Una lettera a qualcuno da “Italia De Profundis”

italiadeprofundis[da Italia De Profundis, minimum fax]

“Carissimo,
la tua idea della letteratura mi fa schifo. Neanche: siccome non hai un’idea della letteratura, non posso nemmeno detestare qualcosa che non esiste. Il che significa che odio te, direttamente te, personalmente e nello specifico. Nonostante non ti incontri di persona da anni, conosco quanto dici e quanto fai, insistentemente, sempre – questo ronzio del moscone sulla merda e questo silenzio della merda davanti al calabrone sono, insieme, la medesima cosa: cioè te. Nonostante tu non abbia alcuna idea della letteratura, pensi di averla e propali il tuo credo imbecille che è praticamente ovunque. E’ un credo che è un’allucinazione collettiva e trascina tutto nell’abusata situazione di una ripetuta sodomia: politica, lavoro, musica, televisione, cinema, nutrizione, gioco – non c’è àmbito in cui questo credo non si sia spalmato e abbia mutato i rapporti che correvano tra queste espressioni umane e gli uomini. In praticolare, però, ai tuoi occhi tu incarni il messia di questo credo in àmbito letterario.

Vieti e promuovi quello che nemmeno ti piace, vittima idiota di te stesso, ma ti sostituisci all’umanità intera e decreti come e cosa l’umanità desidera. Censuri, sofficemente interdici, fai soffrire col sorriso sulle labbra, detieni una verità da bigliettino dei dolcetti cinesi circa il futuro della letteratura, ti inoculi come un ultracorpo nel lettore e nello scrittore e nell’editore, detti la tua legge disarmonica spacciandola per armonia e preveggenza. Spari pallottole fatte di vuoto, di nulla. La tua finta e pelosa umiltà, soprattutto quando si parla di te, è insopportabile e cela un’egomania che sarebbe mostruosa, se tu avessi un ego – il che, e qui sta la tragedia e la commedia di cui sei vittima e protagonista, non hai. Non sai cos’è l’io, figurarsi se sai cos’è il tu, il noi, il loro.

Sei un criminale in libertà a cui non solo viene garantita una splendida impunità, ma viene anche recapitato il dono dell’indifferenza rispetto alla fatica, al duro lavoro, allo scavo dell’interiorità.

Sei il cieco preposto a guidare gli inermi. Ti è andata bene per una ventina d’anni. Adesso, sulla tua strada, che presumi liscia e senza insidie, si affollano i barboni che, a differenza di te, non sono ciechi e ci vedono benissimo e iniziano a sgambettarti, a buttarti a terra: nel fango in cui meriti di stare.

Tu quando leggi, leggi pensando ad altro e sei incapace di rimanere nel presente. Non sai più cosa ti piace, te lo devono dire gli altri, che peraltro non sei in grado di intendere, e comunque prima ancora di aprire gli occhi cisposi il mattino non ti viene nemmeno in mente di affrontare il problema reale: che consiste non nel fatto di non sapere cosa desideri, ma addirittura di non avere alcun desiderio. Questo stato di anoressia emotiva, tu lo scambi per illuminazione, poiché ti hanno suggerito che gli illuminati hanno oltrepassato ogni desiderio. Tu stai invece dalla parte opposta: non hai mai conosciuto davvero il desiderio, quindi non puoi trascenderlo.

