Arrigoni, da “Persona informata sui fatti”: ‘Massacrare un villaggio’

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Il regime della comunicazione letteraria, della critica profonda, della teoria esemplare è oggi diffranto: uno spazio nebulare, particelle che saltuariamente fanno scattare una reazione chimica, elettrica. Quei bellissimi archi voltaici di un tempo! Durò soltanto cinque decenni, non più. Così, in assenza di comunicazioni dirette o indirette circa un capolavoro narrativo e poetico che è appena uscito per il Saggiatore (http://ift.tt/1kly43s) e sul quale mi sento di insistere senza scopi pubblicitari, ma in quanto è un’opera strepitosa, fornisco io una comunicazione esemplare. “Persona informata sui fatti” dell’anziano esordiente Arrigo Arrigoni (già autore di un saggio labirintico sul jazz: http://bit.ly/1nyNbtU) è secondo me il romanzo di questo decennio, una specie di “Infinite Jest” in lingua italiana e di ambientazione geopolitica terracquea, un po’ come le “Argonautiche”. Miliardi di personaggi fuoriescono dalla Memoria, che sia Breve o Corta poco importa, affollano uno spazio infinito, combuttano lottano amano muoiono o scompaiono: spie, dittatori, agenti metapsichici, mistress sofisticate cinesi, gesuiti, madri… Ne propongo un estratto minimo, il secondo dopo il brano sullo “Scisto”. Se amate la letteratura: leggetelo, fatelo leggere. Io ho già il mio bel da fare, perché questo super-romanzo mi pone problemi da narratore poetico: il suo campo di tensione ha un voltaggio che mi è difficile riprodurre. Ecco l’assaggio:

“MASSACRARE UN VILLAGGIO

Il predicatore conosceva quel villaggio da più di vent’anni senza che nessuno avesse mai immaginato di razziare la miseria di questi contadini, né di aggredire e calpestare i simboli e gli uomini del cristianesimo metodista.
Si chiamava Bannister, Roger Bannister, seminatore in buona terra.
Reverendo Bannister: sapeva parlare a quei cuori semplici nel loro dialetto e nella loro lingua.
«Reverendo…» Ansiosi di storie fantastiche i ragazzini più maliziosi invocavano il prete venuto da lontano, al di là delle montagne.
Il mulo di Padre Bannister si era allontanato seguendo la traccia di un’erba aromatica. I contadini salutavano appena, gli anziani riconoscevano Bannister e gli sorridevano, gli uomini sopraggiungevano alla spicciolata dalla faticosa aratura e dalla semina; le loro donne avevano fatto una buona raccolta di bacche di corniolo e di fragole selvatiche e ora conducevano le vacchette magre nelle stalle contigue alle capanne per prepararle all’esile mungitura dell’alba.
«Bannister… raccontaci le storie degli Otto Immortali del Tao…»
Guide Stravaganti, Santi Deformi, Angeli Svogliati di Paradiso, Abbracciati alla Natura, Il Flauto Fatato, Il Pescatore e il suo Cormorano, Il Ventaglio per rianimare le anime dei Morti, La Spada del Guerriero Cieco, Le Focacce dell’Elisir di immortalità: questi sono solo alcuni titoli delle favole che migravano, tramandandosi oralmente, ma che i bambini volevano ascoltare una volta di più senza nulla cambiare, neppure un accento.
«Cosa si salva del mio cristianesimo?» ruminava in sintonia con il suo mulo. «Forse qualche storia della Bibbia raccolta da Re Giacomo, raccontata a questi semplici, con tanti colori e tanti miracoli: il Diluvio… Daniele ammansisce le tigri, Davide e Golia… l’idillio di Adamo ed Eva… le Piaghe d’Egitto… Il Fabulario Biblico è infinito. Quanto ci sarebbe da scrivere… e da raccontare… Cristo sulla Croce può risultare incomprensibile a chi soffre…»

In piedi, davanti al fuoco che lo illumina di luce rossastra, lingue di fuoco, nell’istante in cui la parola «Salvezza» gli attraversa ancora una volta la mente, esplode la sua visione, proprio quando riflette sulla parola «Salvezza». Bannister riceve il colpo mortale sparato dal buio con precisione al cuore, e l’equilibrio del corpo svanisce ormai privo di vita; il corpo senza vita tenta di ribellarsi, ma crolla sul braciere sollevando nuvole di scintille. Dai boschi tutt’intorno escono le divise grigie gridando e sparando su qualunque ombra che si muove strisciando, o che cerca di fingersi morta nel silenzio che scende lentamente. Brandiscono i fucili con la baionetta innestata, per immergerla nei corpi, frantumando ossa. Teste decapitate e accatastate come piramidi sacrificali… «Sterminiamoli! Che non se ne salvi nessuno! A fuoco… a fuoco… A morte i comunisti…!» Sparano sul villaggio, sulle capanne; uomini, divise grigie e donne corrono come impazziti cercando i bambini. Prima che giunga il colpo fatale.

È una grande contraddizione offrire la Salvezza attraverso la Sofferenza. Le divise grigie hanno acceso due cellule fotoelettriche che li costringono a di-fendersi bendati dal buio più nero, mentre la luce abbaglia intermittente. Siamo arrivati solo all’alba mentre i pochi feriti ancora vivi erano preda dell’orrore.

L’alba sorprende un centinaio di cadaveri sparpagliati in un raggio di duecento metri, lungo sentieri insanguinati, colpiti mentre inascoltati invocavano di non fare loro del male, di risparmiare i loro bambini; incendiate le capanne, gli animali legati erano stramazzati uccisi dal fumo degli incendi. Avevano cercato di inginocchiarsi e di correre verso la boscaglia per diventare immortali. Quasi tutti i cadaveri portavano l’evidenza di un colpo di rivoltella alla tempia. Ora solo qualche voluta di fumo umido sale al cielo perdendosi nella parola «Salvezza»; solo un cane senza focolare sembra riconoscere con lunghi guaiti e profondi ululati il dolore. Due maialini corrono verso il truogolo.

Chi sono? Da un villaggio vicino giungono fantasmi silenziosi, ammutoliti, cercano corpi riconoscibili, e li trovano irriconoscibili, senza più amici, senza futuro. I morti non cercano i morti.
Che cosa rimane della religione di Bannister? Il Cristianesimo è forse una religione elitaria che però non protegge nessuno? Forse che il popolo va lasciato nella sua opaca ignoranza? Solo gli Otto Immortali del Tao raccontano.”

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Arrigo Arrigoni, da “Persona informata sui fatti”: Lo Scisto

di ARRIGO ARRIGONI | da Persona informata sui fatti (il Saggiatore)

41b1-slj7fL[La narrazione di Arrigo Arrigoni, che si coagula in “Persona informata sui fatti”, appena edito da il Saggiatore, è per me inarrivabile al momento, operando nella lingua italiana. Corollario di corollari, strepitosa cavalcata di orde d’oro nei territori vasti del sapere e della storia, umani e disumani quindi, sisma di qualunque geologia, esposizione rattrappita di una legione che ha nome “io”, questo racconto di racconti è un’esegesi, un rapporto spionistico, un diario di guerra occulta. Sciamani e agenti metapsichici si incrociano ovunque nel pianeta, distruggendo le radici di un pallore novecentesco. Opus magnum che non è per nulla operazione avanguardista, ha probabilmente il suo gemello naturale in “Gravity’s rainbow” di Pynchon, o forse in “Mason & Dixon” del medesimo autore. Clamorosamente affine a questo passaggio a nordovest della narrazione in lingua italiana, è “Europe central” di William Vollmann. Non so esprimere compiutamente il disagio che mi provoca “Persona informata sui fatti”: mi mette in discussione in quanto lettore e in quanto autore. La sua mostruosità non è tale: non si tratta di un freak letterario. Burroughs avrebbe forse narrato così, esattamente così, se fosse vivente oggi – e Burroughs *è* vivente oggi: tanto più che è stato amico personale di Arrigo Arrigoni. Io consiglio spassionatamente la lettura di questo eccezionale oggetto narrativo non identificato, a tutte le lettrici e tutti i lettori, e si tratta di un invito che non ha nulla di pubblicitario! Si legga questo digesto assirobabilonese e distopico, contemporaneissimo: per il proprio piacere, perché è bello trovarsi in presenza della letteratura autentica, ed è anche perturbante.
Qui sotto, un brano del libro: un incidente in tempo di misurazione dei confini tra India e Cina a cui incredibilmente partecipa il narratore: uno scisto crolla e ferisce mortalmente il protagonista della narrazione. gg]

Nessun allarme, nessun segno premonitore.
Divenni all’improvviso una vittima casuale e ignara.
Ero stato colpito da un grosso scisto di quasi cinque chili distaccatosi dall’apice della volta della caverna dove, con la mia pattuglia di esploratori, avevamo trovato rifugio aspettando che il nubifragio monsonico rallentasse il suo impeto per riprendere il cammino verso il campo base, distante ormai soltanto una decina di chilometri.
Il punto dove la pietra, lo scisto, si era staccato dalla volta era a circa otto metri da terra.

