Esce da minimum fax “Fine Impero”

genna_impero (2)E’ finalmente disponibile in libreria dal 6 giugno 2013 il romanzo da me scritto Fine Impero, edito da minimum fax, con copertina a opera di Riccardo Falcinelli. E’ un testo che ha dovuto effettuare un percorso faticoso, prima di giungere alla pubblicazione. Fortunatamente, esso mi ha permesso di esperire una volta ancora le cure editoriali di minimum fax: si tratta di un’esperienza umanistica che non ha pari in Italia. Tengo perciò a ringraziare tutti i minimi che hanno collaborato con me alla realizzazione di questo libro: l’editor Nicola Lagioia, l’editore Marco Cassini, la direttrice editoriale Martina Testa, la cura redazionale di Dario Matrone ed Enrica Speziale, la perfetta prospettica di Alessandro Grazioli, l’opera artistica di Riccardo Falcinelli.
Questo romanzo è dedicato a Tommaso Pincio.
Eccone il testo di aletta e, a seguire, le microanticipazione datene in questi anni.
Seguiranno iniziative molto particolari a corollario della pubblicazione.
Vorrei ringraziare lettrici e lettori che instancabilmente mi hanno contattato per chiedermi notizie del libro, in questo arco di tempo: il loro abbraccio è ricambiato, è importante per me. Davvero: grazie.

 

Testo di aletta

dalla pagina minimum fax dedicata a Fine Impero

 

“Il miracolo-Genna consiste nell’essere riuscito a rendere la nostra Storia allo stesso tempo sexy, elettrizzante, patetica, drammatica, divertente.”
Alessandro Piperno

Che cosa accade a un uomo quando perde tutto? Se il paese è l’Italia e quell’uomo è un intellettuale che per sbarcare il lunario scrive per le riviste di moda, il dramma privato può rivelarsi una porta d’accesso verso un altro tipo di disastro: il mondo contemporaneo. Ecco allora che il protagonista di Fine Impero intraprende la sua discesa al centro della terra aggirandosi nella notte senza fine di ciò che per comodità chiamiamo ancora show business. A fare da traghettatore c’è zio Bubba, un uomo che è «più dei politici»: agente, impresario, personaggio misterioso e chiave di volta per comprendere in cosa ci sta trasformando lo spettacolo del potere che (dagli schermi tv invasi dai talent e dai reality, fino al profondo della nostra intimità) contempliamo senza sosta a occhi spalancati. Fino a quando non si spalancherà anche la piccola porta di una tragedia la cui potenza non è possibile arginare – il mistero inesplicabile della morte dei bambini su cui la grande letteratura non fa che interrogarsi ciclicamente. Giuseppe Genna, lo scrittore che meglio ha indagato le pieghe più inquietanti dell’Italia di questi anni, racconta una parabola che ci riguarda da vicino. Abbiamo dimenticato qualcosa di fondamentale tra le stanze di un brutto sogno, e l’unico modo per riprenderla è tuffarcisi dentro.

 

Copertina e bozzetti preparatori [di Riccardo Falcinelli]

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Primi materiali

Tommaso Pincio: “Hotel a zero stelle”

 

Una sintesi di materiali eterogenei, per celebrare il successo del libro di Tommaso Pincio, pubblicato da Contromano Laterza. L’intervista a Fahrenheit su RadioTre, l’incipit del libro, la recensione di Giampiero Cordisco su Polimeri.

