Ancora su “The OA”

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Ancora su “The OA”, per confondere a un grado ulteriore quello che sento o penso. Non è un’opera d’arte e non mi attendevo di ridiscuterla (l’intervento precedente è qui). Tuttavia leggevo sui social alcuni giudizi che, pur inerenti alla serie di Brit Marling, coinvolgono in un discorso più ampio, perché sono denunce di uno stato estetico non soddisfacente, dilettantesco o improvvido. Discetterei soltanto di “Twin Peaks” o di “True detective”, francamente. Qualunque altra produzione per schermo piccolo mi sembra meno affascinante che disimpegnata, anche quando il lavoro di struttura narrativa o di ingaggio registico o recitativo sia complesso e stratificato. Da questo punto di vista, e soltanto da questo, “The OA”, come tutte le produzioni ingenue, appare più interessante che ben riuscito. Ha a suo vantaggio un’esperienza che mette in comune, che risiede nell’evasione dalle norme, in una stranezza disarmonica, una micropunta perturbante, che è dovuta alla naïveté, più che ai forum di Reddit. Esulare dai generi è molto difficile, quanto necessario, credo, e non lo credo per un’idea mia propria dell’arte, ma perché ho un sentimento della storia e dell’atto metafisico, che è diverso, contro cui l’arte dialettizza. E’ scabroso, certo, sbagliato e bizzarro. Posso concordare circa l’odore di indipendente, questo mi pare ovvio. Non esaltavo tanto OA, quanto deprezzavo Westworld, in ogni caso. Non mi pare incrociare i territori dell’arte né l’una né l’altra. Ci sono però, come è ovvio, differenti prospettive sull’arte, una delle quali giocosa o esistenziale o recitativa o combinatoria. Semplicemente ammiravo il tentativo di OA di smarcarsi, per trovare uno spazio nuovo. Ottavio Tondi, per restare a Pincio, è una figura tragica o dell’oggi o un mostro del fantastico, dipende da come lo si riguarda – invece, se lo si riguarda interamente, si resta stupefatti di fronte alla sua instabile irrevocabilità, una cifra à la Bartleby, qualcosa di inafferrabile che ci conquista e che riconosciamo laterale, o obliquo, e capace di mettere in discussione la frontalità con cui abbiamo guardato a una realtà irreale, però coerente, che percepivamo quando eravamo nello stato di veglia, pure intriso di reverie e di sogni. Così il movimento di chi va a conquistarsi territori impraticati o impraticabili mi sembra un tentativo degno di rispetto, al di là delle riuscite. Il resto, invece, mi sembra un gioco, privo però della serietà del gioco. Ciò che dico è che c’è più verità in un tentativo come OA che in una produzione colossale, con quel Macromedia, come Westworld. Poi è vero che io cerco momenti che mi incrocino, incrocino me, leggo e vedo con uno sguardo da scrittore bizzarro, non privo però di una sua coerenza interna. Io desidererei vedere opere video ad altezza Burroughs, ma è un pio desiderio e una empia illusione, che protraggo nel tempo che è mio e che non è di altri.

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