Qualcuno per rilassarsi aveva acceso una sigaretta in fondo alla caverna; un puntino di brace nel buio della notte che avanzava. Distendersi e riposare qualche minuto mentre la tempesta d’acqua continuava a imperversare.
Venni colpito all’altezza del collo… forse ero io ad accendere la sigaretta… accendo una sigaretta… forse l’ultima del pacchetto. Si accende e si spegne un puntino di brace nel buio.
Un buio innaturale poi la scatola dei fiammiferi si incendia in un attimo, fosforo, legno e zolfo. Intravedo illuminato dalla fiamma fosforosa il colore indefinibile dell’osso.
La cartilagine dell’orecchio e dell’osso parietale appariva e scompariva in una sequenza improbabile, visioni che apparivano e scomparivano mentre pensavo di fumare dall’orecchio destro ed espellere il fumo da quello sinistro. Cerco di fumare normalmente, quale normalità? Quella del prestigiatore maldestro. L’osso, questo sconosciuto!
Lo scisto per la sua caratteristica di frantumarsi secondo linee contrastanti si manifesta come una pietra irta di spigoli e di piccole lame.
Ero stato colpito alla testa. Forse sono già morto… sono già paralizzato… Non riesco a muovere le dita, né ho la forza di muovermi, ricordo… chi lo dice alla Nonna??? A madame Kao, l’Impenetrabile???
È un fatto così traumatico, nel vero senso del termine, che cerco di agitare il braccio destro, ma è di marmo gelido, sembra lontano, altrove, cerco inutilmente di muoverlo, credo di agitare un braccio inerte. Non sono più integro, sono in pezzi sparpagliati tutt’intorno nel buio nero, come Simbad che mi vede immobilizato e torturato nella statua di granito nero. Grido per non sentirmi solo e dimenticato, per non rimanere solo: se fossero contenti di vedermi, sarebbe felicità.
Cerco di concentrarmi, ordino alla mano sinistra di reagire. Grido: dopo il grido, sono ululati nel deserto, nessuna risposta, il vento si solleva, credo di sentire voci concitate. Sibila il vento, presto svaniscono le voci e subito ritorna l’eco delle mie urla, un grido che morde.

I lampi creano luci spettrali come stralunati fuochi d’artificio.
Buio… tutto buio assoluto, assordante. Di nuovo la luce si accende poi si spegne, manciate di secondi, solo saette illuminano sino all’orizzonte. Mi stringe intorno al collo, mi manca il respiro, annaspo, ma chi è?… chi mi sta soffocando?… chi mi stritola le ossa craniche, dall’orecchio alla mascella?
Sono rinchiuso in un container vuoto da venti piedi cubi, il serbatoio perde un rigagnolo di carburante attraverso una saldatura mal fatta. Il kerosene basta appena per atterrare in emergenza… è forse vuoto, non ho più kerosene nel serbatoio… Salto fuori dalla carlinga, fuggo inseguito dalle manguste, basta… basta… poter fuggire, voglio fuggire… sto impazzendo, succede così, e quando te ne accorgi è troppo tardi, sei fatto… fatto… il container è vuoto. Ma io continuo a sbattere la testa contro le pareti, il dolore mi tiene sveglio: portatemi da qualche parte, ma lasciate stare… fatemi rotolare giù dal ciglio del sentiero… andate via. Avrei voluto andare sotto una coperta e morire al caldo, morire con dignità.

Chi porterà la cattiva notizia a casa? Penso che il clan di mio padre, i Merthyr Tydfill, abbia demeritato, anche mio padre, mentre i Mo-Thi combattevano con dignità la loro battaglia su due fronti: l’allontanamento progressivo dalla Cina e dalla famiglia.

Bestemmiai. Sentii cedere le gambe, caddi lentamente su me stesso, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro, con voce altissima, portai le mani al volto e mi sentivo sempre meno presente. Forse qualcuno mi fece una iniezione calmante.
Mi sembrava di non essere più al centro dell’attività di tutti. Mi stavo lenta-mente staccando dal mugolio di un animale ferito. Sentivo l’animale come un fratello. Ero un animale ferito a morte.

Decisero di non spostarmi prima che il medico e chirurgo della Spedizione, il Dott. Huao, chiamato per radio facesse una prima valutazione. Che importa ormai, mia Madre non era venuta ad accogliermi per attraversare il fiume dell’aldilà. Dottor Huao venne accolto da un applauso che raddoppiò quando riuscì a farmi muovere due dita, pollice e indice, come incoraggiamento e vittoria. Nel frattempo la situazione era diventata critica, non riuscivo più a muovere la mano destra, assaporavo il gusto amaro del terrore.
Non riesco a muovere il braccio libero, non riuscivo a comandare al braccio di fare qualsiasi movimento.Con la sola forza del pensiero non ottengo nulla. Solo qualche luce fioca si accende e si spegne. Tutto sta attenuandosi, luci e rumori, in un bisbiglio, in un tremolio.

Tenzing e Burat malgrado le condizioni proibitive del tempo continuavano a cercare metodicamente. Dopo quasi un’ora di ricerche alla luce delle torce solo tre frammenti erano stati ritrovati e messi in liquido conservante. Tenzing e Burat, i miei grandi amici, i miei Maestri, mi raccontarono di aver trovato qualcosa anche a distanza di mesi, qualcosa che apparteneva al mio corpo. Due frammenti di scisto, un eventuale orecchio da ricostruire. Poteva essere un ematoma, poteva essere una frattura, poteva essere una lesione interna. Tutto dipendeva dallo spessore dei vari materiali che compongono la stratigrafia della zona.

Bestemmiai, sentii cedere le gambe, caddi lentamente sulle ginocchia, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro con voce altissima, portai le mani al volto e mi rinchiusi in un mugolio di animale ferito.
«Su, ripeti a memoria questa frase. Ripeti, coraggio. Su, ancora una volta.»
Decisero di trasportarmi al campo base dopo che il chirurgo della Spedizione, l’imprescindibile Dottor Huao, aveva capito l’urgenza di tenere desto il sistema nervoso, e allo scopo, come mi spiegò poi, aveva usato delle discipline Tantriche, aspettando in ambulanza l’inizio dei progressi.

Prima che giungesse l’ambulanza, dedicò molta attenzione alle reazioni nervose. Con un’ultima ricognizione sulla mia completezza cranica, dettò qualche istruzione all’infermiere sulle cose da fare appena arrivati all’ospedale. Scongiurato il rischio di frattura cranica, era diventato urgente fermare la copiosa emorragia dall’orecchio esterno sinistro, prima che si complicasse il quadro clinico. Bloccata l’emorragia, bisognava riassorbire l’ematoma che dalla mascella scendeva sino al gomito, così variegato da sembrare un fitto tatuaggio Maori.
Veicolo stravagante, ambulanza sui generis, forse un Ford Transit inglese all’origine, poteva trasportare sino a un massimo di quattro feriti più l’infermiere, che alla guida orientava una batteria di specchietti retrovisori per valutare la gravità dei feriti e decidere chi poteva sopravvivere. Continuavo a invocare uno specchio, a chiedere con voce sommessa, per pietà, poi seguì una voce più alta e autoritaria. Ebbi non la forza, no, non la forza, ma la petulanza di chiedere nuovamente uno specchio, vedevo e sentivo, gridavo, poi una voce soverchiante urlò per zittire le voci che ragliavano.
«Avrai la stessa brutta faccia» nitrì. «La stessa brutta faccia che hanno tutti, la stessa fottutissima faccia che hai sempre avuto… allucinazioni, e adesso lasciami lavorare se vuoi che ti rimetta in piedi: hai sempre rotto i coglioni con lo specchio, per qualche giorno non ti servirebbe a nulla. Vuoi vedere a cosa assomigli? A una mummia! Sei forte come uno yaq, ti dovrebbe bastare! Dovrebbe esserti sufficiente sapere che hai sempre avuto la forza di chiedere uno specchio per vedere cosa eri diventato» grida il dottor Huao. «Macchè specchio! Con questo tipo di allucinazioni traumatiche non possiamo fare nulla, solo un sedativo con molto bromuro.» (Cosa immagino di trovare, così terrorizzato da chiedere, da implorare, da sfidare la pazienza di Huao? Immagino un viso deformato, ripugnante, una maschera orrenda, che continua a sanguinare, una maschera intrisa di sangue.) «Chiede ancora di dargli lo specchio!» Per un attimo soltanto è una nuova iniziativa dell’infermiere: dalla cima del cranio le ossa, occipitale, parietale, destro, sinistro ecc., si saldano progressivamente col crescere della persona, è il bregma che salda le diverse ossa del cranio. Huao ancora una volta si sente chiedere uno specchio, ma rimane calmo e continua a cucire i frammenti di orecchio. Huao ancora chiede una nuova maschera per quel giovane esploratore che chiede lo specchio. Forse sa quello che io non so… Ancora una volta lancio il mio grido: «Una maschera macchiata di sangue!». «Chiede nuovamente una maschera di salvezza, la forza di chiedere, quasi di implorare umiliarsi e chiedere e chiedere, chiedere sempre, chiedere, chiedere finchè lo specchio genererà frequenti allucinazioni.»
Hauo si era convinto sulla necessità di tenermi sedato. Intanto sarei rimasto per qualche ora/giorno in osservazione, per il momento doveva bastare. Tutti gli altri della Spedizione, Huao li faceva sembrare ancora più in eccellente stato di salute. L’ospedale era stato concepito per le emergenze del Pronto Soccorso, un prefabbricato modesto, ma funzionale, dove venivano portati i feriti per i primi interventi. Huao, fanatico della pulizia e dell’igiene, esigeva che quotidianamente si sgomberasse tutto ciò che si poteva spostare, lavare, disinfettare.
Un centinaio di metri quadri che dovevano venire sgombrati una volta com-pletato il trattamento anticongelamento. A vario titolo piaghe in necrosi, con rischio di amputazione dell’alluce, fratture scomposte, dissenteria, avvelenamento: sgombrare in fretta e furia. «Chiudete la porta… la porta!…» sbraitava il dott. Huao, accuratamente rasato dall’apice del bregma sino al meato acustico. «Senza sbatterla!!!»
«Non è il momento di “civettare” sulle ferite! Ai ferri!» Hauo lavora in silenzio, impartisce ordini secchi e irreversibili: «Aurofilo degradabili, graffette, ago numero 8, pronti col 6».

