Lévinas, o del nucleo del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSe si legge La comunità inconfessabile di Maurice Blanchot, si fa l’incontro più opportuno e corretto con la filosofia di Emmanuel Lévinas, autore di testi fondamentali, quali Dall’esistenza all’esistente, Il tempo e l’altro, Difficile libertà: saggio sul giudaismo, Quattro letture talmudiche, Umanismo dell’altro uomo, Altrimenti che essere, Nomi propri, Dal sacro al santo, Di Dio che viene all’idea, Etica e infinito.
Lévinas è il fondamento di uno dei passaggi più difficili da affrontare e teoreticamente e narrativamente se si accosta la sagoma vuota di Hitler, per come io ho inteso rappresentarla. E’ per me, come vado ripetendo spesso nell’arco di tutta l’officina teorica intorno alla composizione del romanzo, un momento cardinale di un processo che l’umanesimo, date le sue premesse occidentali, giunge a conclusione e compimento, nella vuota figura hitleriana: quella dell’antiumanesimo, cioè di un non-essere che non è relativo (non ha natura logica e ontologica secondo quanto al non-essere attribuisce Platone nel Sofista), ma è attivo, autoinoculantesi, corrosivo e ha una forma: è la negazione dell’alterità, poiché l’alterità è l’essere al suo massimo grado e lo è soprattutto in quanto immolata sugli altari della dimenticanza dal non-essere che agisce nell’essere, dal non-umano che agisce nell’umano. Si tratta di lasciare libero l’uomo al di là della libertà che l’ideologia ontologica può prescrivere (anche nelle sue declinazioni confessionali), e al tempo stesso di appesantirlo di una responsabilità schiacciante: non è automatico diventare nazisti, è questione di scelta, di rimanere ancorati a qualcosa che è talmente essente da superare l’essere per come logicamente lo si intende – è l’essere puro nella sua fase prelogica.
Qui, su questo punto, si consuma in Lévinas la rottura con Heidegger. A partire dalla contestazione a Sartre. Scrive il filosofo ebreo francese. “Il soggetto non risalta sull’essere per una libertà che lo renderebbe padrone delle cose ma per una suscettibilità preoriginaria, più antica dell’origine, suscettibilità provocata nel soggetto senza che mai la provocazione si sia fatta presente o logos che si offra alla assunzione o al rifiuto e si ponga nel campo bipolare dei valori. Per tale suscettibilità, il soggetto è responsabile della sua responsabilità e incapace di sottrarsi ad essa senza conservare la traccia della sua diserzione”. Lévinas non esita ad indicare nella malia autoreferenziale l’essenza stessa della filosofia occidentale (cioè dell’emblema dell’umanismo) e argomenta: “Anche se la vita precede la filosofia, anche se la filosofia contemporanea, che vuole essere antiintellettualistica, insiste sull’anteriorità dell’esistenza rispetto alla essenza, della vita rispetto all’intelligenza, anche se in Heidegger, la gratitudine verso l’essere e l’ubbidienza si sostituiscono alla contemplazione, la filosofia contemporanea si compiace nella molteplicità dei significati culturali; e nel gioco infinito dell’arte, l’essere si libera dal peso dell’alterità. La filosofia sorge come una forma sotto la quale si palesa il rifiuto di impegnarsi nell’Altro, l’attesa preferita all’azione, l’indifferenza verso gli altri, l’allergia universale della prima infanzia dei filosofi”.
E’ un ulteriore ostacolo alla vittoria postuma di Hitler, questa dichiarazione di Lévinas. E che, con profondità, egli accenni al “gioco dell’arte” è un ulteriore sprone a disinvestire assolutamente dalla pratica di invenzione finzionale. Si esige qui di fare arte all’altezza del superamento dell’essere identitario che diverrebbe idolatria, che farebbe calare assolutismi in terra, miti e antimiti che sono miti, in nome del non-essere, che è sempre non-essere dell’altro, in quanto non-essere dell'”io”, nello stesso istante in cui “io” e altro entrano in contatto.
Di seguito pubblico una bellissima intervista che Renato Parascandolo e Sergio Benvenuto fecero a Emmanuel Lévinas. Siamo in àmbito filosofico – ma l’estremalità Hitler costringe a smuovere tutto l’umano: arte, storia, filosofia devono essere rivisti alla luce della frattura comminata dall’estremalità che è il non-soggetto di cui ho tentato di occuparmi.

