Su La Lettura del Corriere della Sera: Stefano Montefiori su “L’uomo che non doveva tornare”

Sullo storico supplemento letterario del Corriere, una scorribanda d’autore tra le più che 500 pagine del nuovo thriller, condotta dall’inviato a Parigi, Stefano Montefiori, che pilota lo sguardo tra geopolitica e teologia del complotto, tra criminlogia e mito.

Viviamo davvero tra i complotti che il complottismo aveva ucciso

L’ispettore Guido Lopez 17 anni fa pareva morto, invece Giuseppe Genna lo mette al centro del nuovo thriller ispirato dal presente e ambientato in una Milano che si immagina colpita da una bomba atomica tattica. «Era la Piccola Parigi, è la Piccola Mosca»

dal nostro corrispondente a Parigi — Stefano Montefiori


L’uomo che non doveva tornare è l’ispettore Guido Lopez, lasciato per morto con una pallottola nel cranio 17 anni fa. Dopo Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago (pubblicati anche in Francia dalla prestigiosa casa editrice Grasset), Grande Madre Rossa e Le teste, l’ispettore ideato da Giuseppe Genna ritorna sia pur malconcio in una Milano «che non è più quella di Fabrizio Corona o Lele Mora, non è la Milano con i fiumi di cocaina, non è più questo ciò che devi raccontare. Anche la ‘ndrangheta a Milano non è più quella degli affari immobiliari. È la Milano dei fondi cinesi e norvegesi e qatarini, delle intelligence di tutto il mondo che qui si scontrano. In questi ultimi dieci anni Milano è diventata una piattaforma internazionale per intrighi e complotti veri, non complottismi», dice l’autore.

Prima ancora di parlare dei temi affrontati nel corposo e avvincente romanzo, vale la pena sottolineare che la prosa di Genna è inconfondibile. Non capita spesso di imbattersi in frasi dove il ritmo e lo stile appaiono così diversi dal canone contemporaneo. Uno degli scrittori più amati e seguiti del momento, il francese Emmanuel Carrère, racconta le vicende sue e della sua famiglia con un linguaggio scorrevole e all’apparenza neutro. Lo stesso Carrère racconta di metterci moltissimo impegno e fatica, lo sforzo è nascondere lo sforzo e fare sembrare la pagina come scritta di getto, con facilità e naturalezza; il lettore entra nel libro e quasi non si accorge dello strumento — la pregevole scrittura di Carrère — che lo tira dentro la storia.

La scrittura di Genna, pregevole in un altro modo, opposto, invece è sempre lì, in primo piano, e offre un piacere supplementare rispetto all’intrigo, alle storie di agenti russi e americani e italiani. Pura fiction, per quanto radicata nel reale, all’opposto dell’auto-fiction di Carrère. L’uomo che non doveva tornare rappresenta il ritorno dell’ispettore Lopez alla vita e anche quello di Genna al thriller; le 510 pagine scorrono in fretta per il dipanarsi della storia tra spie e clochard, ma intanto si apprezzano frasi inconsuete e interessanti, una lingua che, dopo tanti romanzi, è riconoscibile immediatamente come appartenente solo a Genna.

Nelle prime pagine c’è spazio per un incubo nucleare a Milano («Un tempo Milano era detta Piccola Parigi e ora potrebbe essere detta Piccola Mosca»), una Milano futura e possibile perché «la soglia nucleare era sempre più vicina (…). Trump e Elon avevano concordato: ormai non si tratta più del nucleare di una volta, che distruggeva intere nazioni, c’è un nucleare tattico, non è rischioso come un tempo! Pensare l’impensabile: nucleari tattiche su Berlino, Londra, Parigi, su Milano. Corpi inceneriti. Vaghe ombre bipedi stampate sui muri semicrollati. Orti di verze gelate dal fallout, supermercati al cui interno crescono edere di colore metallico. Umani assenti. La cattedrale disfatta. Il Palazzo Reale irreale, ridotto a scheletro di architetture pericolanti, cancellati i saloni affrescati in antichi tempi, in cui danzarono nobili signore bonapartiste». Una Milano sui cui incombe il missile ipersonico russo Oreshnik, altro che Milano da bere.

