La Potenza Femminile in Evangelisti: VERACRUZ

Al momento Valerio Evangelisti ci ha consegnato una “diade”, piuttosto ambigua dal punto di vista narrativo, sulla congrega piratesca dei Fratelli della Costa: Tortuga prima e Veracruz poi. Sono due libri invertiti e inscindibili: prima il sequel e poi il prequel, prima la fine e poi ciò che prelude alla fine. L’ambiguità narrativa è un insieme di allusioni, in cui emergono nuclei di riflessione che possono essere connessi alle dinamiche di azione dei personaggi oppure consistere come apparenti impressioni, eventualmente rilevabili con accurate incursioni testuali. Non sono un critico e non compirò questo lavoro. Intendo soltanto, e brevemente, esprimere alcune considerazioni personali su Veracruz, prescindendo dai suoi rapporti con Tortuga, romanzo che, se letto, a mio avviso conferma le considerazioni che vado qui facendo.
E’ possibile leggere la diade sui pirati di Evangelisti come ennesima conferma (ma davvero: ne ha ancora bisogno, quest’autore così complesso sub specie secreti mentoris?) di certo salgarismo. E’ vero, è indubitabile: un piano della narrazione di Evangelisti (autore che struttura più livelli di lettura e di senzienza) è salgariano. Un salgarismo particolare, però.
Si radica, questa categoria di salgarismo, in una certa abilità magnetica con cui Evangelisti trascina il lettore; e però è anche la strumentazione attraverso la quale egli riesce a stabilire (soprattutto nel Ciclo di Eymerich e in quelle occorrenze stratosferiche che sono Metallo urlante e Black Flag) un continuum tra storico e fantastico. Il piano che permette la lettura più ingenua e “piacevole” è il segreto messo davanti agli occhi di chiunque, la lettera rubata di Evangelisti. Qui mi interessa, dopo essere già intervenuto sulla profondità a cui mira la letteratura dell’autore di Cherudek, stabilire con quale mezzo o in quale ambiente riesca Evangelisti a ricomporre la complessità di livelli di lettura a uno soltanto: questo cosiddetto salgarismo su cui la critica avrebbe da esercitare le proprie perizie.
A mia detta (molto breve e decisa) l’operazione letteraria di Evangelisti, cioè l’indistinzione e la distinzione contemporanee di storico e fantastico, viene ottenuta attraverso la costruzione di personaggi spiraloidali e apsicologici (o meglio: la cui psicologia è archetipica), autentici microbuchi neri: intendo le figure femminili che si muovono nei suoi libri o, più correttamente, che muovono i suoi libri. Prescindendo da quel canto cinico e disperato alla composizione tra potenze maschili e femminili che è Mater Terribilis, qui in Veracruz, in questo romanzo quasi d’appendice che mi ha permesso di volare nell’incanto e trovare il piacere della lettura bambina, è un diade (la ripetizione è voluta, ovviamente) tutta femminile. Se il “pieno” è dato da un trittico di capitani (Michel De Grammont, Lorencillo e Van Hoorn), tutto si muove in forza di una donna che non sembra più esserlo e che staziona borderline tra vita e morte (Claire, la sorella di De Grammont), la quale viene liberata dalle carceri cattoliche e ispaniche di Veracruz: impresa storica che Evangelisti al solito dichiara di descrivere narrativamente, mentre la piega a proprie esigenze che, oltre che letterarie, paiono perfino un po’ più che filosofiche. Accanto e insieme a Claire, una meticcia incollocabile e bellissima, appartenente a una vita che sfonda nella possibilità della morte all’opposto di quanto accade alla sorella del capitano, e cioè Gabriela Junot-Vergara: vivacissima, è in perenne e segreto pericolo di estinzione. Osserva il tutto l’occhio ismaelitico dell’ufficiale Hubert Macary: non asessuato, ma di fatto sì, essendo esposto a tutte le possibilità di accensione e incertezza libidica, grazie alla presenza sfuggente, in un certo senso plurimorfa, di Gabriela.
Ciò che è stato assediato e conquistato conduce a una fine, attraversando una fase di pestilenza non morale, ma propriamente umorale. A determinare l’abbrivio di questa stagnazione di anima è Claire De Grammont, trattenuta prigioniera per anni in sotterranei impensabili, mai raggiunta da un raggio di sole, immersa nel liquido letamaio e nel buio del compost più vomitevole. Ai liberatori, le prime parole che Claire pronuncia sono una domanda di sapore bachofeniano: “Avete acqua?”. Così la descrive Evangelisti:

Si intuiva che era stata una donna, ma adesso era solo un pugno d’ossa con poca carne sopra. Priva di capelli, mostrava ulcerazioni d’ogni tipo, piaghe sanguinolente, ferite mal rimarginate. Non riusciva a reggersi. Respirava rumorosamente, tremava tutta.

