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PER GLI STATI GENERALI DELLE LIBERTARIE E DEI LIBERTARI ITALIANI

Se c’è un’esperienza frustrante, in questi mesi, capace di aggiungersi all’angoscia per la deriva sempiternamente fascista del Paese, è il mutismo che il principale partito progressista oppone a uno stato di devastazione senza precedenti delle sue idealità, del consenso che ottiene, della sua organizzazione, delle persone che rappresentano tutto ciò. I notabili di questo partito non sono in grado di offrire una risposta né alla realtà né alla domanda di senso e di intervento, che proviene dalla quasi totalità di chi ancora ritiene che rappresenti una scelta politica per modellare il presente e il futuro di una comunità almeno nazionale – perché in effetti il discorso dovrebbe essere internazionale. Credo che a questo punto si possa e si debba avanzare un’OPA dall’esterno. Se finora non si è riusciti a spalancare questa formazione autoriferita, pavida, votata al timore di pestare i piedi alle élite e alle tecnocrazie, è colpa anche di chi, come me, non riesce a creare un movimento di riappropriazione di un contenitore che è stato attivo dal 1991, con mutazioni epidermiche e ontologiche fin troppo confusive, in un tentativo all’ammasso di opporsi sempre e comunque, ben prima di riuscire a imporre il discorso sui valori positivi, che sono il genoma di qualunque istituzione politica. E’ necessario stabilire appunto i valori di base. Bisogna farlo con chiarezza e capacità di penetrazione nel dialogo con tutti coloro che non si sentono rappresentati dai disvalori esclusivisti, che la Lega e i sovranisti nazipop propagandano, per l’entusiasmo delle folle folli. Bisogna dire anzitutto quale relazione deve intrattenere una politica progressista con disoccupati, lavoratori, persone che non giungono a soglia di sopravvivenza, gente privata dei diritti basali, professionisti di ogni specie, individui e collettività esposti all’erosione delle proprietà e abbandonati alla dispercezione. Bisogna essere definitivi sulla questione europea, è necessario ribadire che si cerca di realizzare uno spazio continentale aperto, libero e giusto. Bisogna mettere in discussione un’unione fondata su una moneta sperequata. Bisogna parlare delle politiche migratorie, ribadendo che si è per l’istituzione di corridoi umanitari e per la liberalizzazione dei visti. Bisogna dirlo che per noi non sono un problema i migranti, che per noi sono sorelle e fratelli, mentre a essere un problema sono le modalità di migrazione che vengono imposte a questi diseredati. Bisogna che lo urliamo, che vengono prima le persone degli sghèi. Bisogna che gridiamo in faccia alla feccia neofascista (perennemente fascista), che la nostra è una civiltà democratica e che l’Italia è una Repubblica fondata sulla fraternità e sulla libertà e sull’uguaglianza, e che solo da questi valori fondanti noi ricaviamo lavoro per tutte e tutti. Bisogna fare esempi concreti di politiche per l’ambiente, di lotta alle mafie, di annullamento delle povertà, di edilizia popolare e privata, di riforma della fiscalità, di civilizzazione delle unioni, di accoglimento e realizzazione delle istanze portate avanti dall’associazionismo, a partire da quello LGBT. Bisogna rimettere le donne al centro: sono le donne che guideranno questa rivoluzione vòlta al progresso storico e dei diritti. Bisogna occuparsi dell’istruzione pubblica, che è andata a catafascio, prima di andare a fascio senza cata. Bisogna riallargare il cerchio di intervento della sanitarizzazione, che in questi anni è stata mortificata: bisogna aprire consultori, anche su base volontaria, inizialmente. Bisogna guardare agli imprenditori, tanto quanto ai lavoratori dei servizi e del cognitariato. Bisogna emettere un’idea definitiva sull’innovazione, che per noi non deve riuscire per un secondo ad abradere i diritti umani. Bisogna partire da questi valori, da queste politiche, da queste differenze tra noi e chi al contrario gioca al massacro, a questo orrendo Texas interiore ed esternalizzato, che prefigura l’orizzonte ideale di chi si fa persuadere dal malvagio incantesimo leghista. Bisogna dirlo, sinteticamente, produttivamente, a chiunque: noi siamo questo, noi siamo gli eredi della rivoluzione francese rifatta 2.0. E questa cosa che siamo dobbiamo portarla dentro un partito che si è detto democratico. Se non ci riusciamo, la costruiamo fuori, ma anzitutto non va dispersa un’eredità, anche in termini di voti, che si è sempre riconosciuta progressista, sia pure facendo ingollare a elettrìci ed elettori i compromessi al ribasso, le penose accettazioni del meno peggio in luogo del meglio. Posso lavorare alla convocazione degli Stati Generali dei Progressisti in Italia? Sono piccolino, quasi sempre irrilevante, però: giuro: mi ci impegno, sperando nell’appoggio delle sorelle e dei fratelli.

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