A spiazzare qualunque discorso critico, a riprendere un’antica tradizione (i Salon baudelaireani rovesciati) e a trascinare in un contagio da febbre terzana e letteraria, è nuovamente uno scrittore – come da molto sta accadendo, poiché la mancanza più grave e canonica della critica contemporanea è l’amore per l’oggetto e il soggetto, l’assenza di una devozione che sia consustanziale all’atto critico. Tommaso Pincio in Hotel a zero stelle elabora nella lingua nuda (che è tutt’altro dalla lingua onesta e anche dalla lingua “bianca”) l’assenza di anticorpi alla malattia della letteratura e alla sua privata follia: la testimonianza del vagabondaggio estremo, all’interno e al tempo stesso all’esterno di sé, nella gratitudine e nell’odio e nell’invidia e nella sensazione di annullamento che provoca la vertigine letteraria e artistica. Una salita dantesca effettuata col nitore petrarchesco: l’inveramento della poesia nella prosa, un settimo grado nell’abbacinante assenza dei generi, per compresenza di tutti i generi in potenza, che ha in Pincio uno dei più alti interpreti italiani in questi anni.

 

RadioTre Fahrenheit intervista Tommaso Pincio

Loredana Lipperini intervista, a Fahrenheit, secondo la sua scansione profonda, l’autore di Hotel a zero stelle.

 

Da “Hotel a zero stelle”

di TOMMASO PINCIO | da Hotel a zero stelle

Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote.
Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita.
A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale.
Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky».
Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile.
La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome.
Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa.
L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo.
Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso.
È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha.

 

Su “Hotel a zero stelle”

di GIAMPIERO CORDISCO | da Polimeri

Il progetto di Hotel a zero stelle rientra perfettamente nell’idea geografico-letteraria di Contromano, e ne esaspera la prospettiva: se questa collana si fonda su un approccio ai luoghi (che siano luoghi squisitamente sociali-antropici o luoghi del sentire – o se il luogo-libro di volta in volta ricavato sia la risultanza di diverse prospettive bio-geo-letterarie – poco importa), il libro di Tommaso Pincio va a restringere il campo metaforico a un unico edificio, popolandolo delle proprie istanze di vita per mezzo di riferimenti letterari e artistici.
L’albergo, dunque, l’hotel a zero stelle in cui, memore di un passato mai effettivamente trascorso da nomade delle guest house asiatiche e degli ostelli privi di intimità e inutili comfort, Pincio va a costruire una personalissima cosmogonia, è stipato di personaggi che hanno segnato la sua formazione letteraria. Il libro è costruito sulla pianta di questo albergo ideale abitato da splendidi reclusi della vita, da “vagabondi dell’anima… che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”. I piani dell’albergo sono quattro, modellati secondo la mappatura della Commedia dantesca. Ad ogni piano corrisponde un’urgenza di vita dell’uomo-Pincio: la consapevolezza della necessità della menzogna e dell’inevitabilità di una forma di impostura (la selva oscura del primo piano), il terrore del fallimento (l’inferno del secondo piano), l’illuminazione della consapevolezza nei rapporti fra essere ed esistente (purgatorio, terzo piano), la scoperta del Senso che soggiace all’effimero della Vita (paradiso, quarto piano). Il capitolo introduttivo e quello posto ad epilogo perfezionano la circolarità dell’impianto del libro, chiamando in causa l’autore che entra per vie fortuite nel linguaggio letterario dopo aver realizzato l’impossibilità di continuare il percorso pittorico – percorso a cui invece ritorna, con rinnovata coscienza, alla fine del libro, nella vita attuale.
