Grande Madre Rossa

Torna in edicola GRANDE MADRE ROSSA

gmr_segretissimo_miniNell’allucinante situazione distributiva in cui versano i miei libri (si trova pochissimo in giro: a questo verrà data soluzione a breve e progressivamente), sono onorato che Grande Madre Rossa, il penultimo pseudo-thriller prima del definitivo Le teste (che verrà prossimamente pubblicato da Mondadori) trovi una collocazione in edicola da lunedì 6 e per un mese a euro 3.90, nell’amatissima collana Segretissimo, curata da Sergio Altieri. Sono in clamoroso ritardo nel fornire elementi e materiali al blog ufficiale di Segretissimo, per cui fornisco una rivisitazione del sito che montai intorno a GMR (a cui manca il sonoro e un link ai materiali per via di successive migrazioni di server), una versione grande della splendida copertina che si mangia quella dell’edizione originale, e – qui a seguire – un estratto dal libro mai pubblicato on line prima.

da GRANDE MADRE ROSSA

“Il vero nome dell’uomo è: liberazione
Ramana Maharshi

“Punto di vista e movimento si escludono l’un l’altro.
Come dice Jackson dei Black Panthers: ‘Connections, connections, connections’ – dunque movimento, interazione, comunicazione, coordinazione, combattere insieme. Strategia”
Ulrike Meinhof, ultima lettera prima di essere uccisa, 13 aprile 1976

Notte.
Milano è spirituale, quasi.
L’elettricità illumina soltanto alcune zone: si passa dalle tenebre fitte alla luce e ancora alle tenebre.
La polvere bianca di marmo sui cementi, sugli asfalti: illumina anche nel buio.
Ora che è notte, è possibile in alcune zone girare liberi in auto, indisturbati.
Nelle arterie principali, anche a questa ora, il traffico in uscita da Milano è intenso.
Guido Lopez naviga come una bolla in un liquido viscoso: vede tutta la città.

L’Italia si è scatenata dopo che i terroristi di Grande Madre Rossa hanno sabotato le reti nazionali, diffondendo il loro messaggio. L’Italia ha creduto a loro. Le prime rilevazioni dai supermarket aperti per turno notturno: presi di assalto. I bancomat sono esauriti, non erogano più. Sono terminate le scorte di acqua minerale.
E’ intervenuto in un messaggio a reti unificate il presidente della Repubblica, raccomandando calma, serenità, sottolineando che la situazione è sotto controllo, che i sistemi di controllo reggono.
Interviste al premier, registrate in ambiente casalingo e tranquillo: dice di continuare a consumare, con criterio. Non esiste alcuna possibilità che le minacce terroristiche abbiano corso reale. Fiducia.
L’Italia non crede ai suoi presidenti.
Rilevazioni a Roma, Napoli, Firenze e Venezia: non sono esodi, però sono trasferte di massa. Questa notte, chi ha paura, chi ha paura della paura, abbandona le città.
Lo Stato regge, tuttavia.
Intensificati i controlli. Domani mattina, ai funerali di Stato a Milano, parteciperanno ventimila persone, perquisite una per una: gli altri resteranno al di fuori del cordone di sicurezza.
La vigilanza aerea è coadiuvata dai presidi NATO.
Su Milano, non visti e però rumorosi come boati che schiacciano l’aria, incrociano F-19.
E’ incredibile.

Zona Bovisa, verso Bollate, ma all’interno: piazzale Dergano. Sono stabilimenti cerchiati da mura sbrecciate, da pietre colore ruggine, nere nella notte. Dietro le cinzioni, si profilano i cilindri magri delle ciminiere in disuso: sagome verticali, parallele, dentate, puntate verso il cielo di ottanio. Il consorzio civile è cresciuto ai lati, nelle intermittenze tra fabbriconi e aree dismesse. Lungo i muri di cinta spacca il selciato l’erba secca e tenace. Dai balconi dei casamenti discontinui e bui: lenzuola stese ad asciugare nell’aria di polvere gessosa. Le serrande abbassate sono invase da graffiti fastidiosi. I lampioni funzionano male. Una vastità di vetrine spaccate era una sproporzionata concessionaria d’auto, cresciuta come un fungo in una zona commerciale desolata. Hanno coperto bitumando i binari del tram: asfalto sopra i binari lasciati lì, non divelti, e il granulato si è sfatto in corrispondenza del ferro, e la strada è dissestata, a buche. Dietro via Tartini si vede alzarsi a fatica il cavalcavia, la ferrovia ha reso la zona rugginosa, le piante sono secche e marroni. Più avanti, in linea d’aria, l’ex manicomio dove avvenivano gli orrori.
Lopez allarga la curva e si ferma dopo Dergano. Scende dall’auto.
Cammina.
E’ tutto buio.
Pressa lo strato di polvere bianca sul marciapiede.
E’ tutto umido.
Incrocia tre cinesi che indossano ciascuno un basco e al guinzaglio conducono un pitbull calmo, lo sguardo idiota. Lo sguardo di gesso del cane nel buio vagamente illuminato.
Lopez avanza.
Non c’è niente che possa fare. E’ incredibile. Si fa domande. Non esistono risposte che non siano: dobbiamo attendere e vedere quello che accade. Dobbiamo stare a pancia premuta sulle ore che scorrono. Scivoliamo verso il futuro immediato. Non conosciamo quanto ci attende, anche se lo temiamo.
Ripensa ai buchi, eventuali, di questa storia. Cerca di intrufolarsi nella smagliatura, nel punto che cede. Cerca l’anello che non tiene. Non esiste divina indifferenza: tenta come una talpa, annusando nel buio del terriccio a fiore di terra: dove ci si può intrufolare nella storia.
Grande Madre Rossa esiste: da anni. Con una costanza quasi disumana dice di avere preparato questo momento. Ha lavorato con pazienza infinita al crollo, a una stagione definitiva, a una strategia della tensione reale. Margaret Leicester Savioli, forse, guida il gruppo. Forse il marito di lei, Luca Savioli, qualcosa aveva intuito. Lui era a conoscenza di importanti informazioni e collaborava con i magistrati, un’inchiesta occulta sul premier italiano. Forse lui aveva capito che la moglie stava… Forse lui ha individuato Guido Lopez, voleva denunciare in segretezza… E allora perché non farlo coi magistrati? Forse aveva scoperto che Grande Madre Rossa era infiltrata nel Tribunale… E Grande Madre Rossa ha eliminato Luca Savioli prima che potesse dire a Lopez tutto quanto aveva da dirgli? Perché Savioli era controllato da Grande Madre Rossa: al campo in Mecenate, accanto a Lopez e a Savioli, le due donne che giocavano a tennis, una era di Grande Madre Rossa, e poi Savioli quel pomeriggio stesso è sparito. La stessa donna ha agganciato Calimani, ha sottratto gli appunti sui protocolli di sicurezza ai funerali…
Cosa faranno?
Che storia è questa?
Come ce l’hanno fatta?
Non è possibile farcela così, e tutto è improbabile, non è mai accaduto che si programmi un esito e si raggiunga l’esito… E poi, sulla distanza di più di un decennio: nessuno che tradisce, non una sbavatura…
E cosa andava a fare al San Raffaele, ai reparti chemioterapici, la donna che forse guida la Grande Madre Rossa?
E quella statua funeraria, rossa, in fondo al Secondo Famedio, al centro del Monumentale, stesa nel buio: NON DIRE A NESSVN PERCH’ IO SON MORTA… Perché era stato scelto quel luogo per il concentramento dei membri di Grande Madre Rossa, prima dell’entrata in clandestinità?
E il povero Maurizio Mondo? A Lopez era parso così inerme e sprovveduto sin dall’inizio e adesso era vivo?
Grande Madre Rossa dedica gli attentati alla memoria di Ulrike Meinhof, la fondatrice della RAF, Rote Armée Fraction, le squadre eversive tedesche negli anni Settanta, specializzate in guerriglia urbana. Lopez ha ricordo di quanto fecero a Ulrike Meinhof, e ai suoi compagni, nel carcere lager di Stemmheim: li sterminarono. Facevano lo sciopero della fame, li nutrirono chimicamente. La Meinhof segregata in un braccio morto del carcere di Stemmheim, la cella ermetizzata: non poteva sentire nulla di umano, nemmeno battere sui muri, foderati antiurto e insonorizzati. Poteva sentire soltanto il battito del suo cuore, le variazioni del suo respiro. Deprivazione sensoriale assoluta. Come non impazzì? Lopez ha il ricordo del volto di Ulrike Meinhof: come una lastra o un pane, gli occhi piccolissimi e penetranti come quelli di certi cani cattivi ma tranquilli, determinati, e consapevoli. Di cosa? Di un’irreparabilità. Al pari di uno scienziato che osserva un processo in laboratorio e conosce esattamente l’esito che otterrà… E lo stesso volto, orizzontale, gonfio, slogato, di Ulrike Meinhof assassinata in carcere, bianco e nero, e sgranato: dite a chiunque perché io sono morta.
Chi è la grande madre rossa?
Che gioco di scatole cinesi è questo?
Che trama è questa?
Che trama impossibile è questa, che ci costringe a non fare niente, a stare a guardare, al culmine della nostra impotenza?

Via Candiani.
A piedi, nel gelo.
La polvere rarefatta ancora nell’aria, del sapore del bario e dello zinco.
Oscuro, sulla destra, enorme, il sito industriale abbandonato: ciminiere altissime, colossi metallici, dismessi, e capannoni vasti e bassi, per centinaia di metri. Nel buio: le incrostazioni solenni del carbone di un tempo, delle scorie tossiche, nere.
E alla fine della muraglia, che sembra di detenzione, del complesso abbandonato, acceso altissimo e nitido e potente: un faro da campo sportivo.
Lopez va verso la luce.

E’ come una bocciofila: anzi, è una bocciofila.
Campi da bocce al coperto, sotto un’enorme copertura curva: dieci campi da bocce.
Deserti.
Tranne uno.
E’ sterminato.
In fondo c’è un bar da centro anziani.
Le sedie consumate, lise. I tavoli graffiati, logori in certe zone per le mani che hanno lì sfregato, giocando a carte, e bevendo. Dietro il bancone, l’aria afflitta, un barista smilzo dalla pelle grigia, i capelli tenuti a bada con un riporto, nuda e lucida la nuca.
“Beve qualcosa?”
Lopez: “Quello che ha. Una Coca”.

Sul margine destro della serie di campi da bocce paralleli: c’è un uomo.
Scrive sulla lavagna il punteggio con il gesso: ma sta giocando da solo.
Non è ancora mezzanotte.
Su Pellegrino Rossi, verso le autostrade che portano a nord, continua l’esodo, è tutto otturato dal traffico di chi va via, perché ha paura.
Qui, no.
Qui è tranquillo.
E’ uno spazio gigantesco e sono in tre.
E l’uomo sulla seconda pista per le bocce, posa il gesso, sembra concentrarsi, prende la rincorsa, si vede schizzare la biglia rossa in pietra secondo la traiettoria secca, precisa, la parabola, a mezz’aria. E poi si sente lo schianto di vetro. Ha colpito una bottiglia in vetro, l’ha distrutta.
E l’uomo sembra soddisfatto, si volta verso la lavagna e scrive con il gesso, e poi va all’estremo opposto, si china, sta ripulendo la pista dai frammenti di vetro.
Lopez al barista: “Ma cosa sta facendo?”
“E’ un gioco. E’ uno strano, viene sempre quando le piste sono libere e c’è poca gente. In questi giorni, poi, non c’è nessuno. Ha visto quel che è successo? Ha saputo? Ha visto il telegiornale?…”
“Ma chi è?”
“Lui? Mah, è un tipo strano, è uno mezzo orientale mezzo italiano, viene sempre qui quando non c’è nessuno, porta lui le bottiglie, ha chiesto ai reponsabili del centro se lo poteva fare, ripulisce perfettamente, paga un sovrappiù, spacca queste bottiglie, si scrive delle cose sulla lavagna, prende degli appunti, poi va via, lascia tutto pulito…”
E l’uomo sulla pista carica due passi, come una mossa di aikido, calmi, puliti, perfetti, sembra chiudere gli occhi, lancia la boccia, la stessa secca traiettoria, la parabola è meno acuta, più tesa e veloce, la boccia sta nell’aria, si sente lo schiocco, ha mancato la bottiglia, ha rimbalzato sorda sullo zoccolo che ferma le bocce, quello che elimina le bocce.
E l’uomo concentrato si volta, appunta con il gesso alla lavagna. Recupera la bottiglia, la sostituisce con un’altra.
Vede Lopez che lo osserva.
A sorpresa lo saluta.

“Mi chiamo Roberto Chen-po Karmapa. Sono mezzo tibetano, io” dice sorridendo, mentre sorseggia la birra che Lopez gli ha offerto. “Mio padre era tibetano, mia madre romagnola. Il mio nome ha un significato, come del resto tutti i nomi, anche quelli occidentali. Chen-po, in tibetano, significa ‘grande’, e Karmapa significa ‘maestro del karma’: il karma è il nostro destino. Roberto è un nome di origine germanica, deriva da ‘hroth’ e da ‘bertha’: il primo significa ‘fama’, il secondo ‘illustre’. Tradotto in italiano, quindi, il mio nome sarebbe: L’illustre per fama Grande Maestro di Destino”.
E si mette a ridere.
E Lopez chiede: “Che gioco è quello che stava facendo?”
“E’ un gioco tibetano. Si chiama proprio così: Gioco Tibetano. In Tibet si gioca con i sassi. E’ un gioco che farebbe ridere agli occidentali. Me l’ha insegnato mio padre. E’ il gioco della vita, il gioco delle cause. Di lì si sviluppa tutto. Si può risalire alle cause. Si possono lì soddisfare i desideri”.
“Non capisco”.
“Infatti non c’è niente da capire. Cosa c’è da capire quando si gioca? Si gioca e basta. In Tibet si tirano i sassi, si cerca di colpire un sasso messo a distanza. A seconda di quanto ci si avvicina al sasso da colpire, quello è un grado di verità. Se il sasso viene colpito e spostato, quella è la verità. Si esprime un desiderio, prima di tentare il lancio: se si colpisce il bersaglio, lì, in quel preciso momento, il desiderio è realizzato”.
“Come da noi quando si vedono le stelle cadenti”.
“Esatto, vede? Non c’è nulla da capire: uno vede la stella cadente, esprime un desiderio e finisce lì. La notte di San Lorenzo. Lorenzo significa: Colui che viene dal bosco sacro”. E ride, molto divertito.
“E quella che pratica qui sulla pista di bocce è una variante del Gioco Tibetano?”
“Oh, sì. E’ una variante molto seria. Non esiste in realtà niente di più serio del gioco”.
“In che senso?”
“Vede, io sono naturopata. Omeopata, per dire una cosa più comprensibile e occidentale. Io curo con la natura delle cose. Arrivano da me pazienti di ogni genere, afflitti da ogni genere di patologia. Ogni patologia è infelicità: la gente non capisce che la malattia è già la cura, ma questo non importa. Io curo i miei casi più difficili con il mio Gioco”.
“Come si fa?”
“Si trova il colpevole”.
“Il colpevole?”
“Sì, il colpevole dell’infelicità”.

Spiega il Gioco Tibetano: “Faccio un elenco delle possibili cause della malattia. Mettiamo: un virus, la psiche, un danno a qualche organo. Scrivo sulla lavagna quelle ipotesi. Per ogni ipotesi, una bottiglia. Dico il nome dell’ipotesi e lancio la boccia. Può darsi che centri la bottiglia: allora è quella la causa da curare. Se mi avvicino, tanto o poco, ho notizia della prossimità alla verità. Allora faccio in seguito un elenco più specifico. Prima o poi, una o più bottiglie si rompono. Non c’è quasi mai una causa unica: è sempre un concorso di cause, un intreccio, una trama: una storia di cause. A seconda delle cause, conosco i rimedi naturali da somministrare ai pazienti. I pazienti vengono così curati: tornano felici. Siccome però la felicità è transitoria, come qualunque cosa che sorga, prima o poi scompare. La cura definitiva non esiste, poiché siamo già tutti curati e, in realtà, non ci sarebbe bisogno di curare nulla. Io curo soltanto l’idea che si ha bisogno di una cura”.
“E’ tutto immaginario, allora”.
“Sì, immaginario, ma molto reale. Niente è più reale di ciò che si inventa. Le storie che raccontiamo, per esempio: sono letali. Oppure sono un’immensa salute. Dipende dai punti di vista”.
Lopez: l’ultimo sorso di Coca. E poi: “Mi fa provare?”

La pista è un corridoio di terra pressata perfettamente: sabbia chiara, terra battuta.
E’ un corridoio diritto e abbastanza largo.
Sembra un tunnel.
In fondo, al termine della pista, Roberto Chen-po Karmapa ha sistemato la bottiglia e si è scostato, più a lato. Annuisce.
Lopez allora si volta, alle sue spalle è la lavagna, e con il gesso scrive: MARGARET LEICESTER SAVIOLI.
Si volta. Due passi, sussurrando il nome. Non c’è rumore. Il lancio lungo della boccia.
Lo schianto sullo zoccolo.
La bottiglia è intatta.
Roberto Chen-po Karmapa ride. “Non è bravo, a bocce, Lei…”. Si china, recupera la boccia, la lancia a Lopez. Sostituisce la bottiglia. “Vada col secondo nome”.
Lopez scrive: GRANDE MADRE ROSSA. Sussurra, avanzando. Lancia. Mancata.
Roberto Chen-po Karmapa ride. Anche Lopez: sorride. Roberto Chen-po Karmapa scuote la testa: “O Lei è un disastro a bocce oppure è un disastro a formulare ipotesi”.
Terzo nome: LUCA SAVIOLI. Mancata.
Quarto nome: MAURIZIO MONDO. Mancata.
Quinto nome: LUCAS HOHENFELDER. Mancata.
Sesto nome. E’ l’ultimo. GIORGIO CALIMANI. Mancata.

Dal fondo, Roberto Chen-po Karmapa: “Ha già esaurito le ipotesi? Sono poche… La realtà è più complessa, devono esserci per forza altre ipotesi”.
Lopez, sorridendo: “Questo gioco è una cazzata”.
“Dipende soltanto da chi sta giocando. Non è una cazzata e non è nemmeno una cosa seria. Dipende dai punti di vista”.

Roberto Chen-po Karmapa: “Provo ad aiutarla, se vuole…”
“Non può aiutarmi. Non è una storia che si può raccontare, la mia”.
“In realtà, nessuna storia si potrebbe raccontare”.
“Come?”
“L’inizio della storia: non esiste. Ci sono cause a monte che hanno condotto all’inizio, ci sono influenze, ambienti, altre storie prima dell’inizio della storia. E non c’è nemmeno la fine della storia: ogni storia continua, diverge, causa altre storie. Esiste soltanto un flusso di storie, e non sono separabili: non si dovrebbe isolarle. E’ un’operazione assurda, quella che facciamo: dire che la storia inizia lì e finisce lì”.

Ancora, Roberto Chen-po Karmapa: “Ha calcolato le ipotesi più assurde?”
Lopez osserva. Prova a sforzarsi. Mezzanotte passata da venti minuti appena. Domani esploderanno i funerali…
“Provi, formuli ipotesi assurde, eventi che sembrano collaterali alla storia: anche se sembra che non c’entrino nulla. Provi…”
E Lopez prova.

Settimo nome. ISHMAEL. Mancata.
Ottavo nome. CINA. A vuoto.
Ancora. EUROPA. E la bottiglia, questa volta, barcolla. Non cade.
Roberto Chen-po Karmapa ride rumorosamente: “L’avevo detto, io… Ci stiamo avvicinando… Altri nomi?”
Lopez scuote la testa. L’Europa dietro Grande Madre Rossa…
Roberto Chen-po Karmapa si avvicina, batte la mano sulla spalla di Lopez, legge i nomi scritti in gesso sulla lavagna. “E’ una storia ben strana, questa. Sono nomi strani: però c’è una relazione, qui. C’è un nesso. Si figuri: qui c’è un nesso perfino con me!”.
“Con Lei?!”
“Sì, con me. Guardi”, e indica le parole ‘GRANDE MADRE ROSSA’ e ‘CINA’.
“Che nesso c’è?”
“Gliel’ho detto: sono mezzo tibetano, io. E’ come se avesse scritto ‘OLOCAUSTO’ e ‘TERZO REICH’ essendo io ebreo”.
“Ah, la Cina e il Tibet… Per quello: perché la Cina ha occupato il Tibet. Però la bottiglia corrispondente alla Cina non è stata colpita: non c’entra niente, quindi…”.
“Sì, ma non importa. C’entra per me. Il nesso lo vedo io. Io sono qui perché la Cina ha occupato il Tibet: mio padre era un esule politico, se n’era andato. Aveva incontrato mia madre in Germania, nel ’52. Mia madre era figlia di emigrati. Per questo io ci sono. Però qui c’è la Grande Madre Rossa, è anche più grave…”
“Più grave?”
“Sì. Lo sanno soltanto i tibetani perché è così grave. Anzi, mi chiedo come faccia a conoscere quest’espressione…”
“Ma non ha visto i telegiornali?”
“No, guardo poco la tv. Non ho tempo, sono sempre occupato, lavoro molto e mi devo anche spostare spesso. Una volta facevo il postino, nel ’91: era bello, avevo molto tempo a disposizione”.
“Grande Madre Rossa è sulla bocca di tutti. E’ una sigla terroristica. Hanno rivendicato l’attentato al Palazzo di Giustizia”.
“Strano. Grande Madre è un’espressione cinese. E’ l’espressione coloniale cinese. In carcere, ai tibetani, viene imposta la preghiera a Grande Madre: li torturano se non pregano la Grande Madre. Però va anche detto che ogni religione ha una sua Grande Madre. Sono infinite queste Grandi Madri!” . E ride.
“Questo gioco è una cazzata”. L’altro sorride. Poi: un’idea. Chiede Lopez: “Dice che è valida ogni ipotesi? Posso tentare ogni ipotesi? Anche quella più assurda?”
“Ma certo!”

Nono nome. GEORGE BUSH. Mancata.
Decimo nome. IL PREMIER ITALIANO. Mancata.
Undicesimo nome: ULRIKE MEINHOF. La bottiglia è centrata, va in pezzi.

Roberto Chen-po Karmapa sorride, esaminando i cocci. “Ci siamo quasi: una bottiglia è rotta, ma, come ho detto, la causa non è mai unica. Bisogna romperne altre, per capire”.
Lopez scuote la testa: “E’ venuta fuori una cosa assurda: una persona morta molti anni fa”.
“Non è per niente assurdo. Adesso completo io la lista. Provi a non guardare i nomi che scrivo e lanci la boccia. Vedrà, non è assurdo per niente”.

Roberto Chen-po Karmapa scrive i due nomi.
Dà il via a Lopez.
Primo lancio. Parabola tesa, quasi la boccia fischia, secca colpisce la bottiglia, che va in frammenti: una miriade.
“Vada a ripulire e finiamo il gioco. Manca l’ultimo nome”.

L’ultimo nome.
L’ultimo lancio.
Lopez fa partire il proiettile della boccia, il tiro teso e arcuato, guarda la boccia, rotea su di sé, centripeta, nell’aria, la fende, centra la bottiglia, la schianta.

Lopez si volta.
Roberto Chen-po Karmapa sta sorridendo, annuisce.
Lopez: aria interrogativa.
Roberto Chen-po Karmapa indica le parole che ha scritto col gesso alla lavagna, sotto i nomi segnati da Lopez.
Le due parole sono: REINCARNAZIONE e IO.

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