Dal fantasma morto al fantasma non nato

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Appunti per il libro che si sta facendo. Per come e dove mi trovo, la questione si pone in questi termini: sostituire il fantasma del passato con il fantasma del futuro. Qui risiede l’epistemologia di un’opera che, in quanto desidererebbe essere tale, non avrebbe proprio da sorreggersi su epistemologie, a meno che l’epistemologia non fosse un elemento della poetica: esiste forse un’epistemologia di Hugo o di Kafka? In Aristotele, per esempio, l’epistemologia è certamente una questione di poetica, poiché si tratta di declinazioni di una medesima sostanza, che è l’ontologia: la metafisica. Fatto sta che, per condurre a termine l’opera, è fondamentale scrivere anche del tempo che vivo, il che non significa imitarlo in qualche modo, per esprimerlo o rappresentarlo.
E’ una questione di soggetto storico, che sono proprio io, con i miei disagi e le mie disperazioni, nella rinuncia previa non soltanto alla mimesi, ma anche allo sfogo di scrittura attraverso cui nel caso si dia l’emersione a fattori universali. Questa possibilità è precisamente ciò che mi viene negato dal tempo che vivo: salta il simbolico, non esiste alcuna differenza tra particolare e universale: c’è una sostanza, una vibrazione, un circuito di pulsione fondamentale, che sono ovunque. Per esempio: il problema dell’amore o della morte, che un tempo erano comunque problemi, “gettati contro” nella scriminatura tra individuo e universo, offrono una nudità che lascia senza parole, letteralmente, il che non è un serbatoio vuoto in cui mettere le parole stesse. E la storia: la storia… Disponevo di fantasmi che stavano alle spalle, simboli di qualcosa che avevo o che avevano vissuto, e oggi invece osservo per la prima volta nella mia esistenza il fenomeno di umani su cui il tempo passato non esercita alcun magnetismo. Ciò avviene per un’accelerazione o per una mutazione antropologica nel luogo e nel tempo in cui vivo? Forse è così o forse invecchio e male, soffrendo troppo o in modo sbagliato. A me pare che chiunque, qui e ora, sia attratto, sapendolo o meno, da un futuro la cui imminenza è sconcertante e modifica il gioco complesso delle forze di gravità, creando ciò che in astronomia si dice: aberrazione. L’aberrazione è un mostro o, se si vuole, un fantasma. Se prima il passato creava aberrazione, comminando una sorta di reducismo e fornendo un’epistemologia e una poetica a chi lavorava alle opere, oggi nemmeno permette l’esperienza veritativa di una fantascienza o di una fantasia. Il salto per fantasia si compie appunto col fantasma. Se prima era un fantasma in quanto aveva vissuto ed era trapassato, come Alfredino o Stefano Cucchi, oggi ciò si trasforma per me (dico: per me) nel fantasma di ciò che non è morto in quanto ancora deve vivere – e tale fantasma è la figura, priva forse di sagoma, di cui vado a scrivere.

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