L’altissima velocità di “Un viaggio che non promettiamo breve”: il saggiopoema di Wu Ming 1

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Oltre la narrazione c’è la realtà insieme allo stile. Oltre alla realtà e allo stile c’è l’epopea strana, complessa, collaterale e centralissima, collettiva, più che epica, scomoda, scalena. A una simile impresa ha lavorato Wu Ming 1 in “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi. Non è la prima volta che esprimo ammirazione per WM1, ovvero Roberto Bui, scrittore in sé oltre che componente di un collettivo autoriale che anche i detrattori ammettono essere risultato protagonista in almeno due decenni di scrittura italiana (spesso debordata oltreconfine). Con questo libro, WM1 giunge evidentemente a un punto cruciale, e probabilmente un apice, del suo percorso letterario e conoscitivo. Ho appena accennato al limes, al confine, all’oltreconfine: questo è un libro su una clamorosa resa dei conti intorno ai confini e ai diaframmi, tra interno ed esterno, tra individuale e plurale, tra bene e male, tra solitudine e apertura, tra chiusura e osmosi. Lo sporgersi oltre qualunque genere, prima o poi, esige di sporgersi anche oltre l’ibridazione e l’ibrido che di volta in volta risulta, spora tra spore, che è il modello di filiazione più riuscito nel passaggio di epoche in cui consiste la narrazione e il canto di un quarto di secolo (porca miseria: sono venticinque anni di testimonianza, che mi includono in quella stessa storia parallela e coincidente con la mia traiettoria personale…). Qui WM1 arriva a volture liriche della materia letteraria, il che sembrerebbe inatteso, ma non da chi ha seguito la sua iperbole stilistica (e cioè anche strutturale) alla ricerca di una modulazione del canto. Potrebbe ovviamente sembrare un saggio, in parte è proprio un saggio, la provenienza dell’autore è quella della scienza storica, in “Un viaggio che non promettiamo breve” è addirittura parossistica la raccolta documentale e l’impiego di fonti e di stilemi storici. “Io una scena così non l’avevo mai vista”: ecco come, sinteticamente, si esprime questo uomo scrittore – apparentemente senza stile, con un’espressione all’altezza della società spettacolare in cui è maturata la lotta di cui narra e che canta, ovvero la società dello spettacolo, trascesa in questi ultimi tre o quattro anni. Era una società fatta di scene mai viste. I compagni, tuttavia, quelli in lotta, a migliaia e migliaia, non si può dire che non sappiano allestire uno spettacolo. Lo hanno fatto, fuori dalla luce falsamente confortevole e calda del riflettore – sono stati sempre sotto riflettori freddi, che emanavano una luce diaccia e feroce. La ricursione sui nomi di tutti, nessuno escluso, è un’opera impossibile, ma è un’impresa che uno scrittore tenta: WM1 l’ha tentata. Tenterò anche io un’impresa molto più piccina, trattando di questo libro più compiutamente, per come posso (questo che si sta leggendo è un post impressionistico, non è sede di recensione o ragionamento organizzato e complesso, sia chiaro). Sia detto nel frattempo che, come accade alla migliore letteratura, essa trafora ogni muro e corre ad altissima velocità: questa è la vittoria artistica e politica che il libro di Roberto Bui consegue, il supposto “no” all’alta velocità è formulato poeticamente, a una velocità che più alta non si può – e, nonostante questo, il viaggio resta non breve, come ci era stato promesso. Ci attacchiamo alla promessa: essa sarà mantenuta.

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