In verità, tutta la tua vita sconcertantemente ordinaria, piccoloborghese, frustratissima e alienata, dimostra che un desiderio l’hai provato e sei perfino riuscito a realizzarlo nella maniera più spettacolare. Si tratta del desiderio di impotenza. Tu fondamentalmente provi il desiderio dell’impotenza assoluta, sei stanchissimo, per te il mondo è un inenarrabile (prendi nota dell’aggettivo) peso da portare, inesplicabile e, in quanto inesplicabile, che non può essere interrogato. Quindi, non lo interroghi. Non lo interroghi perché, non potendo avere risposta, proveresti un tale dolore che schianteresti. Solo l’io attraversa il dolore, ma tu, l’io, non ce l’hai. Sei un funzionario della semivita e perciò, se ti dicono che a certe domande non c’è risposta, tu quelle domande o non te le fai o fai finta di fartele – nel secondo caso somministrando lezioni in forma di messali. Tu non hai l’io perché, nemmeno avendolo scelto, sei una disumana nebula che contamina uno spettro di un imprecisato noi con un ameboide fantasma di tu. Tu non sei amletico, ma hitleriano – un hitleriano che ha sostituito le adunanze di militi fanatici con angoscianti monologhi propedeutici delle tue nevrosi, convegni in sedi varie, sterminati gossip intrisi di venefica cattiveria assolutamente gratuita, con l’indegnità di un esercizio cinese del potere meschinello che volente o nolente (volente, sia chiaro…) eserciti e che non ti accorgi essere esso stesso un fantasma del potere: il potere non è quella cosa lì, ma tu ti crogioli nella tua convinzione fantasmatica di detenere un pesante fardello di responsabilità decisionali, nonostante rifiuti in apparenza il ruolo regale a cui segretamente aspiri, pur non avendo la minima idea di quale sforzo e quale lavoro interiore comporti l’essere re.

Hai sostituito l’incanto con l’utilità spacciandola per incanto, la sapienza con il sapere spacciato fumosamente come sapienza che non si può rivelare, il gioco con regole astratte e totalmente prive di creatività. Hai fatto della libertà un feticcio e quindi una schiavitù. Sei letteralmente una merda: cioè il deposito di rifiuti inerti di un enorme intestino sociale. Sei il paramecio che, al culmine della sua vitalità, scodinzola al microscopio tra i villi intestinali: si nutre di merda e metabolizza la merda, abita nella merda e nella merda muore, venendo espulso nella merda.

La tua idea di letteratura è impacchettata, nel preciso momento in cui dichari che il pacco è aperto o, peggio, che non esiste più il pacco. E’ cofanata con colori sgargianti e cellophane. Hai addirittura sviluppato un feticismo insensato rispetto a questo fossile in cui la letteratura viene inscatolata: passi ore a decidere quella confezione e giorni a tastare quella conchiglia iridescente, che “buca”, che “si vede lontano un chilometro”, la acquisti e la tasti e lì finisce il tuo piacere. Se il tuo piacere continua, continua aprendo la scatola e tastando quello che c’è all’interno come se fosse quello che c’è all’esterno. Nemmeno ti rendi conto che, così facendo, esprimi un’estetica dello zero, che dài vita alla morte, che spalanchi un buco nero in cui tutto viene e verrà digerito. Non sei consapevole di essere un coiffeur, il che già ti nobiliterebbe sul piano del significante, poiché in realtà sei semplicemente un parrucchiere: un parrucchiere che vive nel terrore di non essere il principale ma il suo garzone. Ti basta il diploma dell’istituto professionale, che attesti che non sei un garzone, ma un parrucchiere. Dopodiché, vivi decenni facendo il parrucchiere che aspetta o trova i clienti. Poi muori.

La tua idea di letteratura è questa: linearità, prevedibilità, acquistabilità, lingua media, nulla di eversivo o troppo anarchico, esattamente nel momento in cui ti senti vox in deserto clamans, che predica abolizione della linearità, della prevedibilità, dell’acquistabilità della lingua media, e ti proponi come eversore e anarchico. Il tuo sogno è la reclusione del disordine nei cassetti, della polvere sotto il tappeto, dell’uomo nella gabbia allo zoo. Tu sai cosa vende o non vende, cosa il lettore può leggere o non leggere, cosa l’editore può fare o non fare, cosa lo scrittore deve o non deve scrivere, cosa l’accademia accoglie come critica legittima o ignora, cosa il premier apprezza o non apprezza, cosa lo scherano del premier apprezza o non apprezza. Se scrivi, azzeri. Pensi di essere qualcosa, di inventare qualcosa, che quel qualcosa, che è inesistente, sia tuo. Non va bene se la trama e la scrittura e il Romanzo o la Poesia non sono inclusivi di tutto e tieni lezioni di una morale talmente pretesca e paracattolica (anche se cattolico non sei o non sei mai stato), che ascoltarti alle adunanze di popolino di nicchia e agli incontri per specialisti è patetico e irritante. La tua letteratura non è sottoletteratura (modalità con cui agevolmente bolli chi è un artista, poiché non lo comprendi): è proprio antiletteratura e perciò, per me, sei il nemico.

