Babsi Jones: da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE

babsi_jones_bn_dxHo una personale convinzione, che ho deciso di esporre reiteratamente e indifferentemente dalle reazioni dei frequentatori di questo sito. La convinzione concerne Babsi Jones, di cui già ho trattato qui. La convinzione è la seguente: si tratta del massimo scrittore italiano contemporaneo. Ciò sia detto senza alcuna implicazione nei confronti dei colleghi che maggiormente stimo e che sanno benissimo in quale senso io compio l’affermazione intorno a Babsi Jones.
Il quasi-romanzo Sappiano le mie parole di sangue è un grido di amore, odio, innocenza e colpa, un vortice di umanesimo totale, un’esplorazione di stile e poetiche e strutture e sguardi che, a me, a tutt’oggi lascia attonito.
Poiché è impossibile e ingiusto salvaguardare l’oscena presenza spettacolare (anche microspettacolare) del cosiddetto autore (sia declinato in genere neutro, questo abominevole sostantivo), è sul testo che io lettore spettacolare posso intervenire. E voglio intervenire. Senza alcuna enfasi o ermeneutica, perché questo testo non ne necessita un grammo, né di enfasi né di ermeneutica. E’ per me l’oggetto narrativo che più mi ha spostato in questo decennio; è la scrittura che più mi ha abbattuto perché mi ha reso invidioso e mi ha fatto sentire incapace di raggiungere livelli di lingua e sguardo di questa intensità; è il libro più politico che incontro da quando l’ho fatta finita con la filosofia; è la prosa indistinta dalla poesia e, in quanto tale, è un coacervo di storie che si intrecciano come trame di un canto (textum, appunto), e dunque è il trapassato remoto e il futuro remoto della letteratura.
Propongo un brano iniziale da Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones, edito in maniera sciagurata da Rizzoli – questione di non poco conto, quell’avverbio, nell’economia esistenziale della persona che da fuori hanno creduto coincidere con l’autore. Qui non siamo al male della letteratura: siamo al male della lettura. Mi auguro che sia buona, per quanto segue.

BABSI JONES
da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE (Rizzoli)

slmpds_coverPer i vivi, per i morti

Per i vivi, per i morti. Per i vivi verso il cielo, per i morti sottoterra. Vivi e morti oggi sono restati senza luce: dalle chiese ho trafugato le candele, che sciogliendosi ci lasciano sui tavoli corte scie da lumache, e bruciando si curvano. Sono andata io a prenderle; mi hanno indicato il sagrato, mi hanno lasciata da sola. Non conviene più intrupparsi coi cristiani, perché il nome di Allah si è composto e si è imposto come maggioritario: i vincenti hanno un dio differente.
Quegli stecchi di sego, li ho presi a casaccio da dov’erano conficcati: c’è ancora qualcuno che osa, di soppiatto e di notte, e ne accende, nelle nicchie bislunghe scavate nel muro. Grassi rivoli di cera sono colati fuori dagli anfratti di pietra: sono smunti come dita tranciate. Per i vivi e per i morti: su livelli diversi e distinti, nell’attesa che il cerchio dell’assedio e del pogrom si rompa e ci mostri quanto sopravvissuti e cadaveri in realtà si somiglino.
Nella kafana si attende: io di restare, tutti loro di andarsene. Prima l’acqua (i rubinetti seccati, Direttore, e un gran tanfo di sudore, di mestruo e di merda), quindi ci hanno tagliato la luce. Il popolo dei caduti in battaglia e in errore conta i giorni che mancano alla fine dello stato di guerriglia: qui comincia lo stato di fuga. Si organizzano in questa taverna che sembra una stalla, e non promette neanche celestiali consolanti Madonne, né comete con codazzo di Re Magi eleganti. Non c’è oro, incenso né mirra: solo cloridrato di morfina e DF118 che nascondo nello zaino, e coperte di lana pulciosa sul bancone. I soldati dell’ONU fanno ingresso per strillare in tre idiomi imperfetti un appello di viventi lì lì per morire o svanire: censimento dei perdenti migranti. É la fine, e alla fine si scappa: sui trattori, a piedi e in branco, nuove tenie nel colon
d’Europa. Si abbandonano trapunte e centrini di pizzo, lo scopino del cesso, e tovaglie, e lenzuola, cassettiere, scarpiere, stendipanni e sussidiari di figli rachitici.