Autunno: iniziano i letarghi. Dicono che quei segnetti bianchi misurano a modo loro la profondità dell’incisione, dello «scalpo pellerossa»: a rischiare di più sono io. Non volevo più parlare dell’incidente. Ringrazierò per organizzare il letargo, è ormai una necessità urgente. Aveva certamente ragione: le ossa parietali sinistre significano avere la testa dura.

Tre narrazioni italiane eccezionali

Esiste un certo orgoglio nel collaborare con il Saggiatore. E’ l’orgoglio che coglie chi ha partecipato a un circo bellissimo e scoppiettante, che fu l’editoria. Oggi non esiste più l’editoria. Esiste, certamente, ma è come se si fosse passati da una mappa continentale a quella di un arcipelago. Sicuramente il Saggiatore è un’isola di questo arcipelago. E’ un luogo di confronto e di eccellenza del lavoro editoriale. Capita così che siano pubblicati, nell’arco di un mese, tre narrazioni italiane secondo me pazzesche. Ritengo che in nessuna casa editrice sarebbe accaduto. Sembra antieconomico e anticomunicativo e trascurabile, in quanto il Saggiatore non è una casa editrice di grandi dimensioni o con una fetta di mercato ampio. Invece è significativo. Proprio nel momento in cui si denuncia crisi economica, abbandono dei lettori, opponendo strategie da editor che sono surreali indegne irrazionali e cretine, ecco in libreria tre testi italiani che, almeno a me, tolgono il fiato e mi bombardano di domande, mi sfidano a oltrepassare le poetiche che sottendono, mi spiazzano e mi mostrano quanto ampio e vivente sia l’agone letterario, cioè il campo di battaglia universalistico a cui la letteratura autentica espone e l’autore e il lettore. Davvero, non sto facendo pubblicità, altrimenti direi: scusate, faccio un po’ di pubblicità. No, sto cercando di condividere lo stupore di un dramma privato esposto in pubblico, cioè lo stupore che scarnifica quando si legge un testo che è romanzo e poema allo stesso tempo. Di questi tre romanzi che stanno uscendo in libreria io non so quanti giornalisti o critici scriveranno. Ciò che è fondamentale, però, è che il Saggiatore tiene in catalogo tutti i titoli che edita, e quindi anche queste narrazioni che, ad altezza 2014, io giudico abbastanza cruciali. Siccome al Saggiatore faccio anche l’editor della narrativa italiana, si potrebbe pensare che sono titoli scelti da me e che per forza venga a dire che sono narrazioni centralissime. Ecco, non è così. Dei tre titoli, uno è arrivato in redazione attraverso Serena Casini; uno attraverso Luca Formenton direttamente ed è stato intensivamente lavorato da Andrea Morstabilini, mentre io e Andrea Gentile stupivamo nel sovrintendere silenziosamente alla tenuta della lingua, dell’esplosione di personaggi tempi e immagini; il terzo è stato scritto da un traduttore e poeta di valore assoluto, che stimo da circa vent’anni. Nei prossimi post vorrei soffermarmi un minimo a discettare su ognuno di questi libri, che qui soltanto annuncio e sui quali richiamo la vostra più affettuosa attenzione: sono tutti e tre la smentita alla finta narrativa cialtrona con cui certi editor ritengono di rispondere alla crisi, producendo cialtronerie in quantità industriale; e sono la dimostrazione che vividdio non è morto il romanzo, non è morta la poesia, non è morto il pensiero e non è morto l’incanto – è morta invece quella forma calcarea e un poco disumana che si fa il selfie con l’autopublishing e l’orrore televisivo che ha introiettato in sé. La guerra del Genio contro la Bêtise continua e a perdere è sempre quest’ultima. Ecco, dunque, le opere e gli autori che vorrei celebrare: Arrigo Arrigoni è autore di “Persona informata sui fatti” (http://bit.ly/1jHgjdl), romanzo-mondo sconcertante, una delle narrazioni italiane più sconvolgenti che abbia mai incontrato; Davide Orecchio è autore di “Stati di grazia” (http://bit.ly/1eOjrUM), iper-romanzo in forma labirintica, capace di un’oltranza linguistica impressionante (si veda qui); Massimo Bocchiola è autore de “Il treno dell’assedio” (http://bit.ly/1l3qj2i), praticamente un poema epico e lirico in prosa. Nei prossimi post, qualche parola su ognuno dei testi e degli autori, anche se il galateo editoriale imporrebbe una certa discrezione da parte mia. Però quell’editoria e quel galateo non ci sono più, il mondo cambia, soltanto l’arte muta restando identica.

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“Stati di grazia”: un capolavoro di Davide Orecchio

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Qui c’è un libro eccezionale, una prosa che coinvolge e stordisce, vicende che si intersecano per poi divergere per poi collidere e quindi per unificarsi in una storia generale delle avventure umane, troppo umane, addirittura angeliche, con cui la specie traccia la sua presenza nelle pietre e nella memoria. E’ tutto concretissimo, qui, in questo “Stati di grazia” (il Saggiatore), è tutto affabulatorio e drammatico, assoluto e topico, locale e universale, come la skenè tragica impone. Questo caleidoscopio novecentesco di storie e di esistenze che rimbalzano tra Sicilia e Argentina, questo diorama che viene ricostruito mentre sta roteando, questo astrolabio dell’umanità dolente e magnifica – tutto ciò è condotto da Davide Orecchio secondo i ritmi sorprendenti e i moti connettivi di una prosa che mi leva il fiato e che già nel precedente “Città distrutte” (Gaffi) si elevava al novero ristretto delle scritture autenticamente letterarie del nostro presente italiano. L’immensa macchina della storia è vista qui azionarsi nella ineluttabilità con cui i suoi ingranaggi stritolano gli avventurieri umani. Uomini che si sostituiscono tra di loro e varcano oceani e ritornano al luogo di origine, mummie spiritate, documenti falsi e lettere rivelatrici, bambini dati in pasto al mondo, partigiane delle sempiterne povertà materiali e ricchezze spirituali con cui la macina storica polverizza e rende edibile il fenomeno umano: tutti i miserabili di Hugo, tutti gli umiliati e offesi di Dostoevskij, tutte le bestie umane di Zola (ma addirittura il rigo crasso del “Tom Jones” e la vanitas testamentaria di Villon) contribuiscono a questo sforzo immane, di descrizione e sussunzione poetica, che l’autentico scrittore compie, immergendo se stesso e il lettore nel fiume lutulento dei nostri genii universali, dove amori morte pene euforie lotte fatiche torture redenzioni e, insomma, l’intero stridìo dell’animale umano ci incantano per brutalità e inermità – noi, umani raccontati da uno scrittore in stato di grazia, noi continenti senzienti sottoposti a una deriva ciclopica e intima… Personaggi memorabili, fatti stupefacenti, una sapienza storica che lascia allibiti non bastano a rendere l’idea della cifra che qualifica questa scrittura. Bisogna dire della lingua: la lingua domina. Ogni convoluzione, ogni vulcanismo, ogni immagine, ogni scheggiatura, ogni riverbero, ogni geomorfismo praticato da questa prosa colloca Davide Orecchio tra gli autori italiani più notevoli di questi anni, uno scrittore che devo ringraziare insieme a pochi altri, perché proprio questi anni Davide Orecchio sa rendere celestiali e tellurici, aurei e plumbei, sulfurei e sognanti attraverso ciò che amo, che è la letteratura.
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Milo De Angelis, “Millimetri”: la postfazione di Aldo Nove e Giuseppe Genna

E’ in tutte le librerie Millimetri di Milo De Angelis, riedito da il Saggiatore nella collana le Silerchie a 30 anni dalla prima pubblicazione, nella bianca Einaudi. Qui la scheda del libro. A seguire, la postfazione al libro di De Angelis, firmata da Aldo Nove e Giuseppe Genna.

Millimetri: postfazione

di ALDO NOVE e GIUSEPPE GENNA

 

millimetri_deangelisQuando ho aperto per la prima volta Millimetri mi si è spalancato un mondo incomprensibile, ma di quel mondo avevo memoria. Ero un neonato che si guardava attorno. C’era solo il dovere arcaico di entrare in quel mondo, così come per ogni neonato. Avevo sedici anni anni ed è stata l’esperienza più forte che la poesia mi ha regalato. Leggevo quelle parole oscure ma necessarie ad alta voce sul pullman, al mattino presto, andando al liceo. Altri ragazzi ascoltavano. Alcuni ridevano, altri scuotevano la testa, qualcuno restava ammutolito. Poi c’era chi ripeteva i versi che leggevo, diceva che erano pazzeschi, che la poesia è una cosa pazzesca.

 

Era l’esperienza di un campo di forze mai sperimentato prima da me. Conoscevo la tradizione approssimativamente, però in modo sufficiente da essere consapevole che venivo spinto verso voltaggi nuovi e antichissimi. La giunzione del tempo, in Millimetri, avviene per mutismi che non certificano un’impotenza del linguaggio – accade invece l’opposto. Erano anni di psicoanalisi ancora, però a nessun poeta o critico venne in mente di correlare alla poesia di Milo De Angelis l’operazione di una discesa nelle correnti telluriche dell’inconscio, questa sentina di fantasie livide che ha segnato certo Novecento. Non si possono accostare questi versi pensando a una scrittura automatica surrealista, come se fossero fenditure attraversate da fantasmi. C’è al contempo il cosmico e l’interiore, misteriosamente compresenti. Io stavo in quei flutti bui, venivo definendomi alla luce e all’oscurità di quelle immagini contemporanee e prive di tempo. La letteratura vivente si presenta con i crismi dell’indefinibile e del perentorio. Entravo nella mia vita grazie a quella poesia.