E’ la Mietitrice che è stata mietuta? Claire viene estratta da quell’abominevole compost oscuro e caricata a bordo della nave del fratello: la sua agonia è stabile, lutulenta, una pestilenziale stasi di qualunque movimento gli altri presenti tentino di compiere. Da quando sale a bordo, c’è stagnazione, tutto è paludoso, qualcosa di cupo grava e rende lento ogni spostamento. Perfino si respira colpa. Accompagna Claire, in questo che non è un momento bensì una serie indefinita (e che pare infinita) di momenti agonici, Gabriela, procace e ammaliatrice, traditrice e manipolatrice, che utilizza il sesso non sentendo, profondendo il corpo come strumento strategico di dannazione altrui.
Ciò che Evangelisti inscena attraverso queste due protagoniste (Veracruz è un romanzo non di semplici personaggi: chiunque è scolpito nella pietra immaginaria come un protagonista) è estremamente profondo. Da un lato c’è qui la totalità di ciò che le scritture esoteriche tentano di fenomenologizzare, per speculum in aenigmate, come Potenza Femminile. Il DUE è essenzialmente il numero femminile, la dualità è il principio pitagorico della materia universale che fa da matrice al cosmo. L’inversione in dualità è il segno non del diabolico, bensì del luciferino: ciò che, nelle tenebre piene, incomincia a fare intuire la luce. Pur non potendo affatto dirsi bachofeniano il teatro narrativo totale di Evangelisti, sarà opportuno comprendere in quale senso viene utilizzata la doppia facies della potenza femminile, qui in Veracruz, citando proprio il teorico del matriarcato (in Oriente e Occidente. Storia e miti del matriarcato):

Il principio naturale femminile, posto al vertice della creazione materiale, deve apparire anche quale fonte e fondamento del diritto. […] Numero fondamentale della giustizia è il femminile DUE. L’energia frazionante fa del DUE l’espressione della parte femminile della natura, cosicché si produce, dall’unione dei due significati della diade, la concezione materna e materiale del diritto.

Sulla natura del DUE come potenza femminile (e, in Evangelisti, letteralmente, il DUE è una binarietà tutta femminile, non è qui la premessa alla composizione dell’androgino) scrisse Plutarco in De E Apud Delphos:

Nella scomposizione dei numeri in parti eguali, quello pari si divide interamente e lascia, per così dire, al suo interno, uno spazio e un principio capaci di concepire.

Al di là dei sociologismi sulla ginecocrazia e delle significanze dei conflitti tra Atena e Afrodite, che Bachofen rileva e rispetto ai quali viene scientificamente rintuzzato, conviene osservare come la diade Claire-Gabriela costituisca un simbolo a due facce, in cui si dà non direttamente il materno, poiché il simbolo viene qui esperito nella contemporaneità delle sue manifestazioni contraddittorie. E’ la tradizione alchemica, assai frequentata da Evangelisti, a suggerire come la Potenza Femminile costituisca un’azione matriciale sulla spinta dalle pulsioni psichiche primarie che muovono l’umano (necessità, paura, desiderio di protezione…), così da ricercare nell’ambiente ciò che permette lo sviluppo delle potenzialità individuali e collettive, sul piano biologico come sul materiale. E’ proprio questa azione a rappresentare per gli alchimisti la “fonte” da cui scaturisce l’acqua (ecco perché richiamavo la domanda di Claire in Veracruz) che ha il potere di risvegliare le potenzialità fisiche (acqua vitae), creative (acetum fortis) e cognitive (lac Virginis) che sono latenti nella struttura incarnata di ogni individuo.
Ciò che viene realizzandosi in Veracruz è dunque questo schema: dalla diade femminile, che lascia nell’implicito delle potenzialità non viste o intercettate quella del Materno, verrà formandosi una triade che completa il femminile, portando a distruzione il vecchio ordine e premendo perché uno nuovo, necessariamente mortuario dapprima e trasformativo successivamente, si consegni alla storia di salti che costituisce l’arco di permanenza dell’umano nel tempo (in ciò sono da osservare i profondi rapporti con l’altro romanzo della dilogia, cioè Tortuga). E’ possibile ricorrere alla lettura deleuziana su Masoch ne Il freddo e il crudele per vedere il diorama del femminile che si compone in Veracruz:

Le tre donne di Masoch corrispondono alle immagini fondamentali della madre: la madre primitiva, uterina, eterica, madre delle cloache e delle paludi [Claire]; la madre edipica, immagine dell’amante, colei che entrerà in rapporto col padre sadico, sia come vittima sia come complice [Gabriela]; e infine, tra le due, la madre orale, la madree delle steppe e la grande nutrice, l’annunciatrice di morte [il compimento e il trascendimento della diade Claire-Gabriela].

Laddove Deleuze è costretto a rintracciare in Masoch quale delle tre immagini coinemiche di madre è la motrice di quello che il filosofo francese definisce “ideale di freddezza, di sollecitudine e di morte”, Valerio Evangelisti rovescia completamente il tavolo del pensiero analitico o tassonomico, mettendo in atto, per un intero romanzo “salgariano” un’unica scena, fatta di molte scene, primaria più di ogni altra: quella dell’espressione della Potenza del Femminile che, trascinando la percezione dell’azione su un piano archetipico, rende totalmente indifferente ciò che è storicamente accaduto e ciò che miticamente continua ad accadere, almeno finché vi è presenza umana sulla scena stessa.