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Dal romanzo Hitler: l’installazione APOCALISSE CON FIGURE

hitlercovermedia.jpgCome già annunciato, tutto il romanzo Hitler ruota attorno a una crepa, a una rottura, i cui lembi sono due pagine nere: si tratta del kaddish personale Apocalisse con figure (un titolo mutuato da Grotowski), il cui testo è stato anticipato inedito da l’Unità e letto a Officina Italia a Milano, in una versione ridotta e differente rispetto alla sezione interna al libro. Potete leggere una delle versioni qui e qui ascoltarne la lettura, mentre qui è acquistabile il libretto cartaceo della versione integrale stampato su Lulu.com.
Prima della chiusura per ferie invernali, su questo sito ho deciso di tentare la traduzione in slideshow di Apocalisse con figure: si tratta ovviamente di un analogon, che cerca di rispettare il comandamento poetico ed etico che viene conferito da Claude Lanzmann a qualunque tentativo di intrudersi storicamente o, peggio, esteticamente, nella questione della Shoah. Non ho dunque creato un’installazione come quelle già realizzate – qui non esiste alcun intento artistico, bensì il tentativo di abolire la vista a favore di quella che Lanzmann chiama “trasmissione” e Celan “testimonianza”.
Non è dunque un’installazione: come il romanzo Hitler è un romanzo, così questa è una installazione.
Al solito: essa è scaricabile e visionabile in versione html per Mac e Pc, oppure solo per Pc in file eseguibile (per vedere a schermo intero, cliccare sulla freccina obliqua arancione in basso, una volta downloadato il file e fattolo partire). Dato il peso, che si aggira intorno ai 5 megabyte, si consiglia il download a chi disponga di adsl o banda larga.
Apocalisse con figure – slide – versione html (4.9M)

Perché il romanzo Hitler oggi?

