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June 18, 2015 at 11:58PM

«Di Prometeo narrano quattro leggende:
Secondo la prima egli, avendo tradito gli dèi in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso e gli dèi mandarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente.
La seconda narra che Prometeo, per il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più contro la roccia finché divenne una cosa sola con essa.
Secondo la terza, il suo tradimento venne dimenticato attraverso i millenni; gli dèi, le aquile, egli stesso dimenticarono.
Secondo la quarta, tutti si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente.
Rimase l’inesplicabile montagna di roccia. La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Poiché nasce da un fondo di verità, deve finire nell’inesplicabile».
Se uno si sente Prometeo, la cura non definitiva risiede nella narrazione, nella punizione infinita, nella scomparsa da se stessi per identificazione, nella stanchezza e nella capacità di stare nell’inesplicabile.
Fatto sta, che la verità non va curata, poiché è la cura.

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