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Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 3

opera.gifIl testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa | Seconda autoglossa
E’ incalcolabile il passaggio che dalla Valle misurabile e quantificabile porta, nella seconda installazione del Trittico, al bambino che diviene il Bambino (vd. la seconda autoglossa). Il Bambino mentale, che si sottrae alla misurabilità spaziale e alla collocabilità temporale, è un considerato un archetipo. Il cosiddetto Ur-Kind, il Bambino Primordiale o quintessenziale, ha infinite evenienze nella tradizione artistica, specialmente pittorica, e anche in quella letteraria, sotto specie di archetipo. Se devo trovare un antecedente istantaneo a questa ossessione che attraversa i romanzi che ho scritto, questa sta nella Divina Commedia, al canto trentesimo del Paradiso.


Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,
come fec’io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;
e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda

Le similitudini in Dante hanno, secondo la lettura esoterica che il Novecento ha totalmente ignorato e deriso, un valore inizatico che potrebbe dirsi tecnico: la similitudine dantesca è un’indicazione tecnica, profondamente meditativa – un’istruzione. Qui Dante utilizza il “fantin”, cioè l’infante, il bambino che ancora non ha avuto accesso al linguaggio e quindi non ha subìto culturalizzazione intellettuale, per liberare l’istinto, cioè la naturalezza del gesto di bramosia verso l’alimento. L’alimento, nel caso di Dante, è divino: è Dio ed è la visione. E Dante è il bambino. Questa visione impegna un’ulteriore tecnica particolare: essa gode attraverso il riflesso (gli occhi sono specchi, “spegli”). Lo stesso valga per la similitudine con cui Dante cerca vanamente la trasposizione linguistica del Dio: è un’onda ed è una retta che gli sembra farsi cerchio, simbolo della totalità.
Il Bambino non parla, quindi. Per tornare al testo del Trittico, bisogna osservare che nemmeno la “valle” parla. Essa però è connotata dal titolo: è immediatamente Vallis Lacrymarum, e lacrime sono quelle dantesche a fronte della visione divina (le ciglia divengono “gronda” della palpebra). Questo nesso tra Valle fisica e Bambino “interiorizzato” evidenzia dunque non più un legame: mette in luce un’identità. L’interiorizzazione della Valle ne fa la biblica “Vallis lacrymarum”; l’interiorizzazione del Bambino ne fa l’essere capace di sguardo semplice, non sovradeterminato dalla culturalizzazione e quindi capace di visione naturale – il Bambino può vedere Dio in tutto. Entrambe le immagini, Vallis Lacrymarum e Bambino, sono, in quanto interiorizzate, prive di spazio e tempo. L’una, la Valle, rivolge lo sguardo al “basso”, cioè alla visione del mondo a partire dallo stato immaginale, che è uno stato privo di dolore, un corpo privo di corpo; l’altra, il Bambino, indica l’alto, cioè l’ascensionalità della visione semplice verso Dio.
Entrambe le immagini stanno all’interno di un “io” che è la voce parlante, che sono io, Giuseppe Genna, che nel testo cerco di isolare ed estendere l'”io sono”. Queste immagini hanno dunque il valore di tecnica, cioè di veicolo. Quando impegno il termine “tecnica”, non intendo fare riferimento alla “tecnica” per come la concepiscono i contemporanei, con la deriva metafisica che è stata malamente desunta da Heidegger. La “tecnica” a cui faccio riferimento è una “tecnica realmente metafisica” che, in quanto tale, si sottrae al destino della metafisica della tecnica, idolum tribus della contemporaneità: si tratta invece di un veicolo interiore che può permettere lo sfondamento in direzione ascensionale, verticale, in ogni momento e a seconda dei percorsi interiori dell’individuo, e ciò attraverso l’indentramento della visione.
Qui si tocca un punto per me importante. L’archetipo va tolto dalla percezione di rigidità sacrale che esso riveste sia per gli operatori psicoanalitici sia per gli artisti. Esso non è un’immagine fissa: è un’immagine fontale, è una potenza dinamica che eietta molte figure. Sostanziando il mito, l’archetipo sembra assumere il valore di funzione, ma nemmeno la nozione funzionale rende completa giustizia alla potenza metamorfica dell’archetipo, che non metamorfizza mai ma causa metamorfosi. Esso è una tecnica in quanto veicolo. La sua è una penultimità. L’archetipo, quanto a figura e qualificazione, è vuoto ma è pulsante. Pendola: connette moti di concrezione formale a moti ascensivi di scioglimento della forma. Il Bambino non è archetipo in quanto Bambino: in quanto Bambino, è mito, o mitografema, In quanto mito, il Bambino è frutto di una concrezione formale archetipica. La sua origine archetipa è la medesima della Vallis Lacrymarum, cioè di un determinato sguardo universale sul mondo – e tuttavia questa concrezione formale è l’opposto mitico del Bambino, sebbene l’originario archetipo sia il medesimo per entrambi. L’archetipo che eietta i mitografemi di Bambino e Vallis Lacrymarum è: “rapporto Origine-Mondo attraverso l’umano”. Cioè: non esiste un’unicità degli archetipi come veicoli. Gli archetipi sono molti e differenti, sono forze molteplici e diverse, orientate in maniera divergente o sovrapponibile, polarizzate a seconda della loro natura. Esiste, d’altro canto, la domanda: di cosa è fatta la potenza di un archetipo? Questa domanda, che si chiede di quale “materia dinamica” e non linguificabile siano fatti gli archetipi, conduce all’aperta potenza che rende per l’appunto penultimi gli archetipi stessi. L’ultimità, vista in prospettiva umana, è lo sguardo semplice che piange della gioia della semplice visione. Non è un caso se, nelle sapienzialità iniziatiche, le vie di discioglimento dello psichico e poi del mentale, assumano sempre la denominazione di “vie” o di “veicoli”.

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