 

Raramente la poesia può permettersi di gareggiare con l’esperienza. Millimetri è un’esperienza di lettura che diventa vita subito, bruciando lì perché della vita ha la stessa asprezza che nulla ha a che fare con il realismo, con qualsivoglia realismo. Se il realismo può cercare (senza ovviamente mai riuscirci) di porsi in modo mimetico nei confronti della vita, questi versi ne veicolano l’oscuro pulsare, l’essere nell’altrove di ogni giorno. Il mistero della consistenza dei sassi, il rapporto con i morti, il gusto della pizza. C’è qualcosa di ineffabile e osceno, di mistico e spaventosamente superficiale nell’elenco delle cose che messe assieme compongono la nostra esistenza. Milo De Angelis nel 1983 ha mostrato a molti le giunture di questo elenco, andando a capo “a caso” apparentemente, facendolo invece sempre secondo il Caso che domina la poesia di Lucrezio, che De Angelis ha tradotto stupendamente. L’aleatorio come scienza empirica e già data, il rumore delle parole che è sostanza (“Ciò che sussiste per se medesimo; Materia di cui è formato un corpo, ed in virtù della quale esso ha proprietà particolari; Ciò che vi è di essenziale, di nutriente e di succoso in qualche cosa; Somma, Ristretto di una cosa”, Ottorino Pianigiani, Dizionario etimologico della Lingua Italiana, 1907, Albrighi & Segati Ed.)

 

La potenza dei versi di Millimetri è riconosciuta da Milo De Angelis in più interviste e non ha smesso di permanere, radiazione di fondo e quarta forza che si impone con lo spazio della sua inabitabilità. Sono apici che manifestano un ambiente in cui ogni vita poteva avere inizio e manifestare la sua fine senza preoccupazioni per il teatro del mondo. C’è molta corrispondenza con certo pop degli anni in cui sono cresciuto io – una corrispondenza sorprendente, isotopi della stessa sostanza: nella musica dei Kraftwerk, in certo cinema di Lynch, nella pittura consegnatami da Mark Rothko. Sembrerebbe inadatto accostare versi di poesie con prospettive che criticamente sono considerate esotiche. Tuttavia scatta un cortocircuito che lascia attoniti tra quelle opere e i versi di De Angelis, se solo si pensa che, a parte la critica costretta a un mutismo dal salto quantico praticato con Millimetri, il passaggio che più ha conquistato i moltissimi lettori di quella raccolta è: “In noi giungerà l’universo, | quel silenzio frontale dove eravamo | già stati”. E’ una sostanza cosmica che costituisce il portato della cultura e dell’arte di questi ultimi decenni: ciò che è stato e sarà lo sperimentale.

 

“Ciò che è stato compreso non esiste più” ha scritto Paul Eluard. Millimetri di Milo De Angelis è un libro che non verrà mai capito del tutto e quindi esisterà sempre. Ma la sua compattezza ha delle crepe, e in quelle crepe il senso cade ed emerge di continuo e così il lettore, che procede per illuminazioni e oscurità simultanee, impossibili. Tanta poesia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si è compiaciuta della propria oscurità. Qua non c’è nessun compiacimento. Il limite è estremo e reale, mette in gioco tutto. La poesia di Millimetri spinge oltre la poesia, come la Nottola di Minerva prende il volo e non si sa dove arriverà ma prende il volo e ci strappa da noi.

 

Procede testualmente, De Angelis, in una diminuzione delle referenze, che restano tuttavia incancellabili, portando implicito un assalto ai limiti della lingua, secondo il canone dantesco, “transumanar significar | per verba non si porìa”. E così in Millimetri si legge per esempio “Prendete allora | ciò che nel devo si inarca”, laddove si rende manifesta una poetica delle potenze che sfuggono al nome, che sostanziano il nome, correnti di senso che forse soltanto nelle pietre mute hanno un emblema accettabile. E però non c’è emblema, non c’è simbolo, non c’è allegoria, non c’è retorica in questa poesia tutt’altro che oracolare, tutt’altro che spettacolare. Essa pratica una spinta su chi legge, una iniziazione nel silenzio, un turbamento nell’assolutezza della cecità e dell’atto, una macula primaria che fa vibrare e differenzia lo stato iniziale, che è sempre il “non sapere”. Sono evitate le grammatiche del sapere, come accade nella poesia novecentesca, quel Parnaso che include Beckett, Eliot, Celan, Wallace Stevens. “In questa | giuria, voi, travi e | pupille rideste”. Trave, pupilla, giuria, noi siamo diventati in questa poesia e la benediciamo con l’amore che ci ha dato.

 

 

“Colpire Bambi”: da “La legge di questa atmosfera” di Domanin

Image (1)E’ in tutte le librerie il nuovo romanzo di Igino Domanin, La legge di questa atmosfera, edito da il Saggiatore (€ 11,90). Ne riproduco un capitolo, che ha il titolo per me geniale “Colpire Bambi”. La scheda del libro è leggibile qui o qui.
Alcuni elementi di supporto sui personaggi e i fatti che vengono rappresentati: lo studio dell’archistar Arrigoni sta per essere incaricato di realizzare a Milano una delle monumentali demolizioni per cui è noto a livello planetario, una creazione di rovine viventi che producono choc, ancora più estrema di quella con cui è stata estetizzata Dubai; Lorna è fidanzata del consulente per eventi Marco Riva, un businessman del terziario avanzatissimo, il quale è stato convocato da Arrigoni e si trova davanti all’occasione della vita; il socio di Marco si chiama Renato; Gloria Zenobi è anch’ella una non tanto attempata consulente; dall’assessore Magnani dipendono i permessi e i megafinanziamenti dell’opera. Il resto, da Celentano ai Righeira a Kylie Minogue li si conosce per default. La lingua è un miracolo di spostamenti tellurici. Il libro è semplicemente bellissimo. Buona lettura.

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COLPIRE BAMBI

La decisione dei nostri antenati di spostarsi su due gambe anziché quattro non fu un buon momento per la schiena umana. Quando usavamo ancora le braccia come zampe anteriori, il peso era distribuito equamente sulla colonna vertebrale, e la compressione della parte inferiore della schiena era molto molto meno intensa.
Non è affatto una cattiva idea, perciò, mettersi a gattonare.
Lorna lo fa spesso, sente come è naturale spostarsi in questo modo, con la forza di gravità che si spande in ogni punto del suo corpo, che si scioglie e si alleggerisce; lei non ha più inibizioni, poggia mani e ginocchia sul tappeto o su una coperta, e si allunga e avanza lentamente, riavvolge il nastro dell’evoluzione, entra in contatto con il terreno. Le sue paure e speranze, i sogni e i pensieri, sono spesso troppo lontani dalla terra. Vagola per la stanza immersa in una luce bagnata, fresca, temperata, quasi miagolando come un gattino, Lorna si ristora così e ricresce come un’erba appena rasata.
Si rialza, poi, per un altro esercizio, e si inginocchia, la caviglia delicata, affusolata, ornata di un minuscolo tatuaggio, soffre un poco la tensione, allora Lorna afferra un asciugamano e gliel’arrotola sotto, per lenire il bruciore del muscolo.
I muscoli vivono sotto la pelle come quando vedi che sotto la scorza della bistecca che credi arsa e carbonizzata c’è invece il fiotto invitante del sangue.
Lorna allarga ora più che può le gambe, continuando però a tenere i piedi giunti, e si siede per qualche istante sui talloni, avvertendo che l’intero corpo è adesso bilanciato ed eretto, come una Kore è interamente raccolta, ravvolta, compattata, sta provando un’improvvisa, meravigliosa, indistruttibile stabilità. Lorna può poggiare le mani sulle cosce e rimanere fissa per prolungati, ipnotici, istanti dove tutto quello che fa è puramente respirare. La concentrazione cade come un’ombra sulla sua sagoma totalmente immobilizzata; ora solleva lentissimamente le braccia, le allunga, le stende, diventano liquide come una macchia d’olio, così inizia a piegarsi tutta come un foglio di carta, morbidamente, a cominciare dalla vita; mantenendo i glutei a contatto con i piedi, immagina, può soltanto immaginare e non farlo realmente, di portare l’addome contro il pavimento. Le mani trainano le braccia quasi fuori dal corpo, mentre l’addome cala giù a terra, così la spina dorsale di Lorna si svuota, non sente più peso, ma stirandosi è un sacco, una cavità dolente che si tratta di riempire con forti, profondi, cavernosi, acutissimi respiri. L’osso non è più rigido come prima. Lorna non è più un gattino, ma una rana che gracida e ha il petto gonfio d’ossigeno.

