Il Papa, Zorro, Salvini e l’umanità: il segno de “L’Espresso”

Vorrei ragionare su “L’Espresso”. Parlerò troppo, dirò cose che sembrano un’astrazione barocca, risulterò teorizzante a sproposito. Peraltro, risulterei essere di parte, poiché collaboro con il giornale (di fatto, questa collaborazione, mi regala l’attività intellettuale più bella e intensa che mi sia capitata negli ultimi due decenni e non sarò mai abbastanza grato al direttore e a tutti i gradi dello staff per questo). Vorrei ragionare su “L’Espresso” e, per farlo, mi appoggio alla copertina del nuovo numero, in edicola da domenica. Non è una semplice copertina, ammesso che una copertina sia semplicemente una copertina, nel mondo da cui vengo, ovvero quello occidentale novecentesco. Questa copertina è molte cose. E’ anzitutto un atto di coraggio – politico, giornalistico, grafico, esistenziale. Non che nella storia pluridecennale della rivista sia mancato il coraggio. Si può dire che il coraggio e l’elaborazione intellettuale ne siano stati il genoma, forse anche più che l’emissione del discorso politico, fatta salva un’oscura era di fallace inseguimento di un mainstream scollacciato e tettuto, che preludeva all’epifania politica del berlusconismo, contagio peraltro già operante nella società prima che in parlamento. Questa copertina è inoltre un segno. E’ molto difficile creare o fare emergere un segno nel nostro tempo. Per chi operi con la parola o con l’immagine, l’epoca si può definire un trionfo dei segni e un’abissale assenza di qualunque segno. Il tempo e l’umano, nella loro convergenza parallela, producono segni e si muovono intorno alla vertiginosa sempiternità dei simboli. La nostra contemporaneità, figlia di una modernità appena trascorsa, ha inteso decostruire o moltiplicare qualunque simbolo, creando un bennoto effetto che è poi il rumore di fondo. Sono i collaterali del laicismo, che non è affatto una postura esterna al religioso in senso spirituale, bensì un’inadeguatezza che non ha nulla a che fare con dio e tutto a che vedere con il simbolo. Terzo elemento di eccezionalità di questa copertina è, a mio modo di vedere, la realizzazione di una progettualità, che un tempo trascorso ci si manifestò come editoria, un comparto ideale e appunto posturale, che dava corso all’idea di progetto e di senso, entità larvali ormai trascese dalla velocità elettrica dei giorni. Ciò che dico della copertina vale evidentemente per tutto il giornale, per ciò che “L’Espresso” è e dice e rappresenta e invera in questa sua stagione soprendente e per molti versi illuminante. Quando abbiamo visto un pontefice in copertina del giornale più laico che c’è? E’ ben vero che Eugenio Scalfari, che si poteva soprannominare “E’ungenio”, nell’ultima parte della sua ricca esistenza è entrato in una dialettica impressionante tra “io” e “dio”, quindi tra sé e il Papa. La proposta politica che proviene dalla Chiesa, emblematizzata da un pontefice, invece, rovescia un’impostazione che non era una pregiudiziale, ma certamente costituiva una sorta di limes. Abbiamo dunque l’elemento politico cattolico, ma non propriamente cattolico, perché la copertina è un’opera anzitutto concettuale, molto stratificata: qui si fa riferimento a un universalismo dei valori umani di base, che non è prerogativa soltanto del mondo cattolico. Certo, Bergoglio è la causa scatenante di un sentimento per cui, da quella parte, si ha l’impressione di una militanza nel momento politico: è la specificità di questo pontefice, che sta dove è il popolo e, dunque, è conflittuale in automatico con chi si arroga l’idea di essere popolare e quindi populista. Questo pontefice non basta. E’ riconoscibile anzitutto dall’abito talare, che, come tutti i simboli, veste per nascondere nel momento stesso in cui manifesta. Il