Se questo fosse un romanzo, e se ci trovassimo in altre epoche, potremmo parlare di un magistrale esempio di bildungsroman, con l’ideale della formazione umana che fa da colonna portante all’intera struttura del libro-albergo. Ma questo non è un romanzo, non si tratta in nessun modo di fiction. Hotel a zero stelle è per me un esempio notevole di creative non-fiction: saggistica letteraria d’autore con riferimenti biografici degli scrittori di volta in volta narrati (non “analizzati”, ma “narrati”); e poi c’è la scrittura in sé, la forma che è la sostanza.
La prosa di Pincio è sbalorditiva. È un dettato all’apparenza semplicissimo, dotato di un nitore interno che sembra autoalimentarsi e che è l’espressione autentica del cosiddetto piacere di leggere. Ha una luce tutta sua, una densità perfetta nei rapporti fra pieno e vuoto, e ti mette davanti all’evidenza che fare della scrittura un’operazione di ingegno è un dono. Questo dono si chiama talento: la scrittura di Pincio (in questo Hotel e – sono sicurissimo – negli altri libri che non ho ancora letto) è il talento dell’autore che fa sembrare semplicissimo mettere le parole una dopo l’altra. Quando mi trovo davanti a questo modo di scrivere, mi viene da pensare a come possa essere possibile la progressione. Com’è che una frase dopo l’altra mi ritrovo davanti a una tale quantità di argomenti? Mi sembra strano (e mi sorprende in positivo) che da una forma all’apparenza così semplice possa generarsi un contenuto così stratificato e multiforme. È una forma di sospensione della credulità, ma applicata alla forma, alla prosa in sé, al progredire delle frasi, al lessico apparentemente ordinario, alla ricerca sonora dissimulata in semplicità e naturalezza. Mi trovo davanti a quel modo di scrivere che ti fa sfogliare le pagine per poi tornare indietro regolarmente, perché non riesci a capire esattamente dove, nel testo, siano dislocati i punti di fuga – in pratica, sei in balìa dell’autore, che ti porta a spasso a suo piacimento nei vari corridoi della sua opera. È così che parti da Melville e ti ritrovi a leggere di Warhol prima di arrivare a Caravaggio. Allo stesso modo leggi di Márquez e ti ritrovi in casa di Burroughs, ubriaco marcio, che ammazza la moglie giocando al Guglielmo Tell con una pistola carica. Il tutto senza soluzioni di continuità, sviscerando gli aneddoti biografici più nascosti dei tanti scrittori trattati (Wallace, Parise, Dick, Kerouak, Simenon, Pasolini) in relazione al vissuto umano e intellettuale dell’autore.
Da una scrittura così nitida traspare chiaramente la bontà della persona, e se così non fosse mi trovo davanti a un inganno che lascio perpetrare volentieri. Pincio mi appare un autore validissimo e una persona autentica, sincera: tutto Hotel è (anche) un grosso brano diaristico, in cui vengono elencati, senza paura di mostrarsi nudo al pubblico dei lettori, momenti di riflessione intima sul proprio operato ed episodi cupi della propria storia personale. È sempre grazie alla potenza della scrittura, al piacere indotto dalla lettura, che questo ur-diario non appare affatto pesante, né autoriferito o tra virgolette ombelicale.
La portata, e ho finito: in un momento migliore, in un Paese che sappia valorizzare il lavoro culturale, in un Paese quale questo non è più, un libro del genere verrebbe adottato nei corsi di scrittura creativa, nei corsi universitari di letterature comparate, verrebbe suggerito per le vacanze per i liceali prossimi alla maturità e indicato ovunque come lettura obbligatoria per chi si interessa di letteratura contemporanea. Ho finito.

Tommaso Pincio su ‘Lo spazio sfinito’

La seconda vita de “Lo spazio sfinito”: intervista a Tommaso Pincio | di PIERLUIGI LUCADEI | da ilmascalzone.it

Il ritorno in libreria, grazie a minimum fax, de Lo spazio sfinito è l’occasione per una chiacchierata col suo autore, lo scrittore romano Tommaso Pincio. Secondo romanzo di Pincio, Lo spazio sfinito uscì per Fanucci nel 2000 e finì troppo presto fuori catalogo, non prima però di aver influenzato un nutrito numero di scrittori di casa nostra che avevano voglia non più soltanto di lambire ma di abbracciare la letteratura di genere, troppo spesso relegata da noi al rango di letteratura di serie B. Utilizzando protagonisti appartenenti alla mitologia del ventesimo secolo come Jack Kerouac e Marylin Monroe, Pincio è riuscito, con Lo spazio sfinito, a scrivere una favola postmoderna ambientata negli anni Cinquanta ma capace di raccontare con struggimento l’alienazione, la solitudine e la disperazione di un mondo senza tempo.

Cosa si prova a rivedere il proprio romanzo in libreria dopo dieci anni?

Tommaso Pincio: Autoritratto
Un misto di sensazioni. Quella poco piacevole di dieci anni passati come in un sogno si confonde al conforto che, malgrado il tempo trascorso, il romanzo sia sopravvissuto all’oblio in cui la più parte dei libri pubblicati viene risucchiato. Per questo ho un debito di gratitudine con gli amici di minimum fax che hanno accolto con entusiasmo e affetto Lo spazio sfinito regalandogli una seconda possibilità.

L’impressione è che il romanzo si riveli attualissimo ad ogni pagina e che sarebbe potuto uscire oggi per la prima volta risultando allo stesso modo freschissimo.

Fosse uscito oggi per la prima volta avrebbe avuto un destino diverso. Ho infatti la sensazione che sia compreso e apprezzato più oggi che allora. Non voglio con ciò dire di avere precorso i tempi. Non nutro particolare simpatie per gli anticipatori e coloro che tali si credono, né considero la preveggenza un punto di merito letterario. Credo piuttosto che l’importanza di uno scrittore si misuri proprio dal modo in cui scava nel suo tempo, senza indossare i panni del profeta. Quando scrissi Lo spazio sfinito, l’atmosfera che si respirava in Italia era d’altro tipo. Autori statunitensi che oggi vanno per la maggiore erano di fatto sconosciuti, mentre io ero reduce da un lungo soggiorno a New York. Ero imbevuto di cose da noi pressoché ignorate: preferisco spiegarmi la cosa in questi termini.

Quando uscì dieci anni fa invece fece un po’ da apripista all’avantpop di matrice americana. E’ come se da Lo spazio sfinito anche gli scrittori italiani si sentissero autorizzati a giocare col postmoderno. Sei d’accordo?

Non sta a me confermarlo. Bisognerebbe porre la domanda agli scrittori che sono venuti dopo. Posso però dire che è forse fuorviante porre l’accento su certi termini. Avantpop è soltanto un’etichetta critica, una parola che offre la possibilità di riunire sotto un cappello comune autori molto diversi tra loro. Un discorso quasi analogo vale per il postmoderno, anche se in quest’ultimo caso ci troviamo davanti a una categoria di portata più vasta.

Quanto c’è di profetico nelle librerie prive di libri de Lo spazio sfinito?

Come ho detto, la preveggenza non mi interessa. Si dice spesso che 1984 ha anticipato il nostro mondo, ma non è vero. Orwell ha commesso un gran quantità di errori se lo considera su un piano strettamente profetico. Per esempio, aveva profetizzato che i cartelloni pubblicitari sarebbero scomparsi dopo la guerra. Si tratta però di errori cui non prestiamo attenzione o che giudichiamo irrilevanti perché il suo romanzo parla alle nostre coscienze di oggi con un’urgenza che ce lo fa sembrare attuale e dunque in anticipo sui suoi tempi. Ora, mi rendo conto che immaginare librerie senza libri, come ho fatto in quel romanzo, possa essere letto come uno squarcio sul futuro, ma in realtà è un puro accidente. Non pensavo affatto al destino che attendeva l’industria editoriale; quell’invenzione era funzionale al mondo poetico che volevo ricreare, un mondo fatto di vuoto e artificialità. Che poi la nostra società stia evolvendo verso forme ulteriori di vuoto e artificialità è faccenda diversa o, come ho detto, una coincidenza. D’altra parte, i germi di questa evoluzione erano presenti e ben evidenti già ai tempi in cui scrissi Lo spazio sfinito.

Dei personaggi de Lo spazio sfinito, apparentemente così eterei, inconsistenti, si riesce quasi con sorpresa, con l’avanzare del racconto, a delineare una precisa personalità e una precisa psicologia.

Li ho pensati come personaggi da favola. Come i personaggi delle favole sembrano fluttuare in un mondo privo di consistenza. In un certo senso, sono anche loro espressione di un vuoto. Hanno l’apparenza di figure di cartapesta, di stereotipi senza anima. Esattamente come accade nelle favole, finiscono però, quasi inaspettatamente, per brillare di vita interiore. E una volta tanto l’apparenza non inganna. Quei personaggi di fatto restano vuoti. A dargli corpo, spessore psicologico, non sono io, ma il lettore che a poco a poco vi proietta i propri sentimenti. La verità è che, alla maniera delle favole, i personaggi de Lo spazio sfinito sono archetipi, scatole vuote che hanno però la forma dell’animo umano e sono pertanto adatti ad accoglierne le varie psicologie.

Tommaso Pincio: Lo spazio sfinito
Come mai Jack Kerouac e Marilyn Monroe?

Il modo più pratico per creare un mondo da favola era quello di scegliere quali protagonisti personaggi che il lettore già conoscesse e potesse dunque inserirli all’interno d’un immaginario già dato. Kerouac incarna il prototipo del vagabondo romantico e malinconico. Marilyn è la fanciulla che tutti desiderano ma della quale nessuno è disposto a farsi realmente carico. Mi rendo conto che una simile operazione possa far odorare di postmodernismo. Ma di fatto è un’idea antichissima: i poeti dell’antichità non facevano che attingere a miti noti a tutti. Li rivisitavano alla loro maniera per dargli una vita nuova.

Che importanza attribuisci alla cultura pop?

Non gli attribuisco alcuna speciale importanza. È semplicemente il paesaggio che fa da sfondo alle nostre vite. Negarlo sarebbe come pretendere che nelle nostre strade si vada ancora a cavallo. D’altro canto, non credo nemmeno si debba farne il centro gravitazionale di un’opera. Il pop è stato il fulcro del discorso artistico tra gli anni Sessanta e parte degli Ottanta. Dopodiché la sua grammatica è stata assorbita dal nostro linguaggio, integrandosi alla maniera di immigrato di terza generazione.

In quale ottica si può parlare oggi di letteratura di genere?

Mi piacerebbe dire che i confini tra letteratura di genere e mainstream sono ormai abbattuti, ma non è così. Basta entrare in una libreria e dare un’occhiata al modo in cui sono disposti i titoli per rendersene conto. È però innegabile che le incursioni degli scrittori seri nei bassifondi del genere si sono fatti sempre più frequenti e disinibiti. Resta però una separazione, un sottofondo di diffidenza, tra questi mondi, perlomeno in Italia dove l’idea che la vera cultura debba colorarsi di elitario avanguardismo è dura a morire.

Da grande conoscitore della letteratura d’Oltreoceano, da quali nomi ti aspetti il grande romanzo americano del prossimo decennio?

Come ho detto, non mi piacciono le previsioni. Preferisco godermi la sorpresa.

In quale tipo di vuoto finiscono i libri fuori catalogo?

Non è un vero e proprio vuoto. I libri non muoiono mai. È possibile reperirli nelle biblioteche. Li si può scovare nei negozi dell’usato, su ebay. Trovo istruttivo, oltre che piacevole, andare alla ricerca di un titolo perduto. Non meno importante della conoscenza in sé è la strada che conduce al conoscere. Non è salutare che le cose ci vengano fornite all’istante come in un fast food. Detto questo è ovvio che per un autore non è mai una bella sensazione vedere i propri titoli finire fuori catalogo.

Puoi dire qualcosa sulle tavole collegate con il romanzo, compresa quella che è stata utilizzata per la copertina?

Tommaso Pincio: Cinacittà
Nasco come pittore. O meglio: la mia ambizione di ragazzo era quella di diventare un pittore. Tutta la mia formazione fu volta a questo scopo, ma una volta terminati gli studi posai i pennelli perché mi convinsi di non avere il talento necessario per raggiungere ciò cui aspiravo. Da quel momento è iniziato un rapporto assai tormentato con le arti figurative. Erano il mio mondo d’origine, per cui le amavo. Ma erano anche l’immagine del mio fallimento, per cui le odiavo. A poco a poco la scrittura ha preso il sopravvento e sono giunto a guardare l’arte con maggiore serenità e rinnovato piacere. Finché non ho ripreso matite e pennelli in mano. Il dipinto usato per la copertina de Lo spazio sfinito e i ritratti ispirati al romanzo nascono da questa mia riscoperta della pittura. Il primo passo è tuttavia stato il quadro per la copertina di Cinacittà. Al momento sto realizzando una serie di ritratti coi quali spero di riuscire a fare una mostra, prima o poi.

Tommaso Pincio: del Miserabile

di Tommaso Pincio

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[Durante la presentazione di Assalto a un tempo devatato e vile. versione 3.0 a Libri Come, domenica 28 marzo a Roma, Tommaso Pincio è intervenuto all’incontro leggendo questo “Omaggio a Giuseppe Genna”, in cui racconta il suo rapporto con il libro e con l’autore. Trattasi di un futuro autore minimum fax che parla di un autore minimum fax; pubblicarlo in questa sede potrebbe apparire una scelta alquanto egocentrica, ma il testo è bello a prescindere, e forse queste parole Pincio le ha scritte soprattutto per chi Giuseppe Genna non lo conosce e non l’ha mai letto, e dunque concentriamoci sugli scrittori. Buona lettura e buon inizio di settimana.]

È da diverso tempo ormai che Giuseppe Genna perturba le nostre lettere. In rete e sulla carta stampata. E dico perturba non perché sia per vocazione un agitatore. È il suo semplice esistere che scuote.
Continua a leggere “Tommaso Pincio: del Miserabile”

Da ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE (versione 3.0)

E’ appena sbarcata in libreria per i tipi minimum fax, la versione 3.0 di Assalto a un tempo devastato e vile, dieci anni dopo la sua stesura (qui la scheda sul sito minimum fax). Ho già anticipato un piccolo brano dalla nuova parte, che raddoppia il volume di pagine del libro. Qui sotto, dal capitolo “Esaurimenti dei pregressi protocolli”, un brano che giunge dopo una lunga narrazione.
Domenica prossima, 28 marzo (qui i particolari), sarò a Roma a presentare il libro, in una conversazione insieme a Tommaso Pincio e Christian Raimo (quest’ultimo, preziosissimo editor della nuova versione di Assalto). Il 12 aprile, al Teatro Franco Parenti di Milano, il libro verrà presentato insieme ad Alessandro Bertante.

“Ma se fate così a Giuseppe, lo sai, come mangia? Lo sai che non trova lavoro…”
“Sono problemi del ragazzo”.
[…]

Camminando nel gelo, la broncopolmonite, le lastre classiche abbandonate là al pronto soccorso allagato, dove un uomo è entrato con un coltello spianato e incrostato di sangue di una ferita altrui, all’improvviso, urlando, nell’acqua, ecco dunque che l’attenzione ingigantisce il fenomeno gigantesco.
Ogni fenomeno è gigantesco.
Descrivilo.
La foggia dei sogni interrotti.
La guancia pòrta al prossimo che sei tu stesso.
E dunque descrivi cosa sia che si scioglie, affinché io abbandoni il gesto plurale che congiunge il filtro alle labbra, mentre i condensati di catrame ribollono ed esplodono e, scrutando ogni molecola, come supernove in espansione sono pronti a collassare ma emanano il residuo che anticipa, gassoso, né letale né non letale poiché la sua pericolosità eventuale dipende dalla presenza umana accanto al fenomeno medesimo.
Ecco quanto si scioglie e emerge, affinché io non ricorra più semplicemente a una sigaretta, semplicemente, semplicemente, una sigaretta semplicemente!, era tutto semplice!, deve restare semplice!, non può addivenire un fenomeno mentale, complesso e labirintico e sovrastrutturato, e invece lo era a priori; il segreto del gigantismo di ogni fenomeno è questo: è mentale, ogni fenomeno è mentale.
L’amore abissalmente richiesto e percepito non ricevuto.
Il calore che non si è avvertito, l’abbraccio della madre, la stretta del padre.
Il riconoscimento che si esiste, fornito dallo sguardo altrui e dunque negato, negando tutto, soprattutto lo sguardo altrui.
La crescita orrenda dell’attaccamento che sostituisce gli attaccamenti.
La fonte maledicente di ogni attaccamento, che è il mantra infinito e dura dal momento in cui si è esistenti al momento in cui si è ma non esistenti, e dunque: “Io… Io… Io… Io… Io… Io… Io…”.
L’inermità bambina di chi è assetato della requie dalla noia e dal profondo e dal superficiale dolore.
Le folate di rabbia, i sismi della discordia, la furibonda terra interiore che si solleva a singulti geologici, destabilizzando la crosta del pianeta umano.
L’ipotesi della cancellazione di ogni affetto, nel momento inadatto a cercare qualunque affetto pur di sapere con certezza non che si è, ma che si esiste.
L’incapacità, che spaventa, di fronte alla Bambina e al Bambino, ma non di essere padre, non è essere padre: è la fatica di volere, la fatica di amare con fatica, quando amare annulla la fatica qualunque, fa della volontà l’essere al suo stato primigenio.
La distrazione edenica.
Il limite fisico, il colpo, la botta, il sommovimento cellulare, il male organico che fa da bordo e asserisce l’esistenza del corpo e dello spirito con il corpo.
La cultura che si confonde con la natura.
L’insubordinazione emotiva quale ultima verità umana, una falsità a cui l’uomo fonico continua a credere.
La fine della fonazione e quindi l’anticipazione del futuro.
L’autoascolto, la cura di sé, il dondolìo meccanico e incantatorio.
L’atto sciamanico in istato residuale.
La favola che bimbi credemmo non ascoltammo.
La dismissione di ogni guaina, di ogni corpo.
La sospensione delle età e delle ere.
Il recupero della naturale sensazione di essere in qualunque era.
Lo sviluppo di un’altra abilità uditiva.
Il risveglio nell’addormentamento.
L’orgoglio enorme, fisico finanche nei legami strutturali di base.
L’arconte che siamo prima di comprimerci a un tale licello di densità, lentezza e ignoranza.

Tutto era questo l’uomo che fuma.

Concedete il futuro privo dei pregressi protocolli, privo di paradigmi.
Esaurimenti: convergete.

Io emergo da una nebbia, scomposto, alla tempia preme un silenzio dall’interno e un vapore dall’esterno.
Non cancellato, entro nella nebbia, non cancellato nella nebbia mi muovo, sorpasso dunque una nuova barriera di bruma compatta, riesco non cancellato, premo.
Io premo.
Esco da me.
Non sono questo, essendolo diventato.

Tommaso Pincio: Racconti d’America

di TOMMASO PINCIO
[da il manifesto, 9.1.10]
Maestri della forma breve, il celebre Raymond Carver, di cui minimum fax pubblica nove Racconti in forma di poesia, e il pressoché sconosciuto Andre Dubus, di cui esce da Mattioli Non abitiamo più qui, cercavano di illuminare in poche pagine quegli istanti in cui la vita imbocca una direzione decisiva: per lo più quella sbagliata

Precaria è la delicata arte del racconto. Raggiunta l’età – tutto sommato non così veneranda – di quarantacinque anni, Roberto Bolaño considerò di avere accumulato sufficiente esperienza per dispensare qualche consiglio sull’arte di scrivere racconti. Nella miniera di saggi, articoli e discorsi scritti tra il 1998 e il 2003 dal poeta e narratore cileno, e poi raccolti dall’amico Ignazio Echevarría nel volume Tra parentesi (in uscita per Adelphi nella traduzione di Maria Nicola, pp. 379, euro 26), leggiamo: «Uno scrittore di racconti deve essere coraggioso. È triste riconoscerlo, ma è così».
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