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Carol Wilson: Impermanenza

“Quanto più profondamente riusciamo a vivere nella verità dell’impermanenza, tanto più ci apriamo a uno stato di non agitazione del cuore e della mente. Tuttavia per ottenere veramente questo stato dobbiamo poter andar oltre tutti gli strati dei nostri condizionamenti e processi mentali.”

di CAROL WILSON | da Insight, autunno 1999, traduzione di Erica Ongaro

Mi vengono in mente due domande quando penso all’insegnamento dell’impermanenza rispetto alla mia vita. Crediamo veramente che le cose sono impermanenti, che tutte le esperienze sono impermanenti, che tutti i fenomeni che sorgono poi passano? Ci crediamo veramente? L’altra domanda derivante dalla prima riflessione è la seguente: qual è l’effetto sulla nostra vita quotidiana del vivere alla luce di tale verità? Riflettere su queste domande comporta un esame degli strati più sottili della meditazione per vedere quale rapporto abbiamo coll’impermanenza ai diversi livelli.
Prendiamo in esame la prima domanda: crediamo veramente che tutto quello che sorge poi passa e che tutti i fenomeni che sorgono non sono destinati a durare? Di tutte le diverse verità di cui il Buddha parla quella relativa all’impermanenza – come sono le cose – è la più facile da capire intellettualmente. È un’idea accettata anche dall’uomo della strada che non si occupa troppo di questioni filosofiche: “Sì le cose cambiano”.
Concettualmente tale verità è facilmente comprensibile, non ci sono problemi. Ma è così che viviamo? Tutti noi saremmo forse qui se riuscissimo a vivere con agio in una perenne danza col fluire dell’esistenza? Questo è quanto m’interessa veramente scoprire.
Io so di aver effettivamente sperimentato che tutto sorge e tutto passa e che non c’è alcun luogo dove fermarsi e riposare. Tuttavia, prendendo me stessa come esempio – e presumo di non essere la sola – tutte le volte che nella mia vita qualcosa che apprezzo e che mi piace cambia dico forse: “Bene, le condizioni che permettevano tale esperienza sono mutate ed essa sta passando.”? Può darsi che alla fine arrivi a questa conclusione, ma essa non è certamente la mia prima reazione spontanea alla perdita di qualcosa che mi piace.
Dico forse “Mio padre è affetto dal morbo di Parkinson e non ci vede più, ciò è dovuto solo al fatto che le cose sono cambiate?”. Certamente no, perché sento il dolore di vederlo soffrire; e questo è normale. E provo compassione per lui. E avverto anche la paura e mi chiedo: “Come posso fare perché ciò non accada? Come posso porvi rimedio?”.
È così che reagiamo verso il nostro corpo, le persone che amiamo, i rapporti che cambiano, la perdita di un lavoro e perfino col ginocchio che comincia a dolere nel bel mezzo di una seduta. La nostra prima reazione, pur sapendo che tutte le condizioni sono soggette a cambiare è: “Qualcosa è andato storto ed ecco il cambiamento. Se riesco a capire cos’è che non ha funzionato, posso intervenire”. Non è forse così che finiamo col rispondere? E tale risposta è spesso accompagnata da grande sofferenza.
Anche se l’ho sperimentato migliaia di volte, non mi risulta ancora facile accettare che la sofferenza non riguarda il cambiamento stesso. La sofferenza, se la guardo proprio fino in fondo, è legata alla mia reazione al cambiamento; è insita nella mia negazione, nella non accettazione, nel mio fondamentale rifiuto a sentire il dolore o la perdita.
Paradossalmente, sono affascinata dal fatto che, pur sapendo qualcosa così lucidamente, vivo spesso la mia vita come se non lo sapessi affatto. È vero, sotto sotto vogliamo che le esperienze piacevoli non se ne vadano, ma che permangano e non vogliamo che ci accadano cose spiacevoli. Possiamo investigare tale paura nella nostra pratica meditativa come pure nella nostra vita e di nuovo troveremo che a un certo livello rifiutiamo ancora che tutte le esperienze piacevoli sorgano e passino e che tutto ciò che è spiacevole vada e venga. È proprio fuori dal nostro controllo. Se solo potessimo fluire con le esperienze piacevoli e con quelle spiacevoli al loro sorgere e scomparire, non avremmo difficoltà a vivere la nostra vita.