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“Cazzo, ma non è mica tanto comodo…”
Renato, il socio di Marco Riva, seduto su quella cosa non riesce proprio a tranquillizzarsi, si gira e si stira come un fachiro, anzi allunga il proprio tentacolo per afferrare una confezione di frutti esotici da un cesto natalizio. Gli deve piacere molto questo tipo di pesca fortunosa in mezzo a tutto quel variopinto bengodi. Una volta aveva tirato su una scatoletta di caviale di astrakan, anche se quando l’aveva aperta i grani grigi gli parevano semi di senape.
Marco: “No, devi provarlo con dei cuscinoni, altrimenti certo la seduta è scomodissima, ma l’idea è geniale…” E’ entusiasta dei nuovi mobili che trionfano nella luce aurorale del suo studio, a grandi vetrate rombiformi, all’ultimo piano di un mastodontico palazzo del centro. Poltrone e divani interamente realizzati con piantumazioni contorte e svettanti.
“Ma la figata sai qual è, Renato? Il divano su cui poggi le tue natiche è vivo, vedi che c’è un vaso sotto? In realtà è una piantagione, è l’intreccio delle sue ramificazioni che forma il tessuto, l’ornamento, la tappezzeria del divano, c’è solo un sostegno in legno per reggere il peso, ma tutto è praticamente mimetizzato dall’intrico… Non è un concetto formidabile, avanzatissimo? Anzi ti devo dire che questi arredi vegetali me li ha suggeriti Gloria Zenobi, mentre chiacchieravamo stravaccati sul baldacchino del suo gazebo e mi aveva fatto notare quegli strani mobili che sembravano sbucare direttamente dal terreno. In realtà, i vasi in cui i rampicanti erano piantati li avevano semplicemente interrati… ”
Renato è un po’ perplesso, ma non contraddice il socio, non comprende questa ossessione infantile, un po’ maniacale, di Marco per il design e per l’architettura. Sta giocherellando con due tamarillos acerbi, colorati di rosso pallido, e sta pensando di farli bollire stasera: la loro polpa rammollita finirà nel frullatore insieme alla tequila.
“Mi dovrò abituare, certo che è divertente pensare di stare seduti su una pianta… Mi dovrò soprattutto ricordare di tenere un innaffiatoio in ufficio… Ahahahah! Che cazzo ci facevi sdraiato sul baldacchino con la Gloria? Mica ti sei scopato quella troia della Zenobi?”
“Ehi!, ti stai fottendo i tamarillos! Che cazzo te ne fai? Una spremuta di quella roba nauseante?”
Renato è completamente coibentato, nessuna sensazione di vergogna lo trapassa. Nasconde i frutti esotici sotto il braccio, poi si alza meccanicamente e si allontana per una telefonata. Non ha l’espressione coinvolgente di chi deve chiamare un cliente…
Marco si rilassa, gli occhi appiccicosi, quasi cieco, è un tricheco che si strofina svogliatamente sulla sua poltrona. Più si sente accolto dai suoi nuovi arredi, più rimpicciolisce, diventa una miniatura umana, contenta delle sue dimensioni infime, e adesso sente caldo come se fosse contenuto nel chiuso di una mano femminile. La serenità placida di una gigantessa che lo imprigiona delicatamente nel cavo della propria impugnatura. La Zenobi è una vecchia matrona emiliana, una biondona cremosa, ancora piacente, divorziata da due mariti molto ricchi. Svolge bene il suo mestiere di commercialista, visto che fa risparmiare allo studio di Marco e Renato parecchi euro di tasse ogni anno. Ha un grande influenza sui gusti di Riva, perché lui la ritiene in grado di fiutare alcuni trend, anche se la chiama “la mia Idrovora”. Eros e mostruosità cortocircuitano nelle tipiche, ossessive, maniacali fantasie erotiche da succube di Riva. La Zenobi ha un grosso neo, un poco nascosto, un’esplosione di robinia purulenta, tra la spalla e il collo, che Marco vorrebbe schiacciare come un bottone.
Renato si sarà ricordato di far eseguire alle ragazze il recalling per la premiazione al Westin Palace? Renato è troppo pirla, troppo smagato, un cascamorto che va sempre in giro in moto a inebetirsi…
Marco afferra il telefono fisso, il lobo del suo orecchio è surriscaldato. Disegna una smorfia di dolore prima di attaccare a parlare. Forse biascica appena un “Ah!”, un’esclamazione forse, che però non si avverte nemmeno, e infine inghiotte la saliva, una pallina vaporosa, che gli si è formata in punta di lingua.
“Franci, per favore, datemi conferma entro stamattina per il recalling! Devono esserci almeno centocinquanta persone stasera, lo sapete? Abbiamo tarato il catering su questo afflusso e non ci voglio smenare!”. Franci gli coordina tutto. Senza prendere fiato, Riva compila a voce una lista del problem solving della giornata per le sue junior assistant e per la stagista. Alla fine dispone di preparare una check list per vedere se tutte le operazioni sono state eseguite. E’ meticoloso come una formica.
“D’accordo, Grande Capo! Sarà fatto!” La risata della Franci è argentina, canzonatoria, affettuosa, vibra nella cornetta. Troppa tensione, troppe cose da ricordare in questo mestiere per non scherzarci sopra…
“Scusami, ma lo sapete che io sono un tipo asburgico…”. La parola asburgico piace molto a Marco, non c’è solo ironia, perché gli ricorda le gite in montagna, durante l’infanzia, sulle Prealpi, il burro molto denso e grasso, il latte crudo, freddo, alimentare.
Avverte il respiro della pianta su cui siede: il suo metabolismo, il fluire ritmico della clorofilla. Il gesto silenzioso, umido, avvincente della pianta che ospita e abbraccia il suo corpo. Tutto qui vive e si nutre. Si può udire il rintocco di campane cosmiche attraverso le vibrazioni delle foglie.
Marco capisce che adesso non è più solitario, dentro un mondo di puri e semplici oggetti. La presenza così vasta di un organismo vivente nel suo ufficio lo obbliga a una relazione, a una cura. Immagina che ogni mattina, per esempio, dovrà rendere visita alla sua poltrona, alla sua sedia, al suo tavolo, alla sua scrivania e preoccuparsi del loro stato di salute, impedire il loro deperimento, avere a che fare con la loro delicata e potente linfa, avvertirne le variazioni di odore. Dovrà avere un legame con ciò che fino a ieri è esistito per lui soltanto in modo indifferente.
Sulla nuova scrivania c’è pressoché il vuoto. L’assenza è sempre più ordinata, più calcolata di qualsiasi ingombro. E’ stesa sul piano superiore una pellicola rigida, lucida e spessa, che ricopre e isola il fitto e saturo intreccio dei rami, una specie di piallatura trasparente e sottile che permette di scrivere, di lavorarci sopra, di poggiare le cose. Nella pagina aperta della sua agenda riordina il biglietto da visita dell’assessore Magnani, che è messo lì per ricordargli che alle 15 deve bere un caffè con lui dalle parti del Duomo. Adesso può finalmente accendere il computer, perché deve assolutamente rileggersi un articolo apparso qualche settimana fa su un settimanale.

Marco cerca nell’archivio del sito della rivista, una lunga intervista a Sandro Arrigoni, l’archistar, uno di quelli a cui stanno affidando il rimodellamento delle grandi città. Un genio neorinascimentale. Riva ama la parola neorinascimentale, gli ricorda la sontuosa speziatura di una chianina divorata al Mangia in piazza del Campo a Siena: l’aggettivo trionfava iscritto nel memorabile menù, in caratteri gotici.
Il caricamento della pagina web è lento. Passano insignificanti istanti. Poi appaiono le parole di Arrigoni:

“Il modello della megalopoli è saltato, nessuno vuole vivere in città inquinate, innaturali, sature di comunicazione, di virtualità, che espropriano l’esperienza, che assaltano i nostri più delicati equilibri psichici, affettivi, cognitivi…”

Lo interrompe la Franci. Il caffè americano sta sbollendo, intiepidisce, Marco ci aggiunge ancora un cucchiaino di fruttosio, lo manderà giù come una bibita. Non gli dispiace mica, poi il fruttosio non lascia residui sul fondo, si mimetizza perfettamente nel liquido.
“Mi fai per favore le correzioni che ti ho evidenziato, poi mandi pure il comunicato entro le 11…”
“Ok, Grande Capo, sarà fatto…”
Per fortuna la Franci è sempre di buon umore, quando si lavora a certi ritmi è molto importante, dovrebbe migliorarle il contratto, visto che scade tra due mesi. In cambio le chiederà di farsi ricrescere i capelli, li porta troppo corti, non è ancora il momento di essere così seriose, in fondo due anni fa era ancora una studentessa.
A Renato, il socio, non deve chiedere quasi nulla, è bravo a vendere fumo in Powerpoint, a chiudere contratti di fornitura perfino con le fondazioni bancarie, ma che nell’organizzazione del lavoro è praticamente un latitante.
Sul sito di Arrigoni c’è una dettagliatissima gallery, un catalogo per immagini ad alta definizione, delle procedure di devastazione controllata messe in atto dal suo studio di archistar. Sono embedded anche dei video che documentano l’azione improvvisa di un’autobomba nel pieno centro di Mosca sotto lo sguardo divertito di un magnate del petrolio, proprietario del vecchio albergo anni settanta in stile sovietico che è il target dell’operazione restyling: un SUV che viaggia a quasi 180 km all’ora e va a cozzare contro il fianco destro dell’albergo, creando un varco, una nuova area su cui sorgerà un giardino pensile babilonese.
Nelle foto successive spuntano piante di origine transgenica, perfino alcune simulazioni di sabbie mobili, liane, vegetazioni carnivore, una jungla fantastica, di sogno, vibrante. In mezzo a tutto questo, tavolini, sofà, lettighe, bagni minerali o vulcanici, piste di ghiaia. Una somma di comfort in seno alla catastrofe.
Marco ritiene che gli scenari architettonici proposti da gente come Arrigoni siano location eccezionali per promuovere un evento, poiché innanzitutto sono un evento in sé, sono interamente costruiti secondo una logica della performance. Quello che conta è il dramma, l’azione che scuote, coinvolge, purifica, trasforma chi vi partecipa. Ciò che secondo gli ideali metodologici di Marco è al centro di un grande, perfetto, lavoro di comunicazione è il fatto che chi vi partecipa, in quanto implicato e risucchiato in quella realtà, non potrà più essere la stessa persona che era prima dell’impatto, non potrà fare riferimento a ciò che era prima. L’evento lo cambia, c’è una totale rottura del livello di coscienza.

