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L’AUTENTICA VERGOGNA DI AMAZON E L’INCONSISTENZA DEL COMPARTO EDITORIALE ITALIANO

Sono stato in una delle librerie che definiscono la recente gentrificazione milanese, una novità del commercio a dettaglio nella mia zona, dove un vasto negozio di elettrodomestici ha dovuto cedere i locali a un’iniziativa che un tempo era di carattere umanistico, oltreché economico, e oggi non ha più un chiaro senso mercantile. Tra le poche centinaia di libri esposti, in una metratura che esorbita qualunque plausibilità, scivolando sul pavimento della pregressa Expert, il quale pavimento non è nemmeno stato cambiato o rilavorato, aggirandomi tra colonne ricoperte inconsultamente di pezzi di legno divenuti ossessione della bioarchitettura più da paria che da pariolini, osservando i larghi tavoli da colazione per un un locale del futuro immaginato a fine Novanta, non ho scorto un titolo uno, di cui fosse autore un autentico scrittore, se non il “romanzo” di Teresa Ciabatti. Non c’era nulla, a parte incredibili e inutilissimi, quando non dannosi, saggi privi di coerenza reciproca, microreparti dedicati all’esoterismo con tre titoli sibaldiani e uno della sempiterna schiatta Jodorowsky, pochi fantasy appoggiati alla produzione di Troisi (Licia, sia chiaro). Siccome intendevo fare qualche regalo, sebbene soltanto per due persone e chiusa lì, ché del Natale ormai mi fa orrore tutto, tranne che il pranzo con i miei e i miei zii e cugini, sono uscito da questo pseudoesercizio per nulla commerciale, intriso dell’indistinto e sazio sentore di cibo precotto, che un tempo mi riservava l’esperienza dell’autogrill, e ho pensato ad Amazon.
In questi giorni infuria la polemica, che altri chiamano ragionamento, sull’incredibile trattamento che il monopolista della distribuzione on line ha riservato alla casa editrice e/o, e non solo a quella, con adeguata risposta della medesima, che farà a meno di Amazon. La questione è: una Feltrinelli Red costituisce un’alternativa più mite e umanistica al colosso di Bezos? La mia risposta è: no. E’ tuttavia indecente che si attacchi Amazon per la richiesta di percentuali e non per ciò che costituisce una vergogna assoluta e un ulteriore passo verso il baratro italiano, che va detto non avere fondo, ovvero lo sfruttamento padronale e privo di sanzioni che Amazon esercita nei confronti dei “propri” lavoratori (mi si consentano le virgolette marxiste). Ai tempi in cui lavoravo per Crocetti Editore, quindi dal 1992 al 1994, la distribuzione, che non era ancora affare di Bezos, prendeva il 52% del prezzo di copertina. Gli indipendenti erano schiacciati da un simile regime gabellare. Un minimo di dibattito era preservato in quell’epoca non certamente aurea, ma nemmeno ferrea come l’attuale. Nessuno fiatava. Ci si lamentava, ma non emergevano conflitti seri, portati ai colossi da parte di attori che garantivano la vita vivente (già in fase preagonica) di una nazione priva di interesse per il mondo delle belle e brutte lettere. Niente conflitto, dunque, e, se esiste conflitto, a mio modestissimo avviso, c’è vita. Trascorsi decenni, il conflitto diventa un appello per le percentuali di sconto e ricavo, ovvero un conflitto novecentesco in un mondo che si è mangiato il Novecento. Il conflitto non può essere ridotto a lettera spedita on line. Per caso, va bene l’assetto percentuale che impone l’alleanza tra Feltrinelli e Messaggerie? E’ corretto e pacifico che una casa editrice esprima una catena di librerie che è leader nel mercato e a cui manca di possedere anche gli acquirenti, così la filiera ce l’ha tutta? Perché non si sono sentiti gli editori protestare contro l’incredibile passaggio del network Elkann dal Corriere della Sera a Repubblica? E, soprattutto, perché gli editori non fanno riferimento all’assoluta vergogna che segna il comportamento di Amazon con i propri lavoratori? Il giorno precedente la lettera di e/o, Amazon Italia ha disertato un incontro in prefettura con i sindacati e, per permettere il diritto di sciopero sono dovute intervenire le forze di polizia. Qualcuno ha detto qualcosa? Il dibattito commerciale è davvero un dibattito politico? Ancora una volta, secondo me, no. L’altra sera vedevo, in pura esplosione di risate, un vecchio servizio di Enrico Lucci per Le Iene, a un convegno che ovunque nel mondo sarebbe orripilante dadaismo, mentre in Italia è una riunione dei vertici di Forza Italia. A Lucci presentavano un delegato della Democrazia Cristiana albanese e l’inviato Iena gli batteva sull’epa, apostrofandolo così: “Aho’!, te sse’ venuto anche tu a magnà in Italia?”. Ecco, questo è lo specchio della situazione, ovvero il grottesco che coincide con il tragico, di cui la nazione, nel suo comparto editoriale almeno quanto in quello politico economico finanziario ex-industriale, è protagonista nel mondo.

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