/ s u s s i d i a r i

Crepa, visto che non puoi fare altro. Muori consumandoti da dentro, sfaldati,
lasciati colare in pozze di umori densi e secrezioni, crepa senza che io a assista a
questo scempio, senza le mie parole a stendere la cronaca del tuo mistero
grossolano, della banalità del tuo male. Crepa, fallo da solo così come è previsto
per tutti e per ognuno: io non proseguo oltre.
Questo gli avrei urlato, perché lo odiavo: nel suo cancro c’era il disordine del
caso, l’assenza di struttura che mi sfinisce da quando ho una ragione; che cosa
accade: niente, soltanto crepa, si spegne come succede alle candele, alle falene,
sfiorisce come i fiori dentro i vasi, con l’acqua che ristagna e quel lezzo di distacco,
di disincanto e camposanto; muore disilluso e senza sacramenti, privo di intuizioni,
di verità, di senso: come tutti, con la pretesa di aver vissuto quanto basta, con la
pretesa che io resti lì a guardare.
Non gli ho lasciato neppure una parola: sapeva che partivo per la guerra. Non
gli ho lasciato libri e non ne ho scritti: soltanto il sussidiario, che ha tenuto in
serbo trattandolo come si tratta una reliquia.
Io sono nata in una casa senza libri, e in quella casa lui docilmente muore. Io
sono nata il giorno di capodanno, al terzo piano di una casa popolare: c’era l’odore
solido del DDT, c’era, al secondo piano, quello di minestra di verdure in cui
abbondano sedano e cipolle, e al primo di naftalina e mandorle. Io sono nata in un
bilocale freddo: i caloriferi a venire; gli eritemi di muffa sulle pareti, vicino agli
stipiti di porte e di finestre perennemente chiuse.
Nelle due stanze c’erano i quadretti caserecci che lui, un fattorino, dipingeva
sui rettangoli di cartone ricavati dalle scatole di scarpe. Aveva ricalcato le
illustrazioni di Intimità per la Famiglia: il settimanale che mia madre sfogliava per
contemplare gli abiti alla moda, e solo per guardare: perché era analfabeta.
Lui muore in quella casa: coi muri rigati dai pochi mobili, spesso in movimento.
Senza scaffali, come quando sono venuta al mondo, perché non si sarebbe trovato
nulla con cui riempirli: mio padre non ha mai letto libri, io non ne ho scritti. Il
primo che ha fatto ingresso nell’appartamento è stato un sussidiario: il mio, di cui
ricordo solo la sopraccoperta cavata fuori da una busta del supermercato. Il primo
libro e l’ultimo. Adesso è suo. Mentre agonizza, prova a faticare per leggere
qualche /

Le strade hanno già nuovi nomi, nuovi busti di eroi le segmentano. Si scappa, aggrappati a decine di pacchi legati con lo spago che taglia le dita. I nonni trascinati per la manica, lavatrici, fornelli e le ruote di scorta caricati sui carri, si scappa; dalle Notti dei Cristalli di Mitrovica, dalle botte che spezzano le ossa delle gambe: tra Oriente e Occidente ogni punto è frattura, si sa.
Sparpagliati, congestionati, senza aiuto: a meno che tu, Direttore, non voglia tener conto della spumosa pietà dei predicatori umanitari, che dei Balcani hanno fatto una cosca mafiosa: cosa loro, dall’innovativa planimetria dei terreni espropriati al monumento sepolcrale per Madre Teresa, destinato a essere eretto sopra un colle: un sacro belvedere sulla valle di lacrime.
Illuminati dalle candele rubate, partono tutti tranne me. I loro sguardi si coagulano sulla linea di un orizzonte che non spiega dove, il mio si ipnotizza sul foglio: e che sappiano le mie parole di sangue, o non siano più niente.

