“Fuoco al cielo”, l’ibrido assoluto di Viola Di Grado

E’ un tempo, questo, di molte scritture, di autorialità finita per eccesso di diffusione e disintensificazione dell’autorialità. Non ho più nulla da dire a proposito di questo: non soltanto sono disinteressato al 90% delle scritture che circolano, ma proprio mi infastidiscono, mi nauseano e mi fanno giungere all’esito naturale della nausea. Questa premessa mi sembra personalmente necessaria per dire che: grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente. In questa eccellenza, e non da ora, inscrivo l’opera e la scrittura di Viola Di Grado. Questa prosatrice in poesia è una poetessa in prosa e costituisce uno dei vertici qualitativi nell’attuale paesaggio basso padano della narrazione contemporanea in Italia. In quanto è un’acuzie, Di Grado è riconosciuta non soltanto in Italia, è tradotta e apprezzata un po’ ovunque e, per ciò che concerne la percezione collettiva potrebbe apparire un equivalente nazionale di Amélie Nothomb e infatti ciò appare ai giornalisti nostrani, quando non c’entra nulla di nulla con la scrittrice belga, a cui, secondo il generalismo cronachistico italiano, la accomunerebbe il fatto di vestire e truccarsi *strana*. Di Grado in realtà a me non pare c’entrare niente con Nothomb e, al tempo stesso, niente anche con la supposta tradizione prosastica e narrativa in lingua italiana. E’ uno strappo che Di Grado compie, da subito, violentemente, per appartenenza anche generazionale a una nuova anagrafe italiana, che non è più tale: né anagrafe né italiana. La sua specificità è accogliere, modificare, inventare, tragicizzare storie dal nuovo mondo, che è un nuovo tempo – un tempo molto feroce. Molto più di sue colleghe e suoi colleghi, Di Grado affronta il dramma di una nuova sostanza del tempo, che tende all’abolizione dell’autorialità e, per paradosso, all’imporsi soltanto dell’autorialità, ovunque e sempre. Questa supponenza dell’epoca è, credo, uno degli avversari impliciti della narrazione di Di Grado, che reagisce esaltando la lingua italiana, poeticamente avvertita e restituita in pagina, attraverso stridori e crepature, stupri e tenebrosità, rintocchi del cristallo e dolcezza pensativa, che ha in Pascoli forse il referente naturale, dal cosmismo all gracchìo del fantasma, della natura morta eppure ancora esistente. Le prose di Viola Di Grado sono ibridazione, sempre, tra acrilico e lana, tra bambini e ferro e, adesso, tra fuoco e cielo. Con il nuovo romanzo, “Fuoco al cielo”, edito da La nave di Teseo e in libreria dal 21 marzo, si accoglie la prova forse più radicale dello helter skelter privato e poetico (dunque: collettivo) del percorso iniziato con il sorprendente “Settanta acrilico trenta lana”: una vicenda di psichismo intensissimo, così difficoltoso da reggere, nell’assolutezza di una amore privo di compromessi e ricco di compromissioni, un gorgo di anime in un’ambientazione ibrida e carcinomatosa per eccellenza, in Siberia, nella zona più radioattiva del pianeta e nell’epoca più sconvolgente di sempre, per chi visse la dissoluzione del gigante sovietico a inizio Novanta. Regesto di forze all’opera secondo una psicologia dell’aberrazione che coincide con la corruttela di tutte le cose, mutagena e tumorale, in un esotismo impressionante, che sposta chi legge fuori dal cerchio prestabilito del controllo di sé e della conoscenza mitigata da ciò che è familiare. Una paratassi che conferisce velocità suprema, conturbante, mai assolutoria, e la precisione ottica, ma anche fonica, in una spirale che avvolge di colpo, tragicamente, senza insinuarsi, senza sedurre: questo movimento circolare è per ibridazione una frontalità che non dà scampo, l’onda anomala delle parole che si schianta e spacca il temporale umano per pressione, soffoca il brochìolo, fa battericidio del vivente, non gose mai: mai, mai, mai. Questo avverbio di tempo diviene in Di Grado un’ontologia, un antiumanismo che è l’ultima salvezza della specie che scriveva e che ora, forse, va a non scrivere più, perché si limiterà a ricevere visioni. In “Fuoco al cielo” è tutto un corpo, un avvinghiarsi dei boa umani come in gruppo laocoontico, una spigolarità scabrosa e scalena, urtante, tossica. E’ una delle prose più artisticamente valide e impietose che abbia letto in questi anni. Sono onorato e orgoglioso di affrontare il discorso con l’autrice, Viola Di Grado, il 15 marzo alle 17 presso BookPride.