Congedo di un lettore devastato e vile

gennacongedo.jpgSul numero 49 della rivista Atelier, che inaugura il suo tredicesimo anno di vita, il codirettore Marco Merlin, poeta (sotto lo pseudonimo di Andrea Temporelli ha pubblicato per la collana bianca di Einaudi Il cielo di Marte), mi indirizza una lettera aperta, di critica e di congedo in quanto mio lettore. Ho chiesto a Merlin di avere il file di questa lettera aperta, in modo da poterla pubblicare sul mio sito, poiché, al di là delle ironie, mi pare metta in luce alcuni aspetti che, a mia detta, travisano non tanto le intenzioni quanto gli esiti di certi miei testi – e questo è per me importante. Questo travisamento è legittimo: è la responsabilità dell’autore che incontra la responsabilità del lettore. Non condivido l’approccio ai libri che ho scritto, di cui Marco Merlin dà ampia testimonianza in questa lettera. Ciò che ho scritto mi è sempre stato necessario e, se ciò non è avvertito, significa che non sono uno scrittore di valore. Non condivido nemmeno la continuità che Marco Merlin stabilisce tra la mia attività sul Web, alcuni fatti di vita privata esibiti in pubblico e i testi che ho pubblicato. Nemmeno ciò che mi viene accreditato rispetto al protocollo dei complotti è sentito da me nel modo descritto in questa missiva. Tuttavia mi è impossibile fornire una risposta a una così acuta percezione di disagio da parte di un lettore, molto avvertito e molto colto, quale è il fondatore di Atelier. Detto ciò, e aggiunto che qualunque autogiustificazione teorica darebbe ragione alla critica che Merlin avanza non solo alla narrativa che scrivo io, lascio a lui la parola, ringraziandolo per questa lunga fedeltà che io (ma solo io: idiosincraticamente) percepisco come infedele – e questa per me vale come prova dell’errore assoluto che si rischia di compiere facendo letteratura e sbagliando, o leggendola.

marco_merlin.jpgCaro Genna,
tu per me sei un idolo. Sarò più preciso: tu per una parte di me sei un idolo. Quant’è sfaccettata la psicologia di una persona e su quali architravi costruiamo i nostri equilibri di facciata…
No, non temere, non voglio buttarla troppo sul personale, tanto più che non ci conosciamo. Ci siamo, a dirla tutta, incontrati una volta nel ’96 a un convegno di poesia, ma facevamo parte di quella schiera petulante ed eccitata di giovani che sono il contorno folcloristico di tali manifestazioni. Allora tu rimanesti sorpreso del fatto che mi ricordassi dei tuoi versi apparsi su «Poesia», ma già ti sentivo animatamente parlare del Giallo come dell’unica possibilità per raccontare il nostro tempo. Mi parlò di te in seguito un amico, incontrato su uno dei tanti treni sui quali facevo la spola tra il mio lago e la Grande Città, mi disse che avevi pubblicato un thriller, proprio un librone all’americana, e che insomma eri diventato uno scrittore. Anzi, uno Scrittore, uno di quelli che vuole vivere della propria arte – anche se poi è dichiaratamente arte di consumo, mi avvertiva perfidamente consapevole del problema cruciale che toccava. Immagino che le cose non stessero esattamente così, ma questo non importa, perché è dalla posizione privilegiata del semplice lettore che invio questa lettera al mio idolo parziale.
Ti ho anche letto solo parzialmente: Nel nome di Ishmael, l’Assalto, Catrame, l’Anno luce.


Non me la sono sentita di procurarmi con costanza i tuoi libri, sia perché tempo e portafogli sono tiranni sia perché come lettore non riuscirei a stare dietro alle tue uscite (ma i reali motivi, come immagini, cercherò di spiegarteli tra poco). Ti scrivo, anzi, mentre mi sono arenato nella lettura di Dies Irae e vado maturando l’intenzione di abbandonarti a questo punto. Definitivamente. Malgrado Hitler e tutto quello che seguirà. Questa è una non-notizia che non ti farà né caldo né freddo, lo so. Il fatto è che ti scrivo per me, ovviamente. Gli idoli servono, altrimenti non serviremmo idoli, nevvero?
Tu per me rappresenti un modello. Ancor meglio: tu sei il Prototipo dello Scrittore Contemporaneo: ne porti tutte le stimmate.