Perché siamo condizionati in tal modo? È un’abitudine mentale, ricerchiamo il piacevole e non sopportiamo quello che non ci piace, e qui ci blocchiamo. Non è la verità, ma una nostra abitudine, un’abitudine profonda.
Qualcuno oggi mi ha detto: “Mi sono accorto che non cerco mai di stare male. Cerco sempre di stare bene”. Ecco come ci muoviamo nella vita. Nessuno è triste quando il mal di testa se ne va o quando il cattivo tempo diventa bello e non diciamo mai: “Oh uffa, è ritornato il bel tempo!”. Invece pensiamo: “Ora che tutto va bene mi sento in armonia”. L’impermanenza è dunque un problema solo quando è il piacevole a mutare, quando scompare il luogo che cerchiamo dove riposarci. Ci attacchiamo al bello anche se tutti noi sappiamo razionalmente che il problema non sta nel cambiamento. Il problema è il nostro attaccamento.
È nostro compito esaminare tale tendenza all’attaccamento. Perché continuiamo a perpetuare tale attaccamento, a ripeterlo all’infinito?
Se ci fermiamo a guardare vediamo che sotto il desiderio c’è l’attaccamento al piacevole. Da qualche parte sotto quel desiderio noi crediamo, anche se non lo diciamo, che esista la possibilità di trovare un luogo dove trovare pace, sentirsi a proprio agio e provare piacere e che questo luogo sia fondamentalmente permanente. È così infatti che ci muoviamo nella nostra vita, alla continua ricerca di questo luogo dove riposarci e nell’attaccamento a quel senso di sicurezza.
Quello che più ci turba del carattere inevitabile e assoluto dell’impermanenza è il fatto che non prevede alcun luogo dove poter riposare. Per noi che desideriamo un luogo dove riposare (e chi non lo desidera?) tutto ciò sembra spaventoso, tremendo, ed è motivo d’insicurezza e d’inaffidabilità. In realtà è proprio il nostro voler afferrare qualsiasi esperienza fenomenica – esteriore come pure interiore – l’eterna ricerca di un luogo dove trovar rifugio, che è all’origine della sofferenza nella nostra vita ed è molto difficile vedere tutto ciò.
Vi siete mai trovati in mezzo a un terremoto con tante scosse d’assestamento? Io sì, una volta; il terremoto faceva paura, ma era anche divertente. C’era la meraviglia per quello che stava succedendo, ma eravamo anche sconvolti per le scosse d’assestamento che si susseguirono per tre giorni di seguito; non era possibile rilassarsi sulla terra, a letto o a tavola. Appena ci si rilassava, la terra cominciava a tremare di nuovo, ogni cinque minuti. Naturalmente la radio trasmetteva in continuazione: “C’è il venticinque per cento di possibilità che la grande scossa avvenga nei prossimi tre giorni”. Così non era nemmeno possibile pensare: “È solo una scossa d’assestamento”. Il pensiero fisso era: “Eccola? Devo correre fuori da casa? Dobbiamo stare lontani dalle finestre? No, si sta assestando”. Non appena ci si lasciava andare e ci si rilassava, ecco che i termosifoni cominciavano a tremare in mezzo alla notte e bisognava saltar fuori dal letto, afferrare la torcia e correre all’aperto, e così per tre giorni.
Tale esperienza mi ha fatto provare il massimo senso d’insicurezza. Avevo sempre creduto che la terra fosse solida, immutabile e pronta ad aiutarmi. Poi scoprii che le cose non stavano esattamente così e che non potevo fare proprio nulla per cambiare tutto ciò. Per molti anni le scosse d’assestamento del terremoto hanno rappresentato per me una metafora. Tale esperienza mi ha rivelato l’effetto che l’incertezza di un continuo cambiamento può avere sulla mente e sul cuore che cerca la felicità di una stabilità immutevole. È proprio il nostro attaccamento a qualsiasi esperienza fenomenica che sta passando, sia essa esteriore che interiore, la nostra eterna ricerca di un luogo dove fermarci per riposare, che produce la sofferenza nella nostra vita, anche se può essere molto difficile riconoscerlo. La libertà proviene invece non tanto dall’aver trovato un luogo dove riposare, quanto dal non aver più bisogno di cercare un tale luogo.