pontefice è Zorro. Il motivo, in questi giorni, è chiaro a tutti, riguarda il trauma di Salvini, che, nell’allucinante prima pagina del libro intervista pubblicato per la dimenticabile casa editrice di destra, rivela che da piccolo gli fu rubato un pupazzetto raffigurante l’eroe mascherato messicano. Il pontefice è stato sottratto a Salvini? Sì. La piazza leghista, a Milano, ha fischiato Bergoglio, aizzata dalle meschine propagande istantanee del grottesco oratore sul palco. Il vicepremier sulla questione della fede cattolica lancia una battaglia lefebvriana, che, come nota Romano Prodi in un’intervista di ieri, è un elemento fondamentale delle nuove destre in tutto il mondo. Fatto sta che il pontefice rappresenta un trauma per Salvini, il quale cerca di passare nel gregge cattolico, anzitutto distruggendo l’ecumenismo e tutti i valori fondativi di una fede in cui è installata la misericordia in primis. Tuttavia Zorro è il vendicatore: il pontefice come vindice è una funzione arcaica, direi templare, che smentisce se stessa, esattamente come da logica del simbolo: facendo i ponti, e quindi non chiudendo nessun porto, la vendetta è istantanea e colpisce chi i ponti vuole distruggerli. Chi veste bianco si maschera di nero: una meditazione cromatica si propone a chi, per esempio, queste due forze tonali le ha viste all’opera nel tao, nella scacchiera, nel bianco e nero delle prime immagini in movimento. Alle spalle del pontefice c’è presumibilmente un sole: ammicca al sol levante, sembra una segnatura grafica nipponica e imperiale, ma allude a un sole dell’avvenire, che però sta alle spalle: da dove proviene la luce e la spinta alle spalle del papa? Quando abbiamo visto qualcosa o qualcuno alle spalle del sacerdote? Anche questo particolare va meditato. E poi interviene la parola, che è un segno nel segno. “Zorro subito” riecheggia il “Santo subito” che penetrò nell’immaginario collettivo ai funerali del terzultimo pontefice. E’ certamente ironico, questo titolo, ma non soltanto ironico. L’ironia, quale piano di discorso ultimo e totalizzante, non è nel dna di questo giornalismo, che fa la più recente stagione de “L’Espresso”. Il giornale non scorda mai di ridere, anzi: desidera ridere. Le due pagine settimanali di Makkox sarebbero già un indizio, ma è proprio il fronte intero dello stile di questa testata a praticare la comicità, più che l’ironia. L’ironia destruttura, la risata no. Se c’è un fatto, che questo corso del giornale non smette di verificare di settimana in settimana, è che l’ironia distruggeva il simbolo, la comicità permette di emetterlo in pieno. Cosa c’è, dunque, oltre l’ironia del titolo? C’è la lettera. E’ sempre il letterale da osservare, quando il momento è simbolico. E c’è un avverbio, che è serissimo nell’istante in cui è comico: subito significa che non c’è più tempo, che tutto si contrae all’istante, che la scelta è dire un sì che sia un sì e un no che è un no. L’elezione del pontefice è simbolicamente l’elezione politica, ovvero il momento simbolico della scelta che non si può più rimandare. Non Zorro, bensì chi sta sotto i paramenti dello spadaccino, è il testimone di quell’avverbio: subito. Sotto i paramenti, ci sono però altri paramenti: si crede ai più interni o si ha fede in quelli esterni? E’ un’antica questione, che ha a che fare con le vesti di Salomone e con i gigli del campo. Così pure non si può ignorare che il pontefice tiene in mano una spada: qualcuno, di cui il pontefice è vicario, disse che è venuto a portare non la pace, ma la spada. Tutto ciò è un unico segno. La parola, il tratto, l’immagine – manifestano un concetto, che è la scelta finale di un processo di meditazione: costituisce il subito del pensiero.
Ho detto troppo? Sì.

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