Sei ironico, autoironico, contraddittorio senza pagare pegno, sei il killer e al tempo stesso la vittima, sei l’intellettuale e al tempo stesso l’antintellettuale, sei il creativo e al tempo stesso il commerciale, sei la violenza e al tempo stesso la diplomazia, sei il detentore e al tempo stesso il detenuto. Faresti ridere se non facessi – letteralmente, letterariamente – piangere.
Sei un cretino. Non un cretino inutile: un cretino dannoso.

In molti hanno parlato di te, da sempre, ma oggi sei più cretino e più dannoso che mai. Victor Hugo, in Notre Dame, fece pisciare il suo narratore in un portone: era quello del suo editore. A un suo scrittore, mai passato alla storia della letteratura, Gaston Gallimard fece pervenire un vaffanculo per telegramma, quando seppe che il romanziere si lamentava per non avere vinto il Goncourt. C’è sempre stato, quindi, qualcuno che pisciava addosso o spediva telegrammi di minaccia ai cretini. Il problema, oggi come sempre, è che pretendi di essere tu l’emendatore dei cretini. Sono passati vent’anni dall’ultima volta che qualcuno ha avuto l’impudenza di mingere o di contattare le Poste per confermare che il cretino sei tu.

L’arte non esiste più, secondo te. Tu oggi, se ricevessi un manoscritto di Miller, lo rifiuteresti; se si presentasse da te, in facoltà, Immanuel Kant, non gli daresti una cattedra; se sulla tua scrivania di critico finisse un libro di Joyce, non te ne cureresti; se ti capitasse in testa la medesima struttura narrativa di Uwe Johnson, che non sai nemmeno chi è a meno che tu l’abbia letto ma senza riuscire a capirci nulla, non ti impegneresti a darle una forma reale. La tua arma letale è la pena: per te, in quanto non ne vale mai la pena; per me, in quanto mi fai e mi dài pena.

La tua identità è sfuggente poiché il tuo nome è legione, esattamente come previsto dal filosofo che impazzì abbracciando un cavallo torinese. Sostieni che la letteratura deve raccontare storie epiche come Star Trek, anche se ne hai visto in gioventù soltanto qualche puntata, oppure non è, e quindi vada implicitamente affanculo Celan, per il quale peraltro esprimi un’altissima stima oppure fai finta di esprimerla non avendolo mai compreso ma sapendo che si deve esprimere un’altissima stima.

Vuoi pubblicare un poema in ventidue libri, uno ogni sei mesi; vuoi pubblicare una cosmogonia in pentalogia, un volume all’anno; vuoi scrivere un saggio brillante sugli aspetti secondari del volo delle api, molto raffinato e alessandrino; vuoi pubblicare una collana che è la crème dell’editoria italiana; vuoi canonizzare gli autori non disponendo minimamente di canone, nonostante da anni tu protragga la tua ipocrita battaglia per la liberazione dai canoni; vuoi forgiare giovani menti per farle diventare i futuri tetraplegici a cui mettere le redini per tirare la tua carretta; vuoi piazzare tre tuoi studenti che sono idioti e non ti danneggeranno in un concorso per cattedra alla facoltà di Canicattì, così tutti sanno che sei un barone e sei potente; vuoi leggere quello che leggono tutti e che si legge sui giornali che si deve leggere, quando ormai nessuno legge il giornale e, se lo legge, non legge lì cosa deve leggere; vuoi rivoluzionare il giornalismo, che esiste da un paio di secoli prima che tu nascessi, e parli male dei giornalisti e accetti la prima collaborazione giornalistica che ti viene offerta.