In esergo, «Fammi sapere se desideri perfezionare», da una sessione con ChatGpt, e un passo dell’omelia del papa Leone XIV del 31 maggio 2025. Prevost affascina Genna, «da laico non battezzato», non solo perché si oppone a Donald Trump, ma perché, nella visione dello scrittore, è il papa dell’intelligenza artificiale e dei suoi rischi, destinato — «se continua così» — a convocare il Concilio Vaticano terzo, il papa che ha come motto In illo uno unum, «è Sant’Agostino che legge Plotino».

Prevost è anche il vescovo che definì l’era attuale come una terza guerra mondiale combattuta a pezzi, concetto poi ripreso dall’allora papa Francesco. È il papa che, appena eletto, narra una finzione, perché dice: «La pace sia con tutti voi», aggiungendo «tutti», e perché legge il testo scritto mostrandosi mentre tiene in mano i fogli, «il testo esiste, la potenza della scrittura è confermata».

Dice Genna che per una lunga fase gli è stato impossibile occuparsi di complotti perché il complottismo aveva conquistato il potere con Beppe Grillo, e lo spazio dell’immaginazione era occupato dalla cronaca nera. Genna ha scritto di Yara, la ragazzina di Brembate di Sopra uscita di casa nel novembre 2010 per andare al campo sportivo, e non fare più ritorno. Ma la Bergamasca di Yara nel 2020 è diventata quella del Covid e dell’incredibile missione dei soldati russi accolti dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, «dieci anni dopo abbiamo visto di nuovo le tute anti-contaminazione, non più per prelevare il Dna e fare indagini su Yara ma per vedere il Dna, per studiare il coronavirus in modo da poterlo combattere».

In questa nuova dimensione apocalittica l’ispettore Lopez si aggira affaticato e impedito dalla pallottola che gli è rimasta in testa, in un mondo dove la realtà supera la letteratura, almeno quanto a complotti, perché «un profeta dell’intelligenza artificiale come Peter Thiel va a Roma a tenere conferenze sull’Anticristo, e allora il thriller teologico torna ad avere di nuovo senso».

Il thriller come risposta alle domande fondamentali, «a partire da Dio che interroga Caino», dice Genna, che cita La sicurezza della nazione ungherese (Bompiani) del premio Nobel László Krasznahorkai a proposito del quesito decisivo: perché la vita vuole così tanto vivere? «E perché la vita vuole anche così tanto morire? Queste secondo me sono le domande che la letteratura non può farsi mancare, in questo momento. Anche perché entro cinque anni l’intelligenza artificiale sarà in grado di produrre libri di intrattenimento, e anche film, molto migliori di quelli umani».

In attesa di quel momento, ci si può immergere nella Milano ex «piccola Parigi» del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense «sotto la direzione di una grande medico legale. Una leggenda. Annusa la presenza di indizi invisibili e li conduce nel grande regno della colpevolezza. Lo spettacolo televisivo vorrebbe divorarla come esperta, opinionista, vaticinatrice. Lei si nega».

L’autore
Giuseppe Genna (Milano, 1969; qui sopra) ha pubblicato, tra l’altro, per Mondadori Catrame (1999) e Nel nome di Ishmael (2001); Assalto a un tempo devastato e vile (PeQuod, 2001; Mondadori, 2002; Minimum fax, 2010 e 2020); Non toccare la pelle del drago (Mondadori, 2003); Dies irae (Rizzoli, 2006; Mondadori 2014); Hitler (Mondadori, 2008; poi Io Hitler, Mondadori, 2019); Italia de profundis (Minimum fax, 2008); Le teste (Mondadori, 2009); Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari (Duepunti, 2010); Fine impero (Minimum fax, 2013); La vita umana sul pianeta Terra (Mondadori,
2014; Alegre, 2022); Io sono (il Saggiatore, 2015); History (Mondadori, 2017); Reality (Rizzoli, 2020); Pianetica (con Pino Tripodi, Milieu, 2022); Yara. Il true crime (Bompiani, 2023)


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