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April 09, 2015 at 10:42AM


“Ripresa delle pubbliche attività dal vivo di Giuseppe Genna”
Sono molto sorpreso di essere sorpreso che finora nessun “pubblicamente” si sia mostrato interessato al saggio “Io sono” ( Il Saggiatore, http://amzn.to/1GH8m5p). Ero preparato a un disinteresse della microcomponente giornalistica intellettuale mediale specialistica, ovviamente, considerata la materia (chi può essere interessato “pubblicamente” a un lavoro su psicologia, terapia, metafisica, testualità?); inoltre non mi è mai venuto in mente di avere diritto o dovere a godere di recensioni o attenzione in genere. Tuttavia scalpita l'”io”, che nel libro è appunto oggetto di ricollocazione in un orizzonte più ampio, e cioè quello della coscienza, intesa come mera sensazione di essere. Uno vorrebbe essere visto, evidentemente, e vorrebbe essere visto sempre. Da chi? Non basta lo sguardo affettuoso e partecipe, che si affatica per passione e fiducia, degli amici? Pare di no. Continuando a osservare le cazzate di cui straparlano in sedi che nessuno bada più, ammesso che qualcuno le abbia mai badate, io constato che desidererei stare in quelle sedi? Non proprio; nel senso che di fatto non mi frega nulla e però mi frega. Perché? Perché “io” desidera tutto e desidera la realizzazione di questo desiderio onnipotenziale: l’onnipotenzialità come onnipotenza, questa è una tipica cifra egoica. Tale cifra è inerme e tenera, in quanto è bambina. Tuttavia, da “dentro”, non fa affatto tenerezza, perché uno continua a essere bimbo ma non lo sente, a 45 anni pretende di essere trattato da adulto e l’età adulta, pensata in questo modo, è un sinonimo di “io”: è l’appropriatezza di chi desidera appropriarsi, riportare tutto a sé. C’è poi un rammarico istantaneo, significativo per quanto anche transeunte, che è più onesto dell’appiccicosa modalità colloidale dell'”io” ed è l’attenzione a parte di ciò che si è fatto: ovvero “l’argomento” di cui si è trattato, in questo caso il paradigma di una salute della mente, di uno stare che non coincide con i disagi e i conflitti che sono la vita psichica di ciascuno che abbia avuto la felice e sofferta sorte di abitare in forma umana su questo pianeta. Che bello sarebbe discutere, oggi e con modalità da inventarsi, della trasformazione del paradigma psicoanalitico, della pratica a cui spinge l’attività filosofica, della concreta attività metafisica che non ha nulla a che vedere con la storia della filosofia per come è stata insegnata nei decenni scorsi in questa minima porzione di occidente, la quale parla la “lingua del sì” e che è capace di mettere sotto oblio la sua preternaturale attività poetica! E incredibilmente il dato che giungerebbe a cancellare queste irritazioni e queste ridicole frustrazioni personali: il libro “funziona”, “sta andando”, “vende”: raggiunge lettrici e lettori. In questo abbraccio cieco, bilateralmente cieco (chi legge non ha davanti chi scrive e viceversa, in entrambi i casi è un testo a rappresentare la possibilità dell’abbraccio), si dà una possibilità di politica: è dove si agisce per incontro, comunione, con tutte le dualità che ne scaturiscono, cioè la pace e il conflitto in ogni possibile declinazione. Eppure questo testo non è mio, sebbene sia carico di mie vergogne. Esso nemmeno si conclude in sé come testo: è un invito a leggere coloro che sono richiamati nelle pochissime note presenti a piè di pagina. Tantomeno è mia la materia, che è eterna, in relazione all’impermanenza del fenomeno generale in cui accade, che è l’orizzonte umano, essendosi sempre proposta l’attività di cura di sé che qui si ripropone per l’ennesima volta e, per l’appunto, senza pretese. Allora ho preso la decisione che, sebbene non desideri partecipare usualmente a occasioni pubbliche, forse questa volta è il caso che lo faccia e quindi mi metto al lavoro per andare di città in città a portare quell’abbraccio, perché da cieco si faccia abile alla miopia. Poiché la cecità è il corrispettivo oculare del silenzio e soltanto nel silenzio avviene la reintegrazione di se stessi in se stessi, è chiaro che questa vista dell’abbraccio è una proiezione disperata dell'”io”, non è naturale; ma è anche chiaro che, in un senso relativo, non c’è nulla di naturale o artificiale, anche l’artificiale è natura, ha una sua legittimità, che però non è assolutezza. Andiamo a parlare di coscienza e di psiche, di silenzio e di voce, di testo e di storia: c’è lo “io”, è uno spettacolo.

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