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April 11, 2015 at 09:41AM


Scrissi “Assalto a un tempo devastato e vile” nel 1995. A guidare quella composizione fu certo Sandro Veronesi e certo Freddy il Pazzo. Del primo si sa. Del secondo, no. Chi era Freddy il Pazzo? Era il mio fraterno amico Brunetto, con cui condivisi adolescenza e prima età adulta, non facendo assolutamente un cazzo e girando sulla sua Uno bianca per le periferie milanesi, circolarmente, sfinitamente, chiacchierando e sfiatando le bizze le ubbie e i disdori dell’età dolente. Egli è dunque, in un certo senso, il non personaggio che agita fantasmi e li schiocca a terra con un gran pugno occidentale, in quelle pagine devastate e vili. Reduce degli anni Settanta, caparbiamente fassista e inesaustamente buono, scavezzacollo (si tratta del collo suo ma anche di quello degli altri), gigantesco e statuario, ex legionario straniero a qualunque patria, pescatore di frodo con l’arco (in titanio), imbelle autodidatta che spediva a un soccorso pronto gli ultimi borghesi italioti (cioè i miei coetanei), già collegiale, dedito alle gallinacee per troppa foga di vivere, autore murale del memorabile distico “Bush e Saddam: pane e salam / Beker e Aziz: pane e salsìz” (scritta a spray apparsa nel gennaio 1990, a inizio della prima guerra del Golfo, sulle pareti di una multinazionale farmaceutica a Milano), figlio di Bindo e Marisa, sollevatore di pesi alla UPS di notte e rilevatore statistico della Nielsen di giorno, grande esploratore psicofonista ed esistenziale, curatore fallimentare di più generazioni, fustigatore di tossici ma ancor più di anime canide per nulla, uomo buono, navigatore di deltaplano a motore, già amico di biliardo di Demetrio Stratos, latin lover in Olanda e olandese volante in Italia, propalatore di idee gerarchiche a cui lui stesso poteva aderire per non più di sedici secondi netti, fantasmagorico psicogeografo, calvairatese di seconda generazione, scansafatiche affaticatissimo, generoso sognatore di imprese esistenziali alla portata di chiunque avesse genio pratico e un minimo sindacale onirico, rapace che fa le rapine, facile profeta del digitale e dello hacking e della pirateria nei primi Novanta e a maggior ragione in seguito, catalizzatore di sfighe rocambolesche superate con tragica determinazione e inusitata fede nel grottesco, raccoglitore spontaneo di sincronicità a iosa, menefreghista dell’enogastronomico e del fashion style a parte l’utilizzo sempiterno di un paio di Clark’s testa di moro, metafisico mancato che si sarebbe ripreso, utilizzatore finale delle filiere produttive con spirito corrosivamente critico, partigiano di Fluxus e quasi cognato di Gian Emilio Simonetti, laudator temporis acti proiettato in un futuro stratosferico, conoscitore di strategie e tattiche della Seconda e gran player di “Doom”, filologo dei Tangerin Dream, assunse a fine Ottanta il nickname di Freddy il Pazzo su BBS e poi lo mantenne nei primordi del Web, dopo avere scansato di un soffio l’Italian Shutdown e fantasiose accuse di terrorismo. Il nomignolo Freddy il Pazzo ha un’origine originale: deriva dal nomignolo del maiale che Dustin Hoffmann alleva nelle scene finali di Papillon. Un’intervista a lui appare a chiusura dell’agile manualetto antiesistenziale “Net.gener@tion” a firma Luther Blissett, che era uno scherzo perpetrato ai danni del celebre collettivo capace di partorire di lì a poco “Q” e che fu il mio esordio in prosa. Ma torniamo ad “Assalto”! Ecco l’introduzione elettronica che Freddy il Pazzo mi donò in occasione della pubblicazione per peQuod, editore che ebbe il buon cuore di stamparmi il libello, che Mondadori si rifiutò di includere tra i suoi tipi. La parola, tutt’altro che devastata e il contrario di vile, a Freddy il Pazzo:
«Io e “Gippo” ci siamo conosciuti negli anni Ottanta durante la congiura del silenzio tessuta intorno alla crisi Russo-Afghanistana. C’è voluto poco per rendermi conto che, dietro l’apparenza conformista di allora, nascondesse da qualche parte la patente di grande “irregolare” della sua generazione. Il ragazzo capiva, concordava e lanciava i suoi strali ben oltre le mie capacità venatorie. Era capace d’affondarti in un mare di contraddizioni; il grande aristocratico provoca i suoi critici per poterli amare; con me non si è mai risparmiato nulla, anzi… Mi ha donato tutto quel che si poteva concedere a un amico: casa, moto, biancheria intima, deodorante, contanti e carta di credito. Il nostro motto: “Un viaggetto con due belle bonze in saccoccia” così, “senza donna che rompa i coglioni…” – e così è stato per noi in più di un’occasione. Sulle orme di Krakauer ci siamo stati senza aver letto una riga di testo: si svernava nei boschi trentini innanzi ai fuochi notturni, trascorrevamo weekend innaffiati da Chianti Perseo sulla riva della Muzza, invocando possessioni platoniche propiziate dalle braci roventi del fuoco da campo, indignati dai commenti nostre rispettive compagne annoiate che cianciavano di villette monofamiliari, bouganville e bronzee dorature mediterranee, a lato di due copertoni anneriti a mo’ di sedili e vecchie batterie d’auto in disarmo buttate lì poco distante… SIC!
Due supremi disperati dediti per vocazione spirituale al superamento. Genna è un fuorilegge della letteratura tra i più autentici, le moderate testoline che gli si avvicinano devono stare ben attente alla misura e alla postura della sua capocetta velenosa: prima ti ascolta, ti sonda, ti scandaglia poi estende i concetti fino a provocarti una reazione aggressiva badando a mantenere integro il presupposto logico-dialettico. Quando t’incazzi è troppo tardi, non hai più nulla da controbattere, ti rimane una tisana alla verbena per sedare il raspino tracheale restante a un petto e mezzo.
Peppe ti balzella intorno come uno sgargiante pettirosso ma è un martello: uno stramaledetto picchio che cozza con il suo becco aguzzo tra le crepe oscure delle tue insufficienze. Ho capito molto presto che, seppur appartenendo a due ordini di milizia diversi, eravamo complementari come cielo e terra, azione e contemplazione. Siamo diventati amici da subito: io avevo una Uno bianca, due fionde, del porfido, uno straccio di autentica cultura, un’indomita fantasia sessuale, una donnina da giostra paesana, un’orchite da spleen; lui un’autentica cultura, uno straccio di macchina (una maledetta Abarth 112 dalle guarnizione strinate), due tavolette di ovomaltina per propiziare le nevrosi, tre biglie, una gran figa matta, la fionda e due palle di ferro così.
Era scritto nel destino di ciascuno che si passassero ore e ore peregrinando per le periferie in cerca di una via autenticamente spirituale dando violenti morsi al mondo iniquo circostante. Sognavamo due generose procaci contadinotte lontane dal loro fattore da lungo tempo, che ci accogliessero a braccia aperte per finire la serata a cozzo pelvico in un fienile: è finita (e prosegue) in questo libro sulle strade della provincia lombarda come autentici deraciné di una chimica modernità.
Il libro ha grandezza e mai misura, proprio come l’amico che conosco da anni… Posso solo dire che ho conosciuto il più grande scrittore della sua generazione. Vogliategli bene poichè “cammei di tal fatta” non se ne pubblicano da anni.
Freddy il Pazzo!»

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