“Il centro del mio lavoro iniziale sono state le rovine. Lo choc feroce di un bombardamento intelligente, di un’esplosione programmata, che riattiva i centri emotivi… è come se dalla materia cominciassero a provenire delle radiazioni, antichi messaggi, senz’altro più profondi della parola, da cui può cominciare un nuovo modo di abitare, nel senso più radicale del termine, cioè un nuovo modo di stare sulla terra…”

Sotto la finestra della pagina web, giace l’ennesimo testo da guardare. Supervisionare, correggere, vidimare i comunicati stampa è uno dei compiti più noiosi del lavoro di Marco, anche perché lui predilige l’intelligenza visiva, non gli piacciono le parole, preferisce le immagini. Da ragazzino aveva cominciato coi lavori di grafica, smanettando su Dreamweaver, preparando e-flyer per una web agency, era ancora studente, ma scalpitava per ogni novità nel campo dei media. Studiava De Kerchkove, Lévy, Baudrillard, si sentiva partecipe di un grande cambiamento, nell’azienda in cui lo presero in qualità di stagista i manager avevano solo 5-6 anni più di lui….

“… La rovina, il senso vivente della rovina è prepotente, liberatorio, proiettivo. Intendo praticare una sorta di archeologia attuale che è l’esatto contrario del totalitarismo. Il monumentalismo di Piacentini, i fori imperiali à la Mussolini, per non parlare della Berlino capitale del Terzo Reich secondo i modellini giocattolo e le coreografie impazzite di Albert Speer: sono l’estetizzazione del monumento, l’enfasi ossessiva sulla presenza, la negazione della temporalità costitutiva dell’esistenza che è la cifra ontologica dell’abitare, come ha spiegato il filosofo Heidegger già mezzo secolo fa…”

Le rovine dei templi Angkor, o le piramidi maya, sono la traccia evidente di come le grandi civiltà periscano in modo biologico, inghiottite dalla natura. Anche Atlantide pare sia finita in questo modo.
Le analisi di Arrigoni risultano estremamente eccitanti per Marco Riva, che continua a masticare quanto legge. Lo colpisce il fatto che, in una prospettiva rovesciata rispetto a quella occidentalista, nulla va restaurato perché la realtà del monumento è il tempo, la sua variazione ciclica, il declino metabolico, l’impermanenza assoluta. Forse dovrebbe mettersi a studiare di più. Interessarsi, in breve, di filosofia, antropologia, storia delle religioni, per capirne di più: sono tutte cose che a Scienza della Comunicazione non si fanno. Finora ha lavorato, è vero, sempre per la telefonia, il luxury, e, ultimamente – ma più per opportunismo che per profitto – anche per la politica, curando la campagna di questo giovane politico, un emergente dell’ala conservatrice qual è Magnani.
Marco è però uno che sogna, che vorrebbe creare, gli piace il lato demiurgico del suo mestiere di professionista della produzione di eventi. Come quella volta che organizzò la festa a Barcellona, per lanciare la collezione di intimo, una linea di capi prodotta sotto il brand di una vecchia pornostar latina, un macho messicano del secolo scorso: lì si scatenò con obelischi, siluri, stalagmiti, scisti, una colonna sonora di orgasmi campionata da vecchi film hard e mixata con disco music tipo Isaac Hayes o Lou Rawls, la gente che ballava e poi scandiva il nome, invocava la presenza (sotto un rullìo incessante di tamburi) supplicava la comparsa della divinità psichedelica Acid Queen (una citazione dal musical degli Who, Tommy) e veniva fuori un clone di Kylie Minogue in slip e reggiseno, in mezzo a un nugolo di gay palestrati danzanti con la mascherina nera o da maialino: un’apoteosi…
Oppure quando al Marriott Hotel aveva crocifisso una modella seminuda, posta su una piattaforma mobile, olezzante tutta la fragranza dell’esclusivo profumo da promuovere, e aveva incitato gli invitati a dileggiarla, oltraggiarla con lancio di sassi di gomma, come una sorta di burlesca lapidazione…

“Immaginate uno spazio ancestrale, vi chiedo di pescare a strascico nelle zone più infime della vostra attività cerebrale, di infilarvi in mezzo a quei perenni cortocircuiti tipici della nostra memoria rettile…Un effetto del genere me lo fece alcuni anni l’inaugurazione di un parco a tema, dove era possibile partecipare a una caccia chiamata Shooting for Bambi. Pagando un ticket, ti fornivano di fucili in grado di colpire femmine di ogni razza, messe a scorazzare svestite e con code posticce tra rovi, bassi cespugli, spuntoni di roccia. Era una gara, se ne centravi una ti davano un punteggio, una roba disgustosa, triviale, misogina, una simulazione, una falsità, certo! Però solo a guardare superficialmente la cosa: invece era un’esperienza, pura realtà, pura potenza che affonda nell’energia delirante e psicotica, invaginata come una sacca vitale dentro ciascuno di noi che abbiamo paura di vivere, mortificati nella quotidianità imbecille, televisiva, mediatica…”

“C’è la segretaria dell’assessore Magnani in linea: te la passo?”
“Un minuto, Franci, dammi solo un minuto e poi girami la chiamata!”

“… Vi sembrerà strano, ma il primo nucleo della mia idea è nato ascoltando le parole di K.H. Stockhausen, il supremo compositore, che di fronte allo spettacolo pauroso, tenebroso e letale dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, dichiarò che si trattava di un’opera d’arte che raggiungeva il sublime. Un’affermazione solo apparentemente delirante… Dobbiamo ripensare una prospettiva di rinascita e di liberazione, un’idea di speranza che prescinda dal nichilismo, poiché è vitale per la nostra sopravvivenza e per la nostra destinazione (per noi in quanto esseri umani, puri elementari rappresentanti della specie, nuda vita) abituarci a vedere nella distruzione una grande chance biologica. Questa per me è politica, questa è assoluta, necessarissima, metafisica…”

Chi è Stockhausen? Riva non ha mai ascoltato nulla di Stockhausen. Dovrebbe? Nel suo hard disk l’unica cosa che forse può somigliare a Stockhausen sono tre minuti del Pierrot lùnaire di Schonberg, che ha scaricato pirata. Musica dodecafonica: non regge più di 100 secondi.
Imparare Stockhausen, assorbire tutto: il futuro è musica intuitiva…

Ponso: su L’IMPERO FAMILIARE di Gentile

di ANDREA PONSO

Se la narrazione è una linea che  – volente o nolente, e anche attraverso le vie più impervie e inusitate –  congiunge un inizio e una fine, il lavoro di Andrea Gentile, in qualche modo, contraddice e potenzia tutto questo, accelera e immobilizza tale percorso. Il punto di partenza, infatti, è una fine che non finisce, sfinita ma tenace quanto l’estinzione del genere umano  –  mentre quello di arrivo è la presunta scomparsa, l’irreperibilità di un inizio, di una genesi, di una nascita che, se diventa fantasmatica nel suo punto di estinzione, sembra possedere anche la capacità retroattiva di cancellare le sue conseguenze fino al punto della sua nascita.

Si comincia infatti dall’agonia immobile del Vicario di Cristo, spiata e quasi sostenuta respiro dopo respiro dai mezzi d’informazione e, quindi, anche dalla parola – e si prosegue (se la parola ha ancora un senso all’interno di questo sismografo narrativo), con la ricerca della madre, del suo corpo o del suo irrigidimento tragico in cadavere, presentito come già presente, già accaduto ma impossibile da certificare e da toccare. È questa l’ossessione che guida la protagonista ma, come sappiamo, ogni ossessione non è mai progressione quanto piuttosto un girare a vuoto, come una trivella che affronta le asprezze e le stratificazioni della terra portando inevitabilmente con sé il corpo, i contorni e l’io di chi la incarna dolorosamente ma, anche, amorosamente, senza volersene staccare  –  come se solo in questa unica ossessione fosse possibile protrarre, anche se in negativo, come una corteccia che lentamente e metodicamente si scortica, la propria terremotata consistenza, la propria impossibile unificazione.

Tutto è vuoto in questa rincorsa che ha il ritmo e l’ictus pulsante di un buco nero; eppure, come in un buco nero, al suo limite percepibile, che viene chiamato, non a caso, orizzonte degli eventi, tutto assume un peso e una consistenza materica senza precedenti. Tutto è vuoto, certo, ma è un vuoto che ha un peso insostenibile, tanto che potremmo dire parimenti che tutto è pieno, pesante  –  e che ogni movimento è impedito da una forza di gravità schiacciante, opprimente: tanto quanto quella del corpo del Vicario di Cristo, il cui ictus è la sola misura metrica, atona, da cui si diramano le scosse, scheggiate e doloranti oltre la stessa percezione del dolore, che “s-muovono” questa scrittura letteralmente refertuale.

In questa spaccatura tra ritmo e silenzio si apre la voragine della scomparsa della madre: vero e proprio spazio di nascita, ventre che letteralmente dà luogo all’ossessione e, quindi, come già abbiamo detto, alla possibilità di una seppur minima consistenza del soggetto protagonista. Siamo in un territorio che, per certi aspetti, potremmo avvicinare alla condizione di “terrore della lingua” segnalato per la poesia di Andrea Zanzotto. La ricerca di immagini, di specchi che possano in qualche modo, anche solo per un attimo, mostrare il riflesso della protagonista, viene continuamente cercata e fuggita  –  tra l’impossibilità di un fondamento ontologico (il Vicario di Cristo) e la responsabilità nei confronti del desiderio e, quindi, del nascere e soprattutto dell’essere nati (la madre). Se nella lingua e nello stile del poeta di Pieve di Soligo l’etichetta di “letteratura” aveva ancora la sua forza di consistenza, già comunque inevitabilmente e profeticamente compromessa con il suo contrario, vale a dire con il rigor mortis e il blocco asfissiante della Norma  –  la lingua e lo stile di Gentile non posseggono più nemmeno questa infernale e paradisiaca sicurezza: sono infatti una sorta di alfabeto morse, un continuo sussulto come di chi procede a tentoni  –  sono la registrazione del respiro sempre più flebile e intralciato del Vicario di Cristo, un respiro sorvegliatissimo, che assume volumi universali e si espande in tutto il paese in trepidante e tragica attesa come il pulsare stesso di un millenario e sfinito universo; un respiro che è come lo stile di Gentile, perché ad ogni scossa ulteriore si va verso la morte e l’estinzione (anche la liberazione?)  –  ma si va anche verso la madre e l’origine, forse già morta o irreperibile.