Per te, non è un incubo fare la fame, bensì l’idea di fare la fame.

Vuoi la scarica dell’energia che ti senti compressa dentro, quando non è che la batteria sia scarica: è che non c’è batteria.

Gongoli perché dicono che sei il miglior scrittore, il miglior critico, il miglior editore, il miglior docente, il migliore – anche se stai zitto e fai finta di non gongolare, eviti di parlare di queste cose, è risaputo (perché l’hai detto a tutti) che a te non te ne frega niente di questi giudizi, tu gongoli, godi, fai la giravolta schiena a terra nella lana di polvere sul pavimento sporco del monolocale in cui conduci un’esistenza squallida, priva di qualunque slancio di generosità.

Sei anche brutto: brutto fisicamente. C’è, in te, un difetto fisico madornale. In ragione di questo difetto, molti diventano cattolici, tu diventi un umanista o credi di esserlo diventato.

Sei solo e stai in mezzo a una selva di appuntamenti che stordirebbe qualunque essere umano normodotato. Ti lamenti continuamente di essere stordito da questa selva di appuntamenti e, da anni, continui a vivere tra un appuntamento e l’altro.

Odii gli intellettuali e però senti di essere un intellettuale. Chi ti abbia dato questa patente, non si sa.

Straordinario: è cosa certissima che nutri un’immotivata avversione per la poesia, e tutto quello che pensi e che dici è antipoetico. Oppure nutri un amore sconfinato per la poesia, ma davvero non sei in grado di dire se una poesia è tale. Allo stesso modo, odiavi il giallo, adesso per te non esiste che il noir oppure ciò che assolutamente non può essere noir anche se non sai bene cosa sia. Poi è la volta della fantascienza, di cui non sai nulla, ma che per te può portare vantaggi quando sposti l’asse dei tuoi interessi e proclami l’ennesima rivoluzione tematica e stilistica di cui vuoi essere protagonista. Nonostante ciò, fornisci vaghe e dittatoriali indicazioni come se tu sapessi benissimo cos’è quella roba lì che sarebbe l’alta letteratura.

La narrativa da aristocrazia nera ti piace e, così dicendo, sembri uno di quegli homeless che aspirano a qualche resto fuori dal banchetto serale dei nobili. Ti fregi di raffinatezza, non esprimi alcun interesse personale, non hai il coraggio di fare un viaggio perché ti piace, prendi l’aereo solo per adempiere a confusi doveri, tipo vedere davvero com’è Praga per scrivere un romanzo alla Eco. Accetti insegnamenti di discipline diverse da quelle che hai studiato. Prendi una barca di soldi da chi ti fa schifo, oppure non prendi un euro e, incattivito, parli male di coloro che pagano.

Sei indegno sotto tutti i punti di vista: il sicario dell’inumano, il sex appeal dell’organico inteso stercorariamente, il profeta della nuova verità che sta per spalancarsi nel mondo. La tua epoca è per te l’unico tempo legittimo anche se professi un’incredibile umiltà rispetto agli altri tempi e agli uomini che ci vivevano.

Sei cimiteriale.

Sei il cosacco di Tolstoj che, con la pallottola in fronte, continua a correre per inerzia come se fosse vivo.

Non tramonterai mai, ma non ti rendi conto di essere un trascurabile piccolo sole in una via lattea di astri incredibilmente più luminosi di te. Poi non è vero che non tramonterai mai: prima o poi, tramonterai. Dicono le Scritture, che non conosci se non per brandelli occasionalmente incontrati nel corso della tua vergognosa esistenza: tutto quello che ha avuto un inizio avrà una fine.

Abbatterti è il mio sogno, la mia storia, il mio compito.

 

Abbi cura di te. Anzi, non avercela: impara qualcosa: non avere cura di te…”

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