hitlercovermedia.jpgQualcosa si sta muovendo, in un momento in cui lo psichismo occidentale è vòlto alla preoccupazione di un decadimento che include perfino i fantàsmata apocalittici (e non per questo meno reali della concreta possibilità che si avverino) dell’estinzione di specie e di un mutamento definitivo del pianeta per mano umana (umana? Questa è la domanda…). Conati e rigurgiti del passato in forma di presente su cui incombe un futuro spettrale, tecnologie intrusive e aggressive al servizio della morte indotta, vizi e agghiaccianti comportamenti sociali, ricorso terapeutico a supporti artificiali – dove abbiamo visto prendere forma contemporanea tutto ciò? Io sostengo (e me ne prendo tutta la responsabilità) che la secolarizzazione avvenuta nel Novecento, grazie a radici ben più profonde e che affondano in tempi antichi, ha acquisito un senso nuovo rispetto a quello che poteva conferirvi un bigotto del XIX secolo. La secolarizzazione che viviamo per me coincide con l’incapacità umana di affrontare il nodo metafisico “Hitler”: coincide con l’incapacità di ridurlo a ciò che è – cioè a ciò: che non è. Si tratta dell’inoculazione del non-essere tra persona e persona, nella comunità umana ferita irrimediabilmente nella sua componente che, a occidente, ha condotto ad apparenza il Libro, non letto, stravolto, non praticato intimamente. E’ ciò che io intendo per fase terminale dell’umanesimo: noi non viviamo tempi umanistici, ma tempi antiumanistici. La fenditura da cui il non-essere penetra e dissolve pietas ed empatia tra umano e umano è l’apparire del non-essere stesso – cioè del non spiegabile non nel senso della teologia negativa, poiché nulla di divino o demonico connota questa apparenza che non è. Si tratta del non-essere che appare: questa “cosa” che appare non essendo è per me Hitler. Il Male che ha perpetrato non può essere sciolto con gli strumenti della morale semplice. In questo senso, il racconto supera la semplice morale e la semplice memoria.Il racconto deve essere vendetta, come recita il saggio di Pier Vincenzo Mengaldo sulla letteratura della Shoah.
Già, ma quale vendetta?
Io non perdono il non-essere, poiché non si può perdonare ciò che non è. Quindi io ho soltanto un canto da elevare: a ciò che è essere al massimo grado. Ciò che è al massimo grado dell’essere è l’obbiettivo del non essere che appare: sono i milioni sterminati, sono i Santi reclusi, separati. Compiere questa vendetta, che si struttura in una infinita dazione di amore verso coloro che mi fanno essere, cioè le vittime innocenti di Auschwitz Sobibor Dachau Varsavia Treblinka e delle altre innumeri locazioni di sterminio – compiere questa vendetta è conferire amore ai Santi. Questo, perlomeno, è il significato che dò al perno del libro, la sezione che è posta a tre quarti del romanzo, cioè Apocalisse con figure, e che interrompe momentaneamente, per forma contenuto e intensità di amore, la narrazione di una vicenda che testimonierebbe l’ingresso dell’antiumano nel cuore stesso dell’umano. In questo senso Hitler è per me un enorme esorcismo contro l’antiumano, condotto nei termini di una enunciazione in canto di parole non mie, e amorose, di testimonianza verso ciò che l’umano ha subìto e che ancora regge, sostanzia noi e il nostro essere nell’umanità umana ancora oggi, impegnati (epperò così in pochi rispetto a quanto dovrebbe l’umanità intera…) a suturare quella ferita, ad accoglierne la benedizione che essa irradia, secondo quanto dice il Libro stesso a proposito di Giacobbe.
Per questo pubblico di seguito un vecchio articolo di Marek Halter da La Repubblica: il ricordo di quanto accade nel giorno del Kippur 1941 a Babi Yar e come la commemorazione contemporanea vendichi attraverso amore l’opera di dissoluzione del non-essere che smangia, divora, stermina l’essere. Questo amore che ci mantiene passa necessariamente per il Canto dei Morti in devozione (non semplice memoria: devozione e gratitudine) per il popolo ebraico – ciò che le altre religioni monoteiste, come evidenzia l’articolo, non hanno ancora compreso, perpetuando la crepa tra umano e umano, essendo esse stesso veicolo di quel nuovo tipo di secolarizzazione che è il nemico della pietas, tratto che è il fondamento dell’apparire dell’umano ovunque esso appaia.

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Quello che nel romanzo Hitler non c’è: il nazismo magico