Ma, in fin dei conti, non si può, nonostante tutto, non chiedersi “dov’è ora, adesso, la madre?”. La risposta, o le risposte, non sono univoche, non lo possono proprio essere; come non può e non vuole essere univoca, mi pare, l’interpretazione di questo scritto: si è chiamati, infatti, ad entrare in queste pagine lasciandosi accadere e cadere, e incespicare, senza la pretesa di ricostruire, di segnare sentieri già percorsi. Si è chiamati piuttosto a farsi anche noi sismografi, cercando di registrare quello che in noi si scuote e ci squassa in questa immobilità di pietra sorda e opaca. Allora, per tornare alla domanda sul luogo della madre: dov’è? Io posso dare la mia risposta, corrispondere la mia vibrazione, la mia screpolatura, lasciando cadere in mille pezzi il mosaico che forma la mia percezione, la mia cultura, la mia esperienza. E la risposta che riesco a darmi è proprio il cadere di tale mosaico, e non posso non vederlo provando profonda misericordia. A mio modo di sentire la madre è ovunque in questo libro, mentre il cercarla è solo un espediente per allungare la vita (o la non-vita della protagonista): è ovunque perché è il grembo sterile che continua a far nascere il mondo morente che la protagonista attraversa nella sua ossessione; è ovunque, ma non vista dall’interno dell’ossessione stessa  –  perché è la stessa madre a generarla, a distaccarsene per darla alla luce  –  quasi come se ogni consistenza oggettuale o soggettiva non fosse altro che l’effetto di una ossessione omnipervasiva che siamo soliti chiamare “realtà”. Una luce che, tuttavia, la protagonista sembra non potere o volere vedere, tanto è accecante e calcificata in ogni cosa, ad ogni passo, in una prossimità insostenibile, come quella della morte stessa che nasce  –  e, in questo, forse le differenze tra la madre e il Vicario di Cristo non sono più così grandi; anzi, in certi punti esse tendono tragicamente alla coincidenza  –  come quando padre e madre generano biologicamente un figlio, anche un figlio abortito, mai nato.

È la mancanza tragica e tuttavia del tutto grigia e consueta di relazione, di relazioni, che impedisce all’ossessione in cui è richiusa la protagonista di vedere e percepire qualcosa di “umano”, di poter davvero parlare, di sciogliere le scaglie balbettanti del suo terrore in undiscorrere piano  –  lasciandola invece in uno scorrere granuloso, a sbalzi, a scalini duri e secchi  –  ansimando in agonia, in sintonia solo con il respiro del Vicario morente e di un mondo che si fa deserto strettissimo, cunicolare, venoso ma senza la vita impetuosa del sangue. Per questo “tutto è museo”, un “museo” fatto per non essere visitato da nessuno, come ci dice la protagonista in uno dei suoi incontri che non sono mai veri incontri,  ma scontri abrasivi e, in fondo, inconsistenti: è questa contiguità tra abrasività e inconsistenza, mi pare, una delle trovate più interessanti e sconcertanti della scrittura di Andrea Gentile.

Ma, allora, cosa rimane a chi scrive e al lettore? Sembrerebbe, una sorta di “stanza dei relitti fonico-visivi” che la protagonista, nella sua ricerca, visita all’interno dell’ospedale deserto dove lavora la madre. Forse la madre è lì? Forse la letteratura è diventata un immenso reparto ortopedico, dove ogni postura della lingua si sbriciola e viene fantasmaticamente conservata come si fa con le cose che ci hanno colpito nel profondo, nel nucleo, nelle ossa disarticolate o spezzate o anche solo incrinate? Si sta, immoti, anche in questo “qui”, senza possibili e facili risposte  –  oppure con risposte fabbricabili all’infinito, come opere di ortopedia, tentativi di ristabilire posture, cenni, ictus, modi di deambulare o di rimanere in equilibrio. Ma la protagonista sembra voler rinunciare o non poter approfittare del rollare di questi infiniti relitti fonico-visivi: nella loro fluttuazione, distruzione e ricomposizione, essa rimane “ferma”, non acconsente con la sua persona al gioco dell’infinito intrattenimento, alla modalità difensiva e, tutto sommato, salvifica, di certo postmoderno. Forse solo un crocifisso, nel coacervo di immagini e relitti fonico-visivi assume, agli occhi della protagonista, una consistenza che si può dire “immagine pura”, forse un “segno”, che vuole dire qualcosa: “cosa vuole”  –  prima che tutto riprenda ad esplodere all’infinito. Tutto questo, oltre al deposito della Norma zanzottiana, richiama alla mente il guardarobato beniano, quello da lui stesso definito “obitorio delle lettere italiane” o, anche, gli ingranaggi stridenti della poesia di Amelia Rosselli: amati e odiati insieme, attraversati pericolosamente e umilmente per non rimanerne per sempre imprigionati. Infatti, anche questa scrittura punta, mostrando tutta la sua debolezza e finitezza, ad un oltre, ad una unità che non si dice ma si sente, c’è  –  tragicamente incistata su se stessa, dietro ogni relitto, ogni frase, ogni accelerazione o immobilità.

Il finale è e deve rimanere di calce (un tempo) viva  –  magari da grattare, in-utilmente, con gli artigli dell’arte, fino alla loro completa e lentissima erosione che, come una peste, prenderà progressivamente anche le mani e tutto il resto dell’immagine dell’uomo. Nel libro del Levitico si dice che, una volta che la malattia ha preso tutto il corpo, esso viene ripulito e sanato, di nuovo reso puro e santo. Il finale deve rimanere bianco.

‘Il nuotatore’ di Cheever

Questo sito si ferma nella sua settimanale produzione e riproposta di contenuti dimenticati o nascosti nelle pieghe del Web: è una vacanza, si spera non parziale.
Consigli di lettura: Tutti i racconti di John Cheever, opera benemerita che Feltrinelli ha pubblicato con una prefazione di Andrea Bajani, a 40 euro – la qual cosa, come si dice nelle stanze del Saggiatore presso cui lavoro, è editoria ancora seria, chissà fino a quando. Uno dei capolavori di Cheever è sicuramente Il nuotatore, racconto metafisico che, nonostante quest’ultimo aggettivo, impulsò perfino Hollywood a trarne un film, protagonista essendone Burt Lancaster. Eccone la versione Fandango, che coraggiosamente da anni ha trainato la (ri)lettura di Cheever in Italia. A seguire il testo integrale del racconto, la microrecensione che nel 2001 ne feci per Clarence.