Anzitutto, sei un Intellettuale Dissidente, ovvero hai avuto la capacità di cavalcare l’onda del web nel suo momento eroico per diventare un ganglio importante all’interno di quel network della controinformazione e dell’impegno che ancora compete (competerebbe?) agli scrittori. Sei un intellettuale perché sei riuscito a ricostruire un pur particolare habitat in cui riescono ad avere peso la dialettica, la retorica, il giudizio, il pensiero, l’apertura globale verso ogni sapere (dalla sociologia alla psicologia, dalla teologia all’estetica, da dottrine esoteriche a quelle tradizionali), insomma tutto l’armamentario dell’intellettuale, appena rivisitato in armonia con i contesti inediti. Ti sei costruito, grazie alla tua prosa, perfetta per Internet, un pubblico di Miserabili Lettori, hai saputo imporre casi editoriali, sei stato più volte tra i protagonisti di svariati dibattiti che nel recente passato rimbalzavano dal web alla carta stampata, lavori da anni nell’editoria e ne conosci tutti i retroscena, cambi editori e dirigi collane… Ma, ovviamente, sei Dissidente, ovvero di sinistra (è solo una leggenda metropolitana quella che ti voleva, in origine, di destra, e che spiegherebbe certa “ansia” di riscattarti da tale peccato originale?), ovvero squattrinato, e conosci gli abissi depressivi della psiche, insomma hai tuo malgrado quell’aura da “maledetto” che ti rende ormai, pienamente, un personaggio (e tu per primo ne hai preso atto). Ambisci ad un lavoro “normale” mentre decanti i tuoi disagi; vanti, a nemmeno quarant’anni, una produzione considerevole, sperimenti a più non posso varie soluzioni, quindi, alla fine, risulti uno scrittore che sa cavalcare il mercato con opere di centinaia di pagine che arrivano puntualmente in libreria ogni anno; il tuo sito è tra i più seguiti, e qui, se ormai lasci ad altre diramazioni gli interventi con cui ti applichi polemicamente sui temi del nostro tempo, spalanchi la tua rutilante officina letteraria, fatta di copertine di libri, di strilli, di omaggi al lettore, di installazioni varie comodamente scaricabili, di esternazioni indignate, di dichiarazioni d’amore e di odio, di rassegne stampa, di colpi di scena, di altissime elucubrazioni. Passi da stroncature a panegirici sul medesimo oggetto da un giorno all’altro, puoi scrivere su chiunque, anche una biografia non autorizzata di Costantino (il divo televisivo che spopolava fino all’altrieri), compari in fotografie a mani aperte mentre discetti ammantato dal fumo della sigaretta (un amico, accostandosi a un sigaro, una volta mi spiegava che uno scrittore che non fumi non esiste nel nostro immaginario), le quarte di copertine narrano il leggendario destino che ti ha voluto Supremo Rivelatore dei Complotti della nostra epoca: sei nato, infatti, «il giorno, il minuto e il secondo dell’esplosione della bomba di piazza Fontana», hai «lavorato a Montecitorio entrando in contatto con i Servizi Segreti che ti hanno intimato: “Per proteggerti, o taci su tutto o racconti tutto”»: per fortuna nostra, hai scelto la seconda opzione…
Non senti con quanta parziale invidia traccio questo profilo?
Il fatto è che su di te contavo molto, sinceramente; devo ora prendere atto della mia delusione e spezzare il circuito vizioso. Per un po’, infatti, ho creduto che tu fossi l’autore di un ottimo libro, quello che i bravi letteratini sanno indicare come il tuo migliore (ovviamente, alludo a quell’Assalto a un tempo devastato e vile che vai aggiornando stagione dopo stagione, anche se rileggendolo…); a tratti mi esaltavo seguendo la tua officina, quasi sempre, comunque, sentivo di doverti rinnovare la fiducia, perché da uno come te poteva, mi dicevo, davvero uscire l’Opera, prima o poi, e perciò compravo i tuoi libri, mi aggrappavo a certe pagine fiammanti, raccoglievo in sterminati campi di parole quelle perle per iniziati (peraltro, mi capirai, c’ho la deformazione della poesia e a certi sentieri nascosti sono abbastanza sensibile). Ora, invece, ho capito. La tua vera impresa è la creazione e la gestione di tutto questo congegno di accreditamento costante; le tue pagine sul web non sono piattaforme di semplice appoggio dei tuoi testi, ma, al contrario, questi libri sono semplici installazioni contingenti, appendici del tuo immenso e virtuale zibaldone. Anche tu sei vittima del grande equivoco del nostro tempo che antepone la poetica all’opera: ecco, in te è molto più avvincente e significativa l’intenzione, il laboratorio privato, la risonanza sociale (tu diresti forse l’irradiamento che proviene da quel nulla o mancamento che è la creazione letteraria) rispetto al testo in sé. Mi viene in mente Pasolini, con quel suo lasciare i versi sbozzati perché più importante era continuare a concepirne altri piuttosto che tornire quelli già tracciati. Si tratta, a ben vedere, di una nevrosi della creatività, di un vitalismo letterario che mina l’esibita fertilità autoriale. Molti tuoi libri mi appaiono così: esperimenti, canovacci solo in alcuni punti portati a termine: il resto, ovvero quasi tutto, rimane sfuocato rispetto al loro fine. Tu sei perenne Annunciazione senza Incarnazione, e in questo sei davvero esemplare, per il nostro tempo.
