“Bambini di ferro” di Viola Di Grado

bambini-di-ferroAvverto ormai una tale debolezza e una così pallida infiorescenza nella percezione generalizzata dei testi, e di riflesso, da quanto vedo, nella produzione stessa dei testi e non solo in lingua italiana, che mi azzardo sempre più raramente a parlarne, a indicare: mi sembra che la testualità abbia assunto i caratteri di un lavoro sempre più intimo e sempre più profetico, se profeta è colui o colei che urla vanamente nel deserto. Mi accartoccio pensando i testi miei, ravvedendo problemi mai sperimentati prima da me, quanto a mimesi e lavoro attorno a un mito centrale, al simbolico, che in questo passaggio mi pare sfumato, non esserci più. Però sono felicemente costretto a dire dei “Bambini di ferro” di Viola Di Grado (La nave di Teseo, euro 18), che sto leggendo. Un tempo, nemmeno tanto lontano, che però è anche questo tempo, si consumava l’abitudine a ricondurre a generi le scritture, forse per stare tranquilli, per indicare una tassonomia che non esponesse al grado zero a cui le scritture felici (che sono latrici di grande infelicità) costringono il giudizio, mettendo a dura prova l’egoità di chi legge, dopo avere infranto quella di chi scrive. A quei tempi si sarebbe detto anzitutto che il romanzo (già una tassonomia di genere…) di Viola Di Grado è una distopia: si sta in un’era imprecisa, comunque futura, ibridi e umani biologici fanno comunità distaccate ontologicamente. Su questo assunto, il distacco tra biologico e artificiale nel cuore dell’umano, la scrittrice gioca una partita letteraria antica, perché mostra come la continuità sia garantita dall’unico mito che attraversa intatto i tempi, non appartenendo ai tempi, ma crollando in essi, in forme non necessariamente distinte: è la narrazione metafisica, che esplode nelle saghe mitologiche o in forma malcerta di religiosità. E’ invece la sostanza del tutto, del tempo e dello spazio, la autentica sostanza animica, che si incarna o si materializza, nell’illusione di mondo in cui siamo o in cui sono, per esempio, i personaggi di questo libro inclassificabile e mutageno, sorretto da una scrittura all’apparenza pulita e nitida, increspata via via dalle scosse di una lingua sorprendente, anzitutto nell’aggettivazione o nelle diversioni lessicali (“la testa bianco neon”, “torte gigantesche di saccarosio e gelatina di maiale”, “guasto sostanziale”…). Connettendo la grande narrazione mitica, una sorta di anti-“Siddharta”, a un futuro percepito come variazione possibile dell’età del ferro (o Kali Yuga), Di Grado opera uno spostamento macroscopico, ambientando le vicende non in un Oriente, ma in più Orienti: fa culminare la sua scrittura, da principio, in un esotismo che è l’apice dell’alienazione per il lettore: qualcosa che riconosce e di cui però non ha piena esperienza. Si intrecciano kafkismi, cioè inorganicità che parlano e sentono o non sentono o sentono in modo altro, senza precipitare nel buio del più antico dei giorni, ma nella luce artificiale di un presente che non si sa più nemmeno se è storico. Vibra ovunque la tensione alla visione, non nel senso che il fatto linguistico sia secondario, bensì nella consapevolezza che la comunicazione letteraria è una forma offuscata di telepatia concreta, più pesante dell’assetto istantaneo che assume la telepatia negli studi neuroscientifici attuali. Lo strenuo attaccamento alla forma umana è dato dalla persistenza dell’emotivo, del desiderio di essere amati (amate) e di amare, ma siamo un passo prima di una vicenda che probabilmente preme alle porte cerebrali e destinali della scrittrice Viola Di Grado: una narrazione di consapevolezza pura, vuota nel senso dell’avvertimento della pura “possibilità di”. Non è un caso che sia la forma ultima e primaria a essere messa sotto la lente della continua progressione a cui lo sguardo si sottopone narrando: è la maternità e l’infinitudine dei surrogati e il ritorno a una maternità cosmica. E non è forse un caso o un’immagine tra le altre quella per cui Di Grado sceglie un mutismo selettivo, ai limiti dell’assolutezza: si è muti ma si vive e si causano storie e spostamenti, e si sceglie o si è scelti quanto agli interlocutori: sembra un bilancio dinamico e in divenire della potenza e delle funzioni della scrittura stessa. Regesto accusatorio sull’andamento ciclico dei tempi universali, urlo disperato contro e dentro la decadenza e la metallizzazione di un’epoca di svolta e passaggio che stiamo vivendo, questa narrativa è proprio all’altezza dei tempi e, per quanto mi pare, tra l’istituto Gokuraku e quell’orfano universale che è Buddha Sakyamuni, uno dei pochi rimbalzi possibili, capaci di creare l’arco voltaico tra immagine e parola, tra storia e assenza di storia, tra adulto e bambino, tra danno e riparazione dello stesso, tra ragionamento sull’umano e il suo possibile e probabile trascendimento, tra lirico e ciò che una volta fu l’epico, tra narrazione laica e storia sacra.

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