Due parole sull’affaires Siti e su “Bruciare tutto”

Prima di intervenire sul testo in questione, mi permetto in paio di parole sull’affaire editoriale del momento, cioè la polemica su “Bruciare tutto” di Walter Siti. Il fatto polemico non coincide con il libro, bensì con la sua pubblicazione, che è altra cosa. Avendo letto la stroncatura comminata su Repubblica dalla filosofa Marzano, della quale si può dire tutto il bene che si vuole, ma non che è una critica letteraria, come è ovvio, e avendo osservato come l’autore ha risposto ieri e oggi sui due più importanti quotidiani nazionali, non posso che confermare quanto penso di Siti al di là dei testi: è uno dei pochi scrittori a ragionare da scrittore, in queste lande. Non ho apprezzato “Resistere non serve a niente”, che letteralmente, a partire dal titolo, mi sembra la premessa a “Bruciare tutto”, secondo uno schema dostoevskiano in cui va dell’assenza di un dio o della sua contraddittoria presenza, fumigata dalle fantàsime umane o impietosamente dedita a domandare l’impossibile al fenomeno umano, che lo ha riconosciuto o inventato. L’atteggiamento intellettuale e artistico di Siti tributa quanto può al canone letterario, pensando proprio Dostoevskij, in un tempo che è comunque dedito a sviluppare il tragico classico, piuttosto che la sua declinazione teologica e morale. Dell’ambiguità, si sa, la letteratura fa virtù, ergendosi a denuncia e a inabissamento, psicologico e sociale. Andrà dunque pensato, il libro di Siti, nella sua inattualità: esce in un tempo che si allontana dal canone e dalle tassonomie, sociali e politiche e etiche e artistiche, e tuttavia si aggrappa al canone, evidenziando una tentazione di sfuggire dall’epica finale, cioè dal racconto collettivo in un momento di trasformazione radicale dei protocolli e dei dispositivi umani. Siti intenderebbe forse fare epica attraverso la resa su pagina di un soggetto umano smarritissimo, che non coincide con il soggetto psicologico ed esistenziale che, soltanto qualche anno fa, poteva asserire che la vita occidentale è una crisi e che soltanto in seconda battuta lo smarrimento interviene a contribuire all’affabulazione e all’imitazione della realtà. Qui Siti gioca una partita che si può dire forse perduta in partenza: nell’incandescenza a cui è attualmente sottoposto l’umano, forse si deve inventare a prescindere dal canone e dalla realtà imitata. Mi pare che la questione sollevata da Walter Siti sia questa e non la facile oscenità di cui è accusato. Qualunque giudizio si abbia sulla prosa dell’autore di “Bruciare tutto”, che in qualche modo rimane una variante radicale del pur radicale motto per cui volevamo tutto, si riconosca la statura letteraria di Walter Siti.

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