Altro aspetto che ho sempre apprezzato in te era l’approccio tutt’altro che minimalista. Nessuno potrà negarti il talento nel lavorare sull’immaginario collettivo. Dies Irae in questo è impressionante: chiami a giudizio interi decenni della nostra storia, mastichi miti pubblici e privati con mandibole possenti e ce ne restituisci un bolo fermentante, qualcosa di mostruoso, di volutamente mostruoso. Ogni tua pagina è un fuoco di artificio, ogni tuo rigo si vorrebbe spasmodicamente teso, mentre attraversi svariati generi letterari e registri espressivi in una prova di forza virtuosistica. Pagine belle ce ne sono, certamente, ma l’insieme è reboante, retorico, a tratti persino involontariamente comico. Percuoti il lettore con ritornelli e stilemi per dare coerenza a quello che, a conti fatti (sono fermo a pagina 304, ma l’insieme si riverbera anche nel dettaglio, come ben sai), alla faccia del tuo pantheon esterofilo composto dai vari Palahniuk, DeLillo, Vollman, Houellebecq, Ellroy ecc. ecc., resta un polpettone fin troppo italiano, che centrifuga la P2, il dramma di Alfredino, Berlusconi, Moana Pozzi e chi più ne ha più ne metta alla luce di un unico Complotto Universale. E tutto questo non si può giustificare con il gusto, un po’ vizioso, di trovare il posto giusto per riscrivere in prosa le poesie di De Angelis (o rubare improvvisamente qualcuna delle sue celeberrime e apodittiche asserzioni, peraltro a sua volta rubata ad altri): o no?
Conseguenza di tutto questo è l’esplosione del romanzo medesimo. Molte tue pagine sono metanarrazioni, discettazioni di sociologia immaginifica o qualcosa del genere, in quanto tali anche suggestive ed efficaci, ma pur sempre una rivisitazione intellettualizzata che si autogiustifica per la propria deflessione. E non stiamo a bordocampo a palleggiare tra fiction e non-fiction mentre accanto la partita entra nel vivo… Mi viene da pensare perciò che, scegliendo come nuovo soggetto di una tua opera la biografia impossibile di un mito assoluto come Hitler, stai evolvendo anche tu secondo un’altra traiettoria tipica del nostro tempo, secondo la quale è la saggistica a prendere il posto della narrazione, a continuare, anzi, la narrazione, laddove essa non può andare oltre.
Ma ti rendi conto, caro Genna, in che razza di situazione mi hai lasciato? Non sei riuscito, finora, a disbrogliare i nodi cruciali del nostro fare letteratura oggi, anzi alimenti il grande equivoco e resti fermo lì, al bivio. Già, sei davvero un oracolo, per me. Fatalmente ambiguo. E immobile, con quel frenetico avvitarti sulla tua stessa immagine: oh, Narciso incompiuto…
Per questo ti interrogo, sperando in una sentenza. E ti intimo, una volta per tutte: scrivilo, il tuo Gomorra, se davvero hai qualcosa da dire, e non spacciarlo, narcotizzandolo, per un romanzo; oppure scrivi il tuo Romanzo, stornando lo sguardo meduseo della storia.
Altrimenti, finirà che questi nodi dovrò decidermi ad affrontarli da solo, e la prospettiva non mi alletta. Qui da me non ci sono Servizi Segreti ad investirmi con il loro mandato. E come potrei presentarmi, in quarta di copertina? Non fumo nemmeno…
Il tuo ex miserabile lettore
Marco Merlin
P.S. Scusa per l’eccessiva ironia, sono anch’io soltanto «uno stronzo saccente, come tutti gli scrittori», con l’aggravante di non aver nemmeno cominciato l’impresa. Una capatina su Marte l’ho già fatta, ma ero in incognito e i cablaggi non erano ancora sufficienti per connettermi definitivamente.