Umano ed ultraumano: Porta e Celan

porta_celancelan_portaSebbene non sia questa la sede per un raffronto tra prospettive di sguardo e di immagine emergenti in Antonio Porta e in Paul Celan, poeti apparentemente molto distanti per lingua e temi e ritmi, mi permetto di commentare brevemente, in maniera volutamente sintetica e orientata, due loro poesie in parallelo: da Week End di Porta (1971/73) il quinto movimento di Lettere; e da Sprachgitter (1959) di Celan, la poesia Nacht.
Ciò che mi importa evidenziare è la compresenza di umano ed extraumano in diverse modalità convergenti tra i due testi. E’ all’immagine e alla parola in quanto forme, in quanto limitazioni “dure” del possibile che, per quanto avverto, si rivolge il canto, in entrambi i casi spezzato, che non è più canto dell'”io” e nemmeno elegia o stilema epico o tragico. Questo è per me il contemporaneo – sempre.

ANTONIO PORTA PAUL CELAN
i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
Ghiaia e ciottoli. E un suono di frantumi, sottile,
quale conforto dell’ora.

Scambio d’occhi, infine, a tempo indebito:
imagoeidetica,
lignificata
la rètina -:
il segno dell’eternità.

Pensabile:
lassù, nei tiranti del mondo,
a guisa di stella,
il rosso di due bocche.

Udibile (prima dell’alba?): una pietra
che prese a bersaglio l’altra.


L’umanità esiste ed è residuale, per segni anatomici essa si segnala da sé: disarticolata, in fase ultimativa. Un ambiente ha la preminenza, ed è la natura; un altro ambiente esiste, ed è quello umano. Fogliame e architettura assistono e mostrano la fine dell’uomo. Tutta la prospettiva si rovescia in un vocativo plurale: affidando una memoria, apparentemente – ma è impossibile sapere a chi viene affidata, a quale umanità e se proprio è affidata all’umanità. La maiuscola sulla stagione Primavera evidenzia il nesso tra umano e ultraumano: il “paese di Primavera” è un nucleo indifferentemente storico e a-storico – cioè è il mito. Il rifiorire non è certo se sia un’attività ciclica naturale o una ripresa dopo un’opposizione alla natura stessa, per cui i fiori ritornano dopo che l’abitato è scomparso. La totalità di umano e non umano nella testa appoggiata al davanzale, che non si sa se è staccata o attaccata a un corpo (sfondamento della metonimia in metonimia più estesa), e così nel cortocircuito della lingua che si sporge: per sete, non per parlare. Il rimando è all’inaudito al di fuori del linguaggio, che è ovunque in ogni momento. Queste non sono metafore o allegorie o emblemi o figure: cosa sono? pixel_nero Segnali di vita vivente o vissuta o vivibile, apparentemente strutturati secondo la dizione umana degli organi: occhi, rètina e bocche rosse. Arti che possono essere umani, ma non è affatto detto che lo siano. Lo scambio d’occhi non è lo sguardo empatico umano solamente: è ogni sguardo del vivente che si configura secondo l’immaginario del vivente che si appoggia sulla percezione umana (nomi e forme umane lanciate sul possibile). Il tempo è fuori sesto: è indebito. L’arto organico è lignificato, la vista coglie un’immagine-forma, l’attività del vivente è la dimostrazione dell’eternità, che squaderna il tempo, lo fa saltare, entra indebitamente nel tempo. La possibilità di pensare e di udire: cogliere nell’immaginare e nel percepire in quanto allucinazione l’impossibilmente linguificabile accadimento dentro ogni universo formale. Il rimando è a ciò che non è linguificabile: qualcuno o qualcosa càpita nelle forme e nei nomi, emergendo da dentro o apparendo da fuori, in ogni caso appartenendo il fenomeno allo stato potenziale, dato dal condizionale aggettivato. Queste non sono metafore o allegorie o emblemi o figure: cosa sono?