C’è un bellissimo passo del Sutta del Diamante che dice: “Dimora nella pace colui che non dimora in alcun luogo”. Il trucco sta nella rinuncia a cercare di dimorare o riposare o arrestare il flusso da qualche parte, una ricerca che in realtà non fa altro che perpetuare il senso d’angoscia. È proprio la ricerca di un luogo dove riposare, di solito nel piacevole, che è così profondamente sconvolgente.
Anche quando ci addestriamo a essere consapevoli e osserviamo come tutte le esperienze sembrino andare e venire, possiamo non accorgerci che noi stiamo ancora guardando il tutto. Il noi (o l’io) è vissuto come un’entità immutabile che osserva, ma così non va ancora bene. La nostra ansia diventa allora: “Vedo veramente che tutto è mutevole e ciononostante non sono libero? Perché continuo a soffrire?”. Tale ansia è molto sottile e molto profonda.
Il rifletterci non ci aiuta a uscirne fuori, tuttavia il pensarci ci stimola a investigare. Possiamo imparare a rivolgere un’attenzione sollecita a tutte le diverse manifestazioni dell’io-mio. Può sembrare che esista un’entità stabile da cui posso osservare come il mondo cambia, ma sembra così solo per mancanza d’investigazione, mancanza d’attenzione. Di solito, non pensiamo di rivolgere la nostra attenzione all’io-mio, a quel punto di stabilità a cui cerchiamo di aggrapparci.
Possiamo diventare così coinvolti nella ricerca di una dimora pacifica, nella ricerca della felicità, che ci sfugge la possibilità di lasciar semplicemente andare tale ricerca. Lasciar andare quella continua altalena tra il piacevole e lo spiacevole, tra il provare simpatia o avversione; semplicemente lasciare andare lo sforzo continuo di manipolare l’esperienza. Siamo così coinvolti nei nostri giudizi, reazioni, valutazioni, interpretazioni, riflessioni su tutto ciò che accade, che spesso non siamo neppure in contatto con ciò che ci sta veramente accadendo. Non ci accorgiamo che l’ostacolo alla pace non è l’esperienza stessa ma il fatto che siamo identificati nelle nostre stesse reazioni. Non notiamo come dice Thich Nhat Hanh che “La felicità è a nostra disposizione, basta servirsene”. È sufficiente cessare di lottare, cessare di voler afferrare.
Una volta qualcuno mi disse che la realtà della vita può essere paragonata allo stare rinchiusi in una prigione in cui siamo così impegnati a risistemare il mobilio per sentirci più a nostro agio che non ci accorgiamo che la porta è aperta e che potremmo semplicemente andarcene. Così facciamo nella nostra vita, rimettendo continuamente a posto i nostri mobili. È sorprendente come non ci accorgiamo di questa verità, o forse non vogliamo crederci. Se però riusciamo ad affrontare con presenza totale, coerenza, prontezza, accettazione e vigilanza assolute solo quello che sta accadendo in questo momento, tutto vi è già contenuto. Questa è l’essenza della non dimora.
Non si tratta però di un luogo che possiamo conoscere concettualmente. È molto difficile parlarne, perché non è qualcosa di concreto. L’essenza della non-dimora è una totale immediatezza di presenza, col mal di testa o senza, in mezzo all’ingorgo stradale o lontani da esso. Non importa affatto quello che sta accadendo. E lo penso davvero. Non è una metafora. Non importa veramente cosa stia accadendo. Non solo sul cuscino ma da un punto di vista assoluto.
È possibile crederci? Non solo crederci ma avere sufficiente fede da cercarlo? La libertà del cuore, della mente, non ha nulla a che fare con il manifestarsi e lo scomparire di una qualsiasi esperienza fenomenica e se essa ci piaccia o no. Ha a che fare coll’immediatezza, con la totalità, con l’apertura e una chiara presenza. E ciò esige in quel momento un’accettazione totale. Accettazione totale non significa rassegnazione. Non significa: “Bene, qualunque brutta cosa possa accadere, io rimarrò seduto qui e lascerò che la gente mi cammini sopra”. Significa piuttosto: “In questo momento accade questo. Non si può cambiare, perché sta già accadendo. Riesco in quel momento a starci dentro con presenza e attenzione assolute, senza resistenza e senza attaccamento?”.
Sì, questa è la pratica della presenza mentale, momento per momento. Non è pensare: “Sarò così per il resto della mia vita”. Questo è solo un altro pensiero. La presenza mentale ha luogo in questo momento, come il respiro entra ed esce dal corpo, è proprio lì; è una presenza vigile, totalmente accettante, senza alcuna discriminazione o preferenza. Naturalmente sono più che consapevole che è più facile dirlo che farlo.
Mi è di gran sollievo ritornare a questa consapevolezza in situazioni difficili, come quando, per andare all’aeroporto, mi trovo bloccata in mezzo al traffico. Tutti abbiamo avuto questo tipo d’esperienza. Possiamo struggerci per la rabbia e far finta di nulla. Possiamo farlo un po’, ma dopo qualche minuto ci chiediamo: “Come mai sto digrignando i denti? Perché mai mi arrabbio con il mio amico?”. Alla fine ammettiamo: “Non c’è nulla da fare, ho perso l’aereo, cosa succederà! Non c’era nulla da fare dall’inizio”.
In questo momento lasciamo andare. Nulla di grandioso vero? Non assomiglia per niente a quello che ci s’immagina quando il Buddha parla di quello stato eccelso di pace sublime che è la liberazione, ottenuta tramite il non-attaccamento. Questo non corrisponde forse alla nostra idea di liberazione. Ma può essere un inizio, bloccati nel traffico, abbiamo perduto l’aereo, impotenti di fronte alla situazione, ciononostante veramente tranquilli. Siamo in pace in quel momento, perché abbiamo lasciato andare tutti i nostri pensieri su come dovrebbero andare le cose e ci stiamo aprendo alle cose così come sono. Uno stato di non-dimora. Non dimora perché il modo in cui le cose sono ora cambierà il momento successivo.
Dunque il massimo che possiamo fare è dimorare in questo momento, così com’è, senza attaccamento, senza resistenza, perché nel momento successivo c’è qualcos’altro. E tutto fa parte del flusso.
Il Buddha ha affermato ripetutamente: lo stato supremo di pace sublime è stato scoperto dal Tathagata, e cioè la liberazione attraverso il non attaccamento. Questo è un modo diverso per esprimere la non dimora. Aprirsi semplicemente al momento, con presenza totale, è la nostra via all’affidarsi. Vivere nella verità dell’Impermanenza, aprirsi a essa, così come la sperimentiamo, che ciò accada quando una persona amata si ammala o muore o nell’osservare la nostra agitazione durante una seduta, che iniziata piacevolmente, diventa improvvisamente spiacevole. Qualsiasi sia la natura della nostra esperienza, quello che possiamo fare è prestare attenzione a quei momenti di resistenza al cambiamento e aprirci alla nuova realtà.
Quanto più profondamente riusciamo a vivere nella verità dell’impermanenza, tanto più ci apriamo a uno stato di non agitazione del cuore e della mente. Tuttavia per ottenere veramente questo stato dobbiamo poter andar oltre tutti gli strati dei nostri condizionamenti e processi mentali. Ci può essere di grande aiuto in questo caso la precisione della pratica meditativa.
Nel praticare la presenza mentale, noi scopriamo maniere sempre più ricercate con cui manipoliamo la nostra esperienza per ottenere qualcosa di piacevole o per ricreare qualche esperienza che abbiamo già avuto o di cui abbiamo letto e che riteniamo sia quello. Sì, ho trovato. In realtà non siamo troppo attenti, perché se guardassimo veramente bene, scopriremmo che sono le condizioni a far sorgere anche tale esperienza. Scopriremmo che stiamo manipolando pesantemente le condizioni per far accadere questo. Ecco perché dobbiamo continuare a investigare e vedere a un livello più sottile. Non c’è nulla per cui dobbiamo giudicarci. Potremmo piuttosto pensare: “Sì, vedo l’inganno. Non mi lascerò ingannare di nuovo. Forse un’altra volta, ma questa non ci casco”.
La nostra pratica di consapevolezza, lo stare semplicemente con il respiro, con le sensazioni, con i suoni, includendo man mano le emozioni e le sfumature delle sensazioni e i pensieri – così come sono – è un luogo dove cominciamo a riconoscere il potenziale di libertà. Non importa di che cosa ci stiamo occupando; è la qualità della presenza mentale stessa a permetterci di vedere la verità. Qualunque sia la natura dell’esperienza, è la nostra volontà a portarci sopra la consapevolezza non-discriminante, partecipe e senza preferenza, che ci permette sempre di nuovo di entrare in risonanza con la pace del non dimorare. Tale momento assomiglia alla situazione dell’ingorgo stradale quando improvvisamente lasciamo andare ogni volontà di controllo. È un rapido momento di vera pace.
Poi la nostra mente concettuale cerca di conoscere e valutare tale esperienza dicendo: “Ecco come ci si sente” oppure “È così che sembra essere” o “È così”. Naturalmente, nel frattempo l’esperienza è passata. Allora ci meravigliamo e dubitiamo e non ci fidiamo veramente. Per quanto mi concerne, mi sforzo talmente tanto a farmi un’idea di come si possa manifestare e come ci si senta quando il cuore è veramente rilassato, come si esprima la mente del non attaccamento che dimentico la realtà, il potenziale di pace qui e ora. Perché in realtà è ovvio ed è sempre disponibile. È così normale che facilmente cadiamo nel cercare qualcosa di più.
C’è una storia nei Sutta Pali che narra dell’insegnamento del Buddha a Bahiya sul vestito di corteccia. Bahiya si era recato dal Buddha mentre questi stava raccogliendo l’elemosina, insistendo che il Buddha si occupasse delle sue ansie. Parte di quello che il Buddha disse a Bahiya relativamente ai sei sensi fu:

Quando in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito solo ciò che è udito, in ciò che è toccato solo ciò che è toccato, in ciò che è conosciuto solo ciò che è conosciuto, allora Bahiya, non sarai in quello, quando non sei in quello, non sarai né qui né dall’altra parte, né in mezzo ai due. Questa è la fine della sofferenza. (Udana 1.10)

Queste parole del Buddha indicano direttamente la fine della sofferenza. Quello che sta dicendo, secondo me, è che non siamo bloccati in questo, non siamo bloccati in quello, come non siamo bloccati da qualche parte tra i due. In quanto esseri umani desideriamo dimorare nella pace, ma i Buddha non hanno alcuna dimora.
In altre parole, non c’è un posto fisso, non c’è un luogo dove arrivare, non c’è nulla da desiderare. Non ci si attacca ad alcuna esperienza. Quando non siamo né in questo né in quello, allora non dimoriamo da nessuna parte. C’è solo la semplicità dell’esperienza, il vedere, l’ascoltare, l’odorare, il gustare, il toccare, il sentire il corpo e l’attività della mente.
Questo è per me l’invito insito nella pratica della presenza mentale. Sembra ingannevolmente semplice. Quando parliamo di portare la pura attenzione, la mente di principiante, su qualsiasi esperienza stia sorgendo nel momento, è proprio questo che stiamo dicendo. Siamo in grado di farlo? Riusciamo a vivere nella comprensione che questo è tutto quello che c’è? Siamo capaci di sperimentare la vita in tale maniera?
Ciò che è interessante è come, spesso, non siamo in grado di farlo, nonostante le nostre migliori intenzioni. E non abbiamo neppure una vaga idea di cosa stia accadendo, dato che aggiungiamo talmente tante cose a livello di percezione e di pensiero. Al funerale di Bahiya il Buddha disse:

Quando un saggio (…) è giunto a conoscere ciò per se stesso, grazie alla sua esperienza, allora egli è libero dalla forma e dal senza forma. Liberato dal piacere e dalla sofferenza.

Liberato dal piacere e dalla sofferenza? Ben poche persone arrivano alla pratica perché vogliono essere liberate dal piacere. Tuttavia è questa la vera libertà a cui allude il Buddha. Liberi da tutti i nostri attaccamenti. E questo è tutto. Questo è veramente tutto. Però è molto, molto difficile portare un’attenzione da principiante sulle esperienze senza conclusioni, preconcetti o pregiudizi. Questo è l’obiettivo della pratica della presenza mentale.
L’invito è alla semplicità. Non è facile. È radicale. In realtà, si tratta della rinuncia più grande, perché ogni qual volta siamo disposti a lasciar andare l’io-mio, il castello crolla. E possiamo lasciare andare. Non dobbiamo por fine a esso; non dobbiamo far nulla, basta lasciar accadere e riportare l’attenzione alla semplicità del sentire, vedere, gustare, odorare, toccare, pensare, immaginare.
È tutto qua. È la rinuncia in un momento, la rinuncia all’attaccamento e all’identificazione che ci permette di vedere attraverso l’intero ciclo del samsara, e che ci permette di interrompere per sempre l’eterno ciclo del divenire.

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