Giulio Giorello

Per le conseguenze del Covid è scomparso a Milano il filosofo Giulio Giorello.
Fui suo allievo alla cattedra di filosofia della scienza e interlocutore in seguito. Vorrei ricordarlo con un tremito d’anima, è la quarta persona tra i miei amici e conoscenti a morire per questo virus, che pare non avere impresso a sufficienza la sua pedagogia nei cervellini infeltriti della nazione più tossica che c’è.
Veniamo a Giorello, ora.
Era un uomo di capelli strani messi a confronto con le sopracciglione di Carlo Ginzburg in una faccia severa, con la montatura degli occhiali spessa, a significare lo studio e una sapienza fine anni Settanta, Ottanta. Di un illuminismo mai scabro, ma una fantasticheria del positivismo con l’immaginazione, secondo me, ulteriore a ogni teorema, per esempio l’incompletezza e Gödel, e fare tanti esercizi sullo Shoenfield per la logica matematica (stavo facendo quello, gli esercizi e Cantor, nel sottoscala a Brera nel 1993, quando apparve un volto di turista inglese ed era il primo amore invece, l’ultima volta che la vidi: i ricordi vanno così, chiedo scusa a tutte, a tutti). Quindi con Tex Willer ti sembrava un po’ pop e ti insegnava il liberalismo con un Seicento inglese e i Padri Pellegrini, dicendoti che il continuo in logica meritava una riflessione meno umanistica che pratica, secondo il magistero del maestro Ludovico Geymonat, sotto cui era cesciuto nell’intelligenza delle cose e dei saperi, lo demoliva per via del marxismo in maniera militante, l’altro a farlo era Stefano Zecchi. Nessuno voleva bene a nessuno. L’ultima volta che parlavo a Giorello mi diceva: sento colpa nei confronti della vostra generazione, vi abbiamo massacrato perché eravate troppi all’università a filosofia, al primo esame avevo dovuto portare quarantadue testi di esame, di filosofia antica della Caizzi, discepola di Untersteiner, solo per studiare il “De Anima” di Aristotele e Giorello rideva. Non fa niente, gli dissi che non faceva niente, tanto la realtà tendeva sempre e da sempre e per sempre a farti le difficoltà non spiegabili da Frege e da Feyerabend, Paul, filosofo che gli piaceva, per via delle rivoluzioni scientifiche e il metodo. Faceva scrivere i suoi assistenti, non scriveva mai, tutti erano scandalizzati per questo. Grande Giorello. Aveva fatto una collana di filosofia delle idee per l’editore Cortina, con tanti titoli di ottimati della scienza storia filosofia morale. Passavo a quei tempi poche ore in Festa del Perdono, lavorando, a vedere stormire delle foglie contro le case ricche delle famiglie ricche, pensando agli appestati nelle pestilenze secentesche e oltre, riflettendo sulla diluizione che la prosa applica al pensiero, che di per sé è poetico e rapsodico, repentino, non disteso, va ad archi voltaici, attraversati dal profumo di legno di rosa nel 1993 tra i miei disastri…