Ha un cappello a tesa larga, ha un cucchiaio nella tasca. É un cucchiaio da zuppa, che gli sporge dalla giacca: gli cadrebbe, perché il manico è rivolto verso il basso; gli cadrebbe, ma la giacca che lo strizza è incollata alle sue fasce muscolari neanche fosse una guaina ortopedica. É un completo da undicenne che si cresima. Dalle maniche fuoriescono i polsi tozzi, e un lembo di avambraccio la cui pelle si aggrinzisce. Sulle mani, molte macchie di vecchiaia gli disegnano un bizzarro mappamondo; sono ampie, spesse e fulve; quella lunga gli attraversa il dorso in due, e a me sembra il continente americano dall’Alaska a Punta Arenas. Molte altre, più sfumate, si direbbero arcipelaghi sommersi. Sulle nocche di anulare, medio e indice si distende un’Asia di ocra, e il contorno sfiora la perizia cartografica.
Mette avanti le due mani, o le appoggia contro i tavoli e le sedie fra cui passa: forse manca di diottrie o di equilibrio. Delle rughe malleabili, due ditate nell’argilla, gli solcano le guance e gli piegano le labbra in una smorfia di disgusto involontaria.
Mi domanda se io sono la straniera, e mi indica sua moglie: sta seduta in un cantuccio che divide con un nucleo famigliare strepitante. Ai suoi piedi, parallele, due valigie di similpelle marrone, e tre scatole da scarpe sovrapposte e sigillate con il nastro adesivo che riproduce il logo NATO NATO NATO NATO NATO.
Mi domanda nuovamente se io sono la straniera che è venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone.
Ha il sospetto che io non parli la sua lingua. Siete soli? Dove andrete dopo Mitrovica?, chiedo per sfoggiare il mio glossario slavo. Il quesito non può avere una risposta, tutti fuggono e nient’altro, ma il sorriso soddisfatto mi conferma la natura del suo dubbio: cerca quella che è venuta per udire e che può udire, cerca quella che maneggia l’alfabeto degli autoctoni. Apro a caso il taccuino, le mie pagine a matita e in cirillico: lui si siede compiaciuto, e la bocca gli si tende in un ovale di sorpresa fanciullesca, il sorriso di chi ha perso tutti i denti. “Non so bene dove andremo”, mi risponde mentre fruga nella giacca; tira fuori un fazzoletto lindo, e un astuccio lungo e stretto. Me lo porge. “Dica tutto quel che visto e che ha sentito, non dimentichi mai niente”, mi bisbiglia: sopra il mai cade un accento furibondo, una specie di comando, e quel tutto ha una forma di bestemmia. “Dica tutto del Kanun, dei raggiri del Serpente, delle bombe umanitarie, della Drenica, dei postriboli, delle biblioteche in fiamme.”
Del Kanun io so davvero l’essenziale: chi ha provato a indagare ha rischiato oltre il limite. Ligj mbi Ligjet, la Legge più Potente di Ogni Legge: è la denominazione schipetara dell’antico codice d’onore degli Illiri, transitato invariabile fra le pieghe della Storia; è applicato con rigore ogni volta che è richiesto, Direttore. Il più illustre dei suoi libri, detto Codice di Sangue, stabilisce che chi ha ucciso sarà ucciso: di occhio in occhio, di incisivo in incisivo, ogni epoca ha le sue faide e rappresaglie, e non solo nei Balcani.
“Siamo in pieno Medioevo…”
Non reagisce. Squadra torvo il cartello di metallo che ammonisce gli avventori:
É PROIBITO BESTEMMIARE
E SPUTARE
E PARLARE DI POLITICA.
“…Ma lei sa che cosa intendo. Li ha mai visti, i bambini zafferano?”
É difficile anche scorgerli. Sono gli eredi di chi ha commesso un crimine: centinaia, nelle zone montagnose di Tropoja. Chiusi in casa dalla nascita, ingialliscono in silenzio: se venissero condotti all’aperto, pagherebbero col sangue il delitto perpetrato da un fratello o da un padre latitante.
Nell’involucro che mi ha offerto c’è una stilografica dorata.
“É il regalo più prezioso che io abbia ricevuto nella vita. Sono stato professore. Credo sia il momento adatto per donare questa penna a chi è libero di scrivere tutta questa verità.”
Rabbrividisco; ogni nervo nella schiena si indurisce: cosa è vero e cosa è falso, in questa baraonda di milizie, di masnadieri e di affaristi; cosa ho visto veramente, chiusa dentro questo assedio? Cosa scrivo? Una prova di trasmissione frammentaria, che interrompo di continuo per permettere a ogni incanto e a ogni squarcio di sbocciare, farsi fiore e poi ammalarsi, decomporsi; ho sentito voci vaghe, voci monche, messe in circolo; ho osservato fotogrammi marginali, se ho potuto.
Guarda, il vecchio, nei miei occhi; sente male. Per tentare di appigliarsi al reticolo di suoni, di iniettarselo nella testa dove tornerà a riconquistare un senso oltre il ritmo ovattato, si sbilancia in avanti. Sulle valigie che costringono i piedi della moglie a star fermi, c’è un cognome tracciato con il gesso: ?????????. Basterebbe una manica strofinata da un passante, basterebbe uno sputo di scherno per sbattezzare i due vecchi, toglier loro tutto quello che hanno salvato – un cognome – e consegnarli al MISSING PERSONS &
DETAINEES BUREAU allestito oltre il fiume.
Mi alzo, decisa ad andarmene; un principio di barrito nasce già esausto, una frase amputata; l’essenziale in caso di terremoti, trombe d’aria e colpi di stato; il riassunto ululato e ululante del timore furioso e del panico: ricordate, implora la vecchia. Ricordatevi di noi.