hitlercovermedia.jpgHo sempre covato una certa irritazione per gli storici che hanno appuntato la propria attenzione a un determinato tipo di sensazionalismo, intorno a Hitler e al nazismo. L’impostazione del famoso saggio di Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico, che nasce da una pregressa intuizione de Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, mette in luce incontestabili legami di ordine esoterico tra esponenti del Reich e massonerie varie, con il risultato di spiegare il nazismo stesso alla luce delle tenebre (o di quelle che il piacere del lettore complottista ritiene essere tenebre). La verità vera sarebbe altrove: ed ecco la distrazione fatale, ecco che Hitler non basta più a se stesso, dopo essere bastato a sei milioni di deportati ebrei e ad altri svariati milioni di caduti in guerra, civili e non. Questo tipo di modulo storiografico non sposta di un millimetro la realtà e la responsabilità connessa di ciò che avvenne. Non spiega minimamente il perché e il percome di certe apparenti anomalie che permisero al partito neonazista, lo NSDAP, di prendere il potere: l’aiuto bancario (anche grazie ai buoni uffici di Prescott Bush, patriarca della famiglia regnante USA), quello di Henry Ford (fitta la sua corrispondenza ideologica con il futuro Führer, a partire dal 1921), della Standard Oil, dell’IBM hanno in sé la risposta, che è dell’ordine del mercato. Tali e tanti furono i ventilati contatti esoterici di Rudolf Hess, che se lo tennero in carcere in Inghilterra fino al termine del conflitto. Hitler aveva un mago di fiducia (Hanussen: lo fece uccidere poco dopo l’autoincendio al Reichstag) e credeva negli oroscopi: e allora? Fatto sta che nel ’38 molti esponenti della Società Thule, la cricca esoterica di Von Sebottendorff, che veramente è l’ultima Thule dei revisionisti esoteristi, furono mandati nei campi, che a quei tempi erano ancora centri “di rieducazione” e non ancora di sterminio. Hitler non smetteva di parlare male, tra gli intimi, delle “pacchianate pagane” di Heinrich Himmler. Il quale, dal canto suo, è vero che giunse a credere di essere la reincarnazione di Enrico il Plantageneto e organizzò secondo canoni di esoterismo pratico l’ordine delle SS.
Nella stesura del romanzo Hitler è stato scartato da subito è proprio questa tentazione non soltanto di spiegare Hitler (che è cosa ben più seria e mette in scacco l’ontologia di qualunque hitlerologia storiografica), quanto di spiegare Hitler con una sottospiegazione, che ha in sé una fascinazione pericolosa, inquinante oltremodo, fumosa al punto che lo sguardo – che deve essere testimoniale e lucidissimo – non riesce a vedere oltre la cortina spessa e livida di quel tenebroso vapore. Cortina fumosa che diviene, nei nostri decenni, uno degli elementi portanti del Mito di Hitler (la medesima operazione non ha funzionato col tentativo, pure effettuato, di legare Evola al regime mussoliniano). Proprio per questo, considero l’ermeneutica esoterica una delle emanazioni di quella che si potrebbe convertire nella “vittoria postuma” di Hitler: ciò che il romanzo si propone di impedire sul piano letterario e metastorico.
A tale proposito, pubblico una significativa intervista che giorgio Galli ha rilasciato al periodico 30 giorni, diretto da Giulio Andreotti.

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La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell’ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l’invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull’enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l’aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l’appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto – emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l’interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l’estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l’estremalità di cui si diceva.

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Il romanzo HITLER: fare ed evitare La caduta