* * *

IL NUOTATORE

di JOHN CHEEVER

Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera” Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all’uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania. “Ho bevuto troppo” gemeva Donald Westerhazy. “Tutti abbiamo bevuto troppo” gli faceva eco Lucinda Merrill. “Dev’essere stato il vino” osservava Helen Westerhazy. “Ne ho bevuto troppo di quel vino rosso.”
Ciò avveniva ai bordi della piscina di casa Westerhazy. La piscina, alimentata da un pozzo artesiano con un’alta percentuale di ferro, aveva l’acqua d’un pallido colore verdastro. Era una bella giornata. A occidente si vedeva una massiccia formazione di nuvole cumuliformi, ed era così simile a una città vista in lontananza dalla prua di una nave che s’avvicina, che si sarebbe potuto darle un nome, Lisbona o Hackensack. Il sole era caldo. Neddy Merrill era disteso vicino all’acqua verdognola, una mano immersa nell’acqua e l’altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt’altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell’atrio mentre trotterellava verso l’odore del caffè in sala da pranzo. Merrill poteva essere paragonato a una giornata d’estate, in particolare alle sue ultime ore, e anche se non aveva una racchetta da tennis né una borsa da vela, evocava un’immagine di gioventù sportiva e di tempo clemente. Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l’intensità del suo piacere; sembrava che tutte venissero aspirate dentro il suo petto. Abitava a Bullet Park, una quindicina di chilometri a sud, dove le sue quattro splendide figlie dovevano aver terminato di pranzare e stavano forse giocando a tennis. In quel momento gli venne l’idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.
La sua vita non era condizionata, e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza.
Si tolse il golf che teneva sulle spalle e si tuffò in acqua. Nutriva un inesplicabile disprezzo per quegli uomini che non si tuffavano in acqua. Nuotava una specie di crawl irregolare, respirando a ogni bracciata oppure ogni quattro bracciate, e contando mentalmente l’uno-due uno-due del battito dei piedi. Non era uno stile adatto alle lunghe distanze, ma la pratica domestica del nuoto aveva imposto a questo sport alcune consuetudini, e in quella parte del mondo era convenzionale quel tipo di crawl. Il sentirsi avvolto e sostenuto da quell’acqua verdognola gli sembrava non tanto un piacere quanto un ritorno a una condizione naturale, e gli sarebbe piaciuto nuotare senza calzoncini da bagno, ma questo non era possibile, in considerazione del suo progetto. Si issò sul bordo opposto della piscina, lui che non usava mai la scaletta, e s’incamminò attraverso il prato. Quando Lucinda gli domandò dove stava andando, le rispose che ritornava a casa a nuoto.
Le uniche mappe e cartine a cui fare riferimento erano nella memoria o nell’immaginazione, ma erano abbastanza chiare. Per primi venivano i Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi avrebbe attraversato Ditmar Street fino alla casa dei Bunker, e da lì, dopo un breve trasbordo, sarebbe arrivato alle piscine dei Levy e dei Welcher, e alla piscina pubblica dei Lancaster. Seguivano poi le piscine degli Halloran, dei Sachs, dei Biswanger, e quelle di Shirley Adams, dei Gilmertin e dei Clyde. Era una stupenda giornata, e il fatto di vivere in un mondo così generosamente fornito di acqua gli sembrava un dono del cielo, una benedizione. Si sentiva il cuore leggero, e cominciò a correre sull’erba. L’impresa di avventurarsi verso casa seguendo questa insolita rotta gli dava la sensazione di essere un pellegrino, un esploratore, un uomo del destino, e sapeva che sul percorso avrebbe incontrato molti amici, tutti amici assiepati lungo le rive del fiume Lucinda.
Scavalcò una siepe che divideva il terreno dei Westerhazy da quello dei Graham, camminò sotto alcuni alberi di melo, oltrepassò il capanno della pompa e del filtro dell’acqua, e arrivò così alla piscina dei Graham. “Ehilà, Neddy!” esclamò la signora Graham. “Che magnifica sorpresa! È tutta la mattina che ti cerco al telefono. Su, vieni a bere qualcosa”. Al pari di un vero esploratore, si rendeva conto che doveva diplomaticamente rispettare i costumi e le tradizioni di ospitalità degli indigeni locali, se voleva raggiungere la sua destinazione. Non voleva sconcertare i Graham, né sembrar loro sgarbato, ma nemmeno aveva il tempo per trattenersi a lungo a casa loro. Attraversò a nuoto la loro piscina in tutta la sua lunghezza, poi li raggiunse sotto il sole, e pochi minuti dopo fu salvato dall’arrivo di due auto cariche di loro amici del Connecticut. Durante i chiassosi saluti che seguirono, riuscì così a squagliarsela inosservato. Scese il prato davanti alla casa dei Graham, scavalcò una siepe spinosa e attraverso un terreno incolto arrivò alla casa degli Hammer Alzando lo sguardo dal suo roseto, la signora Hammer lo vide nuotare nella sua piscina, anche se non era sicura che fosse proprio lui. I Lear lo udirono tuffarsi in acqua attraverso le finestre aperte del soggiorno. Gli Howland e i Crosscup non erano in casa. Uscito dalla piscina degli Howland, Neddy attraversò Ditmar Street e si diresse verso la casa dei Bunker da dove gli giungevano, pur da lontano, gli echi rumorosi di una festa.
L’acqua rifrangeva il rumore delle voci e delle risate, e sembrava tenerle sospese a mezz’aria. La piscina dei Bunker era su un rialzo di terreno, e Neddy salì alcuni gradini che portavano a una terrazza, dove una trentina di persone stavano bevendo. L’unica persona in acqua era Rusty Towers, che galleggiava su un materassino di gomma. Oh, com’erano incantevoli e lussureggianti le rive del fiume Lucinda! Uomini e donne prosperi erano riuniti intorno alle sue acque color zaffiro, mentre i camerieri in giacca bianca servivano loro bicchieri di gin gelato. Sopra alla testa vedeva volteggiare nel cielo un aereo rosso da addestramento che sembrava gioioso come un bambino sull’altalena. Ned provò un momentaneo sentimento d’affetto per quella scena, un senso di tenerezza per quella gente lì riunita, un sentimento che gli sembrava di poter toccare con mano. In lontananza, udiva il brontolio del tuono. Non appena lo vide, Enid Bunker cominciò a strillare: “Oh, guardate chi c’è! Che magnifica sorpresa! Quando Lucinda mi ha detto che non potevate venire, mi sono sentita quasi morire.” Si fece strada attraverso la folla verso di lui, e quando ebbe finito di baciarlo lo condusse verso il bar, una marcia che fu rallentata dal fatto che Ned dovette fermarsi a baciare altre nove o dieci donne e a stringere la mano di altrettanti uomini. Un barista sorridente, che Ned aveva già visto a un centinaio di feste, gli servì un gin tonic, poi si trattenne per un attimo al bar, cercando di non farsi coinvolgere in nessuna conversazione che potesse attardare il suo viaggio. Quando gli sembrò di essere quasi circondato dagli invitati, Ned si tuffò nella piscina e nuotò lungo il bordo per evitare di entrare in collisione con il materassino di Rusty. Giunto all’altra estremità della piscina, passò accanto ai Tomlinson con uno sfolgorante sorriso e si avviò trotterellando lungo il sentiero del giardino. La ghiaia gli faceva male ai piedi, ma questo era l’unico inconveniente. Gli invitati erano tutti raccolti intorno alla piscina, e avviandosi verso la casa, Ned udiva affievolirsi il rumore vivace delle voci riflesse dall’acqua, mentre si faceva più forte quello di una radio nella cucina dei Bunker, dove qualcuno stava ascoltando la cronaca di una partita di pallone. Già, era domenica pomeriggio. Si fece strada attraverso le auto parcheggiate e percorse il bordo erboso del vialetto d’accesso fino in Alewives Lane. Gli seccava farsi vedere per strada in calzoncini da bagno, ma non c’era traffico a quell’ora, e percorse il breve tragitto fino all’ingresso della casa dei Levy, segnato col cartello PROPRIETÀ PRIVATA e con la cassetta verde del New York Times. Tutte le porte e le finestre della grande casa erano aperte, ma non c’erano segni di vita, nemmeno un cane che abbaiasse. Girando intorno alla casa arrivò alla piscina, e lì vide che i Levy se n’erano andati da poco. Bicchieri, bottiglie e piatti di noccioline erano posati su un tavolo all’estremità della piscina, dove c’era un gazebo o spogliatoio in cui erano appesi lampioncini giapponesi. Dopo aver percorso a nuoto la vasca, prese un bicchiere e si versò da bere. Era il quarto o il quinto bicchiere che beveva, e aveva già percorso a nuoto quasi la metà del fiume Lucinda. Si sentiva stanco, pulito, e contento di esser solo in quel momento, contento di tutto quanto.
Stava per arrivare un temporale. La formazione di nuvole cumuliformi si era alzata ed era divenuta più scura, e mentre era lì seduto udì di nuovo il rombo sordo del tuono. L’aereo da addestramento volteggiava ancora sopra la sua testa, e a Ned sembrava quasi di poter udire il pilota che rideva di piacere nella luce del pomeriggio, ma quando si udì un altro boato di tuoni, il pilota virò per far ritorno alla base. Si udì poi il fischio di una locomotiva, e Ned si domandò che ore erano. Le quattro? O le cinque? Pensò alla stazione a quell’ora, dove un cameriere con lo smoking coperto dall’impermeabile, una nana con un mazzo di fiori avvolti in carta di giornale, una donna con gli occhi rossi di pianto erano in attesa del treno locale. Improvvisamente si fece buio, era quello il momento in cui gli uccellini sembrano intonare tutti insieme un canto che è un acuto e riconoscibile annuncio del temporale che s’avvicina. Poi udì il piacevole rumore dell’acqua che scrosciava dalle fronde di una quercia dietro di lui, come se fosse stato aperto un rubinetto. Quel rumore d’acqua scrosciante gli arrivò poi dalle fronde di tutti gli alberi lì intorno. Ma perché amava tanto i temporali, perché lo eccitava il rumore delle porte spalancate dal vento e delle folate di pioggia che spazzavano violentemente le scale di casa, perché il semplice compito di chiudere le imposte di una vecchia casa gli sembrava così necessario e urgente, perché le prime note cristalline di un vento di tempesta avevano per lui il suono inconfondibile delle buone notizie, dell’allegria, della lieta novella? Poi si sentì un forte boato seguito dall’odore della cordite, e la pioggia investì i lampioncini giapponesi che la signora Levy aveva acquistato a Kyoto due anni prima, o era stato forse l’anno scorso?
Rimase nello spogliatoio dei Levy finché non fu passato il temporale. La pioggia aveva raffreddato l’aria, e Ned si senti percorrere da un brivido. La forza del vento aveva spogliato un acero di foglie rosse e gialle, che giacevano ora sparse sull’erba e nell’acqua. Essendo mezza estate, l’albero doveva essere malato, ma quel primo segnale dell’autunno gli diede una peculiare malinconia. Poi si riprese dal suo torpore, vuotò il bicchiere e si avviò verso la piscina dei Welcher. Per arrivarvi dovette attraversare la pista d’equitazione dei Lindley, e fu sorpreso di trovarla infestata da erbacce e senza gli ostacoli, che erano stati smontati. Si domandò se i Lindley avevano venduto i loro cavalli o se invece, dovendo partire per le vacanze estive, li avevano affidati a qualche scuderia. Gli sembrava di aver sentito dire qualcosa, a proposito dei Lindley e dei loro cavalli, ma non ricordava bene. Proseguì a piedi nudi sull’erba bagnata, fino alla casa dei Welcher, dove trovò che la loro piscina era stata prosciugata.
Questa interruzione nel flusso del suo corso d’acqua gli diede un assurdo senso di delusione, e si senti come un esploratore che si spinge alla ricerca delle sorgenti di un fiume e si trova invece davanti a un ramo morto. Era deluso e sconcertato. Era un fatto abbastanza normale che la gente se ne andasse via in estate, ma nessuno aveva mai prosciugato la piscina. I Welcher dovevano essere andati via definitivamente. I mobili del giardino erano stati piegati, ammucchiati e coperