La doppia mimesi di MEDIUM

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Bisognerebbe andare alle origini, ma manca il tempo e la sede non è questa. Il problema della mimesi, si sa, è uno dei più dibattuti dalla teoria e dalla critica della letteratura. Stando a oggi, saltando a piè pari l’elaborazione contemporanea, provo ad attenermi al De Mauro, che alla voce mimesi distingue: “Nella filosofia platonica, il rapporto di imitazione che lega le cose del mondo sensibile alle realtà universali e sovrasensibili delle idee. Nell’estetica aristotelica e in quelle che a essa fanno riferimento, l’imitazione della realtà e della natura che si suppone essere a fondamento della creazione artistica. Nella critica letteraria contemporanea, la rappresentazione di una realtà ambientale, sociale, culturale e sim. condotta nel modo più possibile realistico e impersonale”.
In MEDIUM, secondo le intenzioni, tertium non datur: viene cioè colpita e annulata la terza definizione di mimesi e vengono elaborate criticamente le prime due. Proseguo dunque con questa sorta di autocommento che fa leva sulle mie intenzioni (che comunque non compongono un’algebra), lasciando ai lettori (che possono leggere MEDIUM qui o comprarlo qui) il giudizio sugli esiti.


Da un lato c’è l’esperienza fondamentale: il lutto. Muore mio padre – è una figura ambigua e contradditoria per la mia storia personale. Alla sua morte, al culmine del drammatico ritrovamento, io sperimento qualcosa che non ha a che vedere con una cinica liberazione e nemmeno con un deporre la stanchezza di chi ha accompagnato un uomo fino alla morte: sperimento una beanza che pulisce la storia tra me e mio padre, fa emergere la sorgività di un amore che andava da me a lui e da lui a me. Tutto si scioglie: letteralmente, è la soluzione. Non l’elaborazione del lutto, ma la sua risoluzione. L’amore continua in assenza del corpo. Da quel momento, che nel libro è iniziale, il testo si trasforma in un dono: viene proposta una possibile elaborazione del lutto, viene donata (a due persone specifiche) l’esperienza di una potenziale soluzione. Mentre ciò che accade all’inizio sembra cronaca (e, di fatto, lo è), ciò che segue è un climax di intrusione dell’immaginario nei dati di realtà. Tutto è vero, i personaggi sono veri, lo sconcertante ritrovamento durante lo sgombero dell’appartamento abitato da mio padre è vero, il mio viaggio in Germania è vero, le dinamiche a cui mi sottopone la mia compagna sono vere – tutto, però, è spostato, mandato in una deriva fantastica ma non per questo priva di significanza, secondo i canoni dell’allegoria à la Benjamin (e dunque non come metafora allargata, cioè orizzontale, bensì come movimento verticale, come ricerca della verticalità che permette di percepire il vuoto che respiriamo, in cui siamo, in cui ci muoviamo). E’ un climax, dicevo, ed è ascendente: si cresce in finzione significativa e allegorica e simbolica (abolendo la distinzione tra simbolo e allegoria secondo lo stesso Benjamin), fino al puro immaginario, al postmortem descritto in vita e in immaginazione.
De Mauro recepisce, nello stendere la sua definizione della mimesi platonica, una tradizione devastante che è stata mutuata dalla filosofia moderna e contemporanea circa i dialoghi di Platone. La mimesi in quanto imitazione è un movimento. Qualcosa (qualcuno) si muove verso uno stato di similitudine a qualcosa (qualcuno) d’altro. Ora, ciò che regge rispetto alla verità platonica è soltanto il movimento – poiché i due termini (a quo e ad quem) vengono travisati. Chi si muove è un io. Ciò verso cui si muove l’io è l’ideale. E tuttavia l’idea, che l’interpretazione contemporanea di Platone considera separata dalla realtà, è la realtà. Non esiste una cosa senza l’idea di quella cosa. Non esiste il divenire senza l’idea del divenire. E questo non esistere, poiché invece di esistenza si parla, stipula un’identità tra l’idea e la realtà che vi corrisponde: entrambe sono, sono la realtà dell’autentico, sono l’essere. In una prospettiva unicamente umana, che non è perciò universale, sembra possibile che esista un movimento che, nella prospettiva dell’essere, non esiste – l’essere è, e quindi può essere anche movimento, ma quanto all’essere non c’è movimento: c’è tutto – il movimento, il non movimento, il potersi muovere, il non potersi muovere, lo stare per muoversi, e così via, ma non all’infinito, poiché l’idea ha una forma, è una potenza che ha un limite, un contorno energetico, potenziale, osmotico, e che quindi può incarnarsi indefinitamente ma non infinitamente. Soltanto l’essere è potenza dell’infinitudine, ogni altra prospettiva non è universale (o è universale in senso relativo: l’uomo tocca universali che però sono relativi all’uomo). Esiste dunque per Platone (e nella Repubblica la questione è esplicita) una mimesi che è assurda: quella degli artisti che ritengono imitabile in prodotto la realtà – sono devianti rispetto a una comunità che tenta l’opera difficile, cioè la politica di un’ascesi individuale e interiore verso l’essere, opera intima e singolare che la comunità aiuta, poiché chi è sintonizzato con quest’opera frena inconscio collettivo e psichismi che deviano dall’indentramento che ognuno tenta nella città platonica. Il realismo propalato dalla contemporaneità è un surrealismo patafisico per Platone.
Richiamo questa correzione (che desumo dalla monografia platonica di Robin e da Esercizi spirituali e filosofia antica di Hadot) per fare comprendere che tipo di mimesi ha corso in MEDIUM nella cronaca del ritrovamento del cadavere di mio padre, a un giorno dalla sua morte, l’1 gennaio 2006, un’ora dopo avere terminato il mio libro per lui, cioè il Dies Irae. Mentre sono costretto, essendo umano, con tutto l’apparato emotivo e fisico scosso, a constatare e a descrivere la realtà di ciò che mi trovo di fronte (il suo corpo gelido, gli arti terminali gonfi e blumarroni), io avverto lo slittamento in beanza, attraverso un percorso mnemonico di ricordo di quello che fu in vita mio padre e del rapporto che intrattenni con lui, fino a scoprire nel ricordo (e si ragioni qui sull’anamnesi platonica) il vuoto discioglimento che è beanza. Sono quindi in gioco qui due mimesi. Quella descrittiva presuppone la separatezza tra me e la realtà, tra me e mio padre, tra me e la sua salma: apparentemente la scrittura imita la realtà. Di fatto, quest’imitazione si dissolve in un processo interiore che mi porta a toccare una beanza esplicitata e vissuta, concreta, reale più della realtà descritta – una beanza che è vuota: io e mio padre coincidiamo in un punto che non conosco, che non so e che è bello. Questo punto è la sensazione di essere, che io sono – l’universale più universale della forma umana, nemmeno il suo archetipo, poiché non ha forma. Ecco, dunque, la seconda mimesi.
Non si è ragionato abbastanza su questo secondo tipo di mimesi: essa non è movimento, viene abolita e trascesa la separazione tra io e la realtà e il moto di conoscenza. E’ una mimesi pazzesca, poiché è identità a priori senza imitazione. La mimesi si fa via verso l’identità con e, anche, verso l’identità propria. Questa identità è non saputa, poiché è impossibile conoscere a questo livello l'”io”: non si tratta di un’entità psicoemotiva o fisica, si tratta proprio della sensazione interna di essere, nemmeno di esserci, cioè di essere nel mondo, ma di essere qui e ora, nel punto che non si sa, poiché, se si chiede cosa sia in effetti il qui e ora, si sortisce la stessa risposta della domanda su cosa sia “io”: “Non so”. Questo non sapere è unico e bello: ciò a cui mira la pedagogia ascetica di Platone. Non si tratta di unità statica, che annulla le differenze: finché sono umano e non ho trasceso la differenza e la separatezza, esse esistono ed esisteranno anche se le ho tracese, poiché le vedo – ma, trascese, esse sono viste in altro modo, collocate in una relatività di prospettive che non fa sfumare comunque il merito, la sensazione, la giustezza dell’azione.
Questa mimesi enuncia una seconda verità teorica, che l’Umanesimo rinascimentale e la sapienzialità occidentale avevano còlto perfettamente, enunciando quello che per i moderni e i contemporanei risulta da sempre un equivoco inspiegabile, una iattura filosofica e, infine, un’eresia: Platone e Aristotele dicono la stessa cosa. Lo fanno con prospettive differenti, apparentemente differenti: per esempio, il libro Lambda della Metafisica aristotelica non compie attraverso dialettica maieutica la realizzazione dell’essere che è insegnata da Platone. E’ ben giusto che nella Scuola d’Atene Raffaello dipinga Platone che indica l’alto e Aristotele indichi il basso: sta disegnando le prospettive di accesso alla realizzazione dell’essere. Eppure entrambi si trovano nel medesimo spazio e ciò che conta è lo spazio: cioè l’essere stesso. Poiché la catarsi tragica esige una mimesi nella scrittura del protocollo di tragedia, è nella Poetica aristotelica che misuriamo a tutti gli effetti l’identità platonico-aristotelica: ci si chieda che cosa è davvero la catarsi e si vedrà, profondamente, che essa è cura – cioè cura di sé, attenzione a sé, attenzione pura e semplice poiché l’attenzione è sempre irradiata da un “io”. La mimesi, come veicolo di catarsi, mira a e presuppone la coincidenza non psicologica o emotiva con una storia che il pubblico della tragedia conosce a memoria. Piuttosto essa spinge a realizzare quella coincidenza nell’essere, che riduce la visione della realtà e di se stessi viventi a semplice prospettiva tra indefinite altre.
Ecco, quindi, motivato l’utilizzo dell’immaginario che si esplica nel climax apparentemente deviante, folle, avantpop (si utilizzi l’etichetta che si desidera) di MEDIUM: esaurita la mimesi come veicolo, essa diviene altro tipo di veicolo, cioè una via di immagini interiori (l’immaginario come potenza curativa: che trascina alla cura di sé) per giugere alla coincidenza con se stessi. Il lutto si scioglie nella coscienza della coincidenza in sé con il sé di chi si è perduto. E da lì emerge beanza sorprendente: sorprendente perché naturalmente sorgiva, invasiva, permeante ogni esperienza.
L’esperienza fondamentale di MEDIUM è dunque non il lutto o la perdita: è il percorso mimetico che porta alla soluzione, cioè alla coincidenza con l'”io”.
“Io sono” è il personaggio unico di MEDIUM.