hitlercovermedia.jpgUno dei protocolli rappresentativi che potevano interessarmi, nel rappresentare in forma di romanzo quel buco nero che è Hitler, non è letterario, poiché non avevo alle spalle letteratura che mi sostenesse: è un protocollo rappresentativo cinematografico. Si tratta del film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, del regista Oliver Hirschbiegel, dove Hitler è interpretato da uno strepitoso Bruno Ganz. Ciò che mi interessava erano i momenti che potevano risultare (ma non erano) documentaristici, mentre rigettavo tutto ciò che di collaterale e inventato veniva inserito. Il film fu realizzato con la consulenza di Joachim Fest, sulla traccia della testimonianza resa dalla segretaria personale del Führer, Traudl Junge (testimonianza peraltro contestata). Soltanto un hitlerologo può comprendere un’operazione come quella che Hirschbiegel compie a tratti – e sono i tratti per me decisivi: è dagli ultimi filmati in cui si scorge Hitler e dalle foto finali che partono alcune delle sue scene, le quali, sviluppandosi, si attengono al dettato di Fest (per esempio, il momento in cui Hitler esce coi gerarchi dal bunker, per premiare i bambini della Hitlerjugend che difendono Berlino: un calco dell’ultimo filmato originale che riprende in vita il dittatore). Lo storico si chiudeva nel camerino con Ganz per due ore, prima che una scena venisse girata. A risultato concluso, Joachim Fest ritirò la firma della consulenza. Perché? Non si conoscono i motivi, anche se si sospetta che coincidano con le ragioni che spinsero Wenders a contestare duramente la pellicola: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Ed è vero: per cui, La caduta si pone come possibile modello rappresentativo e anche come il suo opposto – cioè ciò che non si deve fare, la concessione empatica a Hitler. Questa empatia viene soprattutto enfatizzata dal soffermarsi della cinepresa sul tremito parkinsoniano della mano che Hitler nasconde dietro la schiena. La si vede troppe volte, è un segno che Hitler è umano ed è il corrispettivo dell’appello dell’SS Max Aue, in incipit delle Benevole di Littell: “Fratelli umani”. Nego questa fratellanza. Questa fratellanza va negata. L’impostazione della Caduta diviene, tramite empatia, il dramma di un uomo, aspirando a rappresentarne la tragedia. Non riesce a rappresentarne la tragedia perché il tragico è altra cosa, ma riesce a rappresentarne il dramma, che presuppone una continuità tra Hitler e l’umano che, per lo stesso Hitler, non esisteva (Hitler stesso disse all’ambasciatore spagnolo, Espinosa: “Sono un uomo, ma di altra specie” – si deve partire di qui, a mia detta).
Il problema di rappresentazione di Hitler, a mio parere, può attenersi soltanto al movimento di dilatazione oculare circa ciò che è accaduto, affinché sia mostrato il vuoto che Hitler incarna. Questo vuoto è non-essere, negazione dell’empatia e apertura della faglia e della ferita tra umano e umano. Si tratta di qualcosa di estremamente contagioso, che funziona per metastasi, e a cui soprattutto l’artista deve opporsi. Non però con i mezzi dell’umanesimo occidentale che figlia Hitler, realizzandosi nell’opposto di se stesso: nell’antiumanesimo. C’è da ragionare circa il perché Hitler appare in Occidente: io non credo nella determinazione da parte della tecnologia, nella destinalità della tecnologia che figlia Hitler (la questione dei campi come possibilità tecnologica che, prima di Hitler, non era data: non è questo il cuore del problema, per me – e non soltanto per me). L’umanesimo occidentale accumula nubi per secoli, finché le nubi non scaricano sulla terra un fulmine – qualcosa di elettrico, impulsato, che lascia sentore di ozono dove cade, dove cade brucia tutto e lo annichila, separando anziché unire il cielo e la terra: è, insomma, qualcosa di totalmente altro dall’umano.
A ciò si aggiunga una difficoltà ulteriore: rappresentando Hitler nel modo in cui vado dicendo, sfumerebbe la possibilità di dire che nessuno è immune dall’essere nazista. Io non credo a questa celebre massima: è la linea di discrimine in cui l’umanità si trova sempre. Alla prova dei fatti, quando era possibile diventare nazisti, molti non lo diventarono e pagarono con enormi, o insuperabili sul piano ontologico, sofferenze e orrori la propria scelta – a riprova che bisogna rovesciare questo ulteriore truismo in una verità meditata: ciascuno è libero di scegliere di non diventare nazista, conoscendo ciò che comporterà per lui tale scelta che ribadisce l’umano e la libertà autentica.
Infine, un’altra distanza dalla Caduta. Il film si erge come LA pellicola definitiva sulla fine di Hitler. Questo sogno di unicità è esattamente l’umanismo rovesciato, è un sogno artistico demiurgico che esprime la retorica precisa con cui Hitler appare e si impone. Quindi, il romanzo Hitler ha predisposte in sé le difese, tutte annidate nel testo, per evitare tale retorica: lo Hitler che ho scritto non è il romanzo finale su Hitler, anche e soprattutto perché è il primo a essere scritto.
Riproduco una sintetica ma puntualissima recensione cinematografica a La caduta, pubblicata su Cinemavvenire, a firma Guido Vitiello: concordo su ogni punto evidenziato dal critico, a parte il giudizio dato sulla biografia hitleriana di Fest, che definirebbe il Führer come figura “eroica e plutarchiana”: tutt’altro, se è vero che il lungo capitolo centrale è una rigorosissima meditazione su Hitler come “Non-Persona”, e non esiste altra biografia che testimoni della vuotaggine e dell’abulia idiota di Hitler lungo tutta la sua esistenza.

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Avvicinamenti al romanzo HITLER: Sebald e Austerlitz

hitlercovermedia.jpgTre sono le dedicatarie del romanzo Hitler. Una è Helena Janeczeck, che ha messo in moto, con il suo “romanzo” Lezioni di tenebra, nove anni orsono, il progetto necessarissimo (per me, ovviamente) di osservare letterariamente Hitler: questo volto a cui gli scrittori si sono appoggiati senza guardarlo in faccia, senza scoprire che questo volto (iconizzato, reclamizzato, mitologizzato) è un volto bianco, vuoto, privo di caratteristiche – come ribadito ossessivamente, il volto che non è, il volto di una bolla di non- essere, il volto della non-persona. Un’altra delle deicatarie è Babsi Jones, l’autrice di Sappiano le mie parole di sangue. La spinta meditativa che mi ha fornito, nel momento in cui, dopo anni di studio, mi accingevo tra mille incertezze a scrivere, è stata fondamentale. Così come quella, ancora più decisiva, poiché mi è stata allestita una fucina teorica e pratica su forma e struttura e poetica, che Donata Feroldi, la terza dedicataria del libro, mi ha dato con una generosità da lasciare allibiti. Babsi Jones, tuttavia, e proprio in linea con la poetica dello sguardo da un tempo assoluto, che è il qui e ora, è riuscita retroattivamente a imporre uno sguardo confermativo e ulteriore sul <del<romanzo Hitler.
sebald_austerlitz.jpgQuesta estate, in condizioni personali assai penose, in un luogo indicibile (che sarà tra l’altro il soggetto, lo sfondo e la sostanza del “romanzo” che verrà pubblicato presso Mondadori dopo Hitler, prevedibilmente a fine 2009 o inizio 2010…), mi ero portato molti libri da leggere. Tra questi, Austerlitz di W.G. Sebald. Non riuscivo a sfondare la lettura, mi respingeva. Storia naturale della distruzione lo lessi in un giorno. Austerlitz mi opponeva come un muro. Raffinato, warburghiano – eppure spaventoso, in qualche modo – in qualche modo ne avevo paura. Tornato a Milano, ne parlai con Babsi che mi spronò, dicendo che era fondamentale per me leggerlo. Lo feci. Era fondamentale.
A cominciare da qui: “Tutti questi oggetti inerti che mi circondano – penso – sono l’unica traccia della storia individuale delle persone imprigionate e uccise ad Auschwitz”.

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HITLER – romanzo: la quarta di copertina

hitlercovermedia.jpg[Per chi ha seguìto le riflessioni e letto i materiali allestiti nell’officina del romanzo HITLER, che, come detto, è in uscita presso Mondadori il 16 gennaio 2008 a 19 euro, la quarta di copertina non costituirà novità: è la sintesi dell’atteggiamento di poetica adottato nella difficoltosa opera di ricerca di un modulo per rappresentare il non-essere che appare, oltre che il tentativo di risarcimento amoroso che per sua natura oltrepassa quel non-essere e fa coincidere con le vittime della Shoah, che sono i rappresentanti dell’essere avvertito al suo livello più intenso. Per i lettori che non hanno mai messo naso nell’officina del romanzo, la quarta di copertina costituisce un’ideale summa di tutto quanto ho tentato di ragionare nel corso delle mie meditazioni – ogni frase potrebbe dare vita a una digressione che spieghi e dipani l’orrore e l’errore, e la colpa che la scrittura condurrebbe su di sé qualora fosse finzionale. gg]
Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su tutta l’esistenza di Adolf Hitler.
Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’ uomo le cui donne – tutte – tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno.
Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.

Il romanzo è: HITLER

Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro:
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Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l’officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L’avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione.
Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.
POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO
Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).

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Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
Su suggerimento di Antonio Scurati, a proposito del romanzo, di cui qui si possono visionare i materiali di riflessione che hanno condotto alla stesura, ho visionato un testo fondamentale del filosofo e semiologo Hubert Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, uscito per i tipi Cortina. didi_huberman.jpgE’ a partire dalle sequenze di immagini scattate all’interno del campo di sterminio di Auschwitz (nel ’44, da un deportato noto col nome di Alex) che il filosofo francese, evitando la feticizzazione dell’immagine stessa, tenta di avvicinarsi alla possibile rappresentazione dell’orrore. La rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto è qui in questione. Qualcuno ricorda un monito di Agamben: se non fosse possibile immaginare quel Male, si darebbe ragione ai nazisti, che sostengono: “La storia dei lager la detteremo noi”.
Fatto sta che la storia dei lager non l’hanno dettata i nazisti e nessuno ha impedito a nessuno di immaginare cosa successe ad Auschwitz. E’ piuttosto nella disgiunzione tra il sentire metafisico e l’immaginarsi Auschwitz che avviene la sconfitta di tutto il protocollo umanistico occidentale – o, meglio, il suo inveramento, che è Auschwitz stessa. Poiché l’immaginare viene pensato dall’Occidente come connesso eventualmente all’emotivo, e l’emotivo non è il piano dell’ontologico, dove risiedono gli effetti del Male Assoluto. Quando scrivo “piano ontologico” non intendo qualcosa di differente rispetto alla storia umana. Se però la storia umana non è sacra in forza della pietas e dell’empatia, o se l’empatia e la pietas non giungono alla percezione dell’assolutezza del gesto umano, l’emozione e l’immaginazione e tutta la cultura divengono un campo di coltura delle premesse che giungono a una conclusione inevitabile, inevitabilmente voluta: il disgiungimento assoluto tra umano e umano. Quando Adorno sentenzia che “è impossibile scrivere dopo Auschwitz”, ha ragione – poiché ormai conosce bene il potere delle immagini, sganciate dal sacro e dal metafisico. E’ questo lo snodo fondamentale: se si perde la sacralità dell’empatia, l’umanesimo si rovescia nel suo opposto, l’antiumanesimo.
Non è perciò data, almeno per me, alcuna rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto: non immagino, cioè non invento, l’orrore abissale avvenuto in quella breccia della storia umana che fu il campo di sterminio nazista. Se lo immaginassi, la storia dei lager verrebbe dettata dai nazisti. La rappresentazione del Male Assoluto è possibile soltanto quando la rappresentabilità stessa è nella sacralità, è nella metafisica: soltanto chi ha vissuto la storia del campo di sterminio può rappresentare. E’ questo a conferire l’unicità della Shoah. Altrimenti, all’unicità dello sterminio ebraico corrisponderebbe l’unicità di chi lo ha perpetrato – e questa è una vittoria postuma che non si può concedere ai nazisti.
A noi tocca creare all’interno di un cerchio ristretto di rappresentabilità: si esige una potente, lunga e ponderatissima meditazione sulla rappresentazione di chi ha commesso il Male, non del Male commesso. Questa rappresentazione esige lo sforzo di adoperarsi per una forma che annulli il primato ontologico di chi esercita il Male, per disgiungerlo dall’unicità dello sterminio. Se non fosse così, l’unicità della Shoah manterrebbe in vita il ricordo di chi praticò quel Male, mitologizzando. Di ritorno, l’unicità della Shoah rischierebbe di essere considerata alla stregua di un mito: ed è proprio il movimento che compie chi secerne vergognose tesi revisioniste. Bisogna andare al di là della nozione di persona, a proposito di chi compie il Male. Se è un unicum, si tratta di un unicum che non esiste, che non è, che non ha statuto di essere: bisogna sottrarre statuto di essere a colui che compie il Male assoluto. Questo zero, questa Non-Persona è una discontinuità nella storia umana: appare come umano e non è un umano. Quale forma di rappresentazione, dunque, utilizzare?

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Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

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8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.

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