blog · Grande Madre Rossa

La domanda finale di GRANDE MADRE ROSSA

gmr_segretissimo_miniOnoratissimo dell’uscita di Grande Madre Rossa in nuova edizione, in edicola a 3.90 euro, nella collana Segretissimo di Mondadori guidata dall’impagabile Sergio Altieri, riproduco qui il capitolo semifinale del libro, che non fa spoiler né rovina la suspence, la quale suspence è peraltro uno degli obbiettivi polemici dello pseudothriller. Mi importa la domanda finale: nel capitolo semifinale è posta proprio la domanda finale, che avrebbe sortito sviluppi in seguito, ne L’anno luce, in Dies Irae, in Italia De Profundis.
Questa domanda finale, che sembra avere mosso un racconto apparentemente autoreferenziale, è tutto fuorché autoreferenziale.
Buona lettura agli interessati Miserabili aficionados, con inchino di gratitudine da parte del Miserabile sottoscritto.


da GRANDE MADRE ROSSA

E’ sempre Milano, tuttavia è differente.
E’ l’Italia, non è l’Italia precedente.
Tutto tornerà come prima. Calma. Tutto sarà come prima. Le stesse azioni, gli stessi personaggi. Quello a cui eravamo abituati. Bisogna coltivare le abitudini. Bisogna nutrirsene. L’abitudine, questo mercato segreto, è l’alimento, è il motore energetico. L’abitudine, la chiave del segreto in mano agli stolidi che l’hanno scoperta, che sentono di detenere il segreto.
Questo mondo che reinizia di continuo. Guardalo. Nutritene.
Guarda i barboni che sono riversi ubriachi nella terra all’angolo est della piazza centrale.
Gli sfiati delle centrali termiche in periferia, verso Rozzano.
La torre telefonica accanto alla clinica Humanitas, come un ufo poggiato su un pilastro in cemento.
L’industria pesante fermata, nel viale Umbria, la Coop gigantesca, dov’era la Braun Boweri.
La Cattedrale sempre lontana, le si ruota attorno.
La semplicità, come un gesto delicato e definitivo che si esprime nell’aria.
I nuovi platani romani in piazza Lodi, la scultura di Fausto Melotti posizionata al centro, la vasca dove nuotano i suoi finti pesci di bronzo, listellari.
Le liste di alluminio sul ballatoio, stese a spaventare i piccioni: vibrano come ikebana.
Il centro bancario che hanno inaugurato nella via Pace, dentro la ex scuola, dietro dove era il Palazzo di Giustizia di Milano.
La nuova piazza, larga, aperta, immensamente chiara: il luogo dove sorgeva, come un sogno, il Palazzo.
Come puntine da disegno e graffette, in controluce, i nonni e i bambini, che giocano, a passeggio, nell’incredibile spazio bianco della nuova piazza.
Lopez ha deciso e parcheggia qui la Guzzi.
L’ha comperata di seconda mano, tutta incrostata di smog e ruggine, pesante, male in arnese. Ci monta sopra e sembra un contadino del millenovecentosettanta.
Si stira sempre un poco, nella schiena, sollevandola sul cavalletto.
Non la lega. Non la ruberanno.
Cammina.
La finta morale di tutta la storia, questa storia umana e inumana, è il battito di ciglia mentre soffia il vento gelido e acuto. Sì, confessiamo i nostri sogni: è stato un sogno.
Una pittura nera sulla panchina in carbonio: due si baciano. Lopez avanza. La luce è puro nitore.
Avanza un vecchio, a forma di punto di domanda, forma estrema di renitenza, non cede, sta nell’esserci, quindi è un punto esclamativo.
Questa storia di sogno che abbiamo vissuto. Questa pausa dall’essere sempre qua, sempre presenti. Questa tragedia delle nostre responsabilità. E’ un’Italia nuova che vive e sogna: la medesima Italia di sempre.
Le armi trattenute della comicità, dello sdegno civile, in quest’aria civile trattenuta.
Un attimo per pensare.
Un attimo per non pensare.
Si siede, l’ispettore Guido Lopez, su una panchina in carbonio, solo, distante da tutti. E’ silenzio, attorno. Chiude gli occhi. Nell’aria che ghiaccia, avverte sulla pelle la fenditura di un tepore, il sole invernale riverbera fino a lì.
Occhi chiusi.
Non pensa.

Non pensare.
Se si presentano i pensieri, lascia che svaniscano. Si presentano, turbini, grossi, pura violenza, elettrica e virulenta, si sollevano, è un’ondata, una marea di grafite nella mente nera, è folle, è agitato, un fronte in tempesta di acque psichiche in rivolta, che colpisce compatto gli scogli bianchi della mente umana.
E tu stai fermo.
Guarda.
Semplicemente, guarda.
Guarda i pensieri: come sorgono, come evaporano guardàti.
Lievemente, lo sguardo curva su di sé.
Privo di parole, semplice, effettivo, qui non esiste dolore, lo sguardo si chiede chi stia guardando, un interrogativo nell’etere, in sé.
Qui si sospira, esce la tensione del lavoro polmonare, il mantice duro che sfiata, la macchina di spugna che si ossigena.
Basta fermarsi.
Espirazione. Inspirazione. Improvvisamente: che cosa sia la svolta del respiro non si sa. Può svoltare a ogni istante. E’ possibile farlo svoltare ora, oppure ora, oppure adesso. Può sempre svoltare. Il respiro è fatto di svolte di respiro.
Rilassa il respiro.
Vedi lo sguardo.
Questo è lo sguardo: si vede soltanto il trasparente. Sei nella trasparenza. Immagina: è trasparente. Al mondo non esiste niente che è trasparente: ci sono i colori. Qualunque filtro trasparente – vetro, cristallo o simili, perfino l’aria – è colorato dallo sfondo. Impossibile, da vivi, vedere il trasparente. Ma tu lo vedi nella mente. Immagina: trasparente.
Immagina di superarlo. Accelera lo sguardo interno. Penetra nel trasparente. Si penetra in un nuovo trasparente.
Respira.
Silenzio.
E’ come essere nel sonno essendo svegli.
Tu stai bene.
Chi è ‘tu’?

E i pensieri ricominciano.
Quanto è stato di noi.
La nostra storia.
Che non finisce qui, non finisce mai.
I nostri sogni, che non finiscono mai.
Finché esiste l’uomo, l’uomo non sarà abolito.
La nostra fatua, lievissima eternità.
Il nostro assoluto tascabile, sempre a portata di mano.
Il volto della terrorista tedesca uccisa trasfigura oltre il bianco e il nero, oltre i grani della pellicola.

Riapre gli occhi, Lopez.
E’ nel sole che attraversa il filtro gelido della trasparenza. Nella nuova piazza, dove era il Palazzo di Giustizia. Immensa, lievemente curva, bianca.
Tra lui e il sole si frappone netto, distinto, altissimo, il monumento di marmo bianco, una colonna altissima, messo in verticale, l’architrave di quello che fu il Palazzo di Giustizia.
E’ la nuova colonna infame.

Oltre i pensieri: Lopez va via, ritorna a se stesso. Quello di sempre, a cui la morte si attacca tra le pieghe dell’impermeabile sdrucito e lercio. Come una droga: questo desiderio della morte di sopravvivere, di appiccicarsi agli uomini.
Lopez ritorna alla Questura di sempre. Il respiro pastoso di via Fatebenefratelli. I volti conosciuti: non tradiranno mai.
Cammina lento, sentendo questo: ‘io’.
Osservate mentre cammina: adesso, e adesso, e adesso, e subito dopo: adesso. Ogni istante, come un fotogramma. Che cosa è che è in mezzo tra fotogramma e fotogramma?
Io sono colui che sono.
Chi è ‘io’?
Chiediti chi sia ‘io’.

Tu dove sei, lettore? Chi sei tu, lettore?

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