della maglietta azzurra, si è messo in posa da Hulk o da wrestler o da esibizionista a un concorso per i body builder, ha gonfiato i muscoli delle spalle e del torace e dell’addome, immobile e statuale, arcaico e tribale, aborigeno e fumettistico, il volto concentrato sul nulla, prima di essere raggiunto dai compagni in festa. Questa immagine è bidimensionale e è apparsa nel mondo sulle prime pagine dei quotidiani stranieri on line e poi di carta, e non solo testate sportive. Essa si candida a preludio del memorabile, ma non supererà mai l’intensità minima con cui la memoria deposita nell’immaginario la sua selezione del mondo.
E’ enorme ovunque questo corpo di carne scolpita, nuda, fiera, c’è qualcosa di primario, c’è qualcosa di contemporaneo che sfugge all’attenzione e subissa il mondo, scomparendo appena appare. Noi stiamo per scoprire la potenza dell’istante in questo tempo…
Stringo i pugni intorno alla staccionata in barre metalliche.
Vorrei lanciarmi sotto, vedere scorrere di un fiato i vetri e i cementi, un corpo psicofarmacologico che non regge più allo stridìo della realtà.
La calce bianca polverizzata sulle mie scarpe di finto camoscio commina la sua sentenza di sopravvivenza. Si guarda la polvere, si sente di esistere, ci si incanta…
Ogni dato sensibile è un amo che mi trattiene qui, immobile in pericolo.
Mi allontano dalla balaustra, discendo le scale, torno.
Che fine hanno fatto i giorni amorosi, profumati di gelsomino nelle vie nascoste a Città Studi? Come è cresciuto questo corpo, risultato di un inghiottire cibo in anni e anni?
E cosa erano i libri, quando crescevo con questo corpo, ammassando cibo?
Foreste cartificate dove non è garantito il futuro, tanto quanto essi, tradendo ogni promessa, non garantiscono il passato, raccontandolo male, inventandoselo, una autentica fantascienza. La loro distanza dalla vita è siderea, incalcolabile quella dalla sopravvivenza. Lo sguardo li interrogava, ricordo.
I piani deserti e ingannevoli della Torre Galfa come stazioni di pellegrinaggio: discendo tra fantasmi miei verso gli altri umani, bianchi, in una bolla blu di neon che non offende la vista, un ambiente simile a quello ittico, dove io umano ritrovo l’impotenza di certe origini marine della vita sul pianeta Terra.
Torno al primo piano, tra i giovani, alla ricerca di amici nello sconforto freddo, dove si tiene la performance teatrale e l’occupazione politica, vedo pallida la body artist tremare convulsa e dondolare, un moto epilettico che non parla a nessuno, ma scatena l’applauso, dove è l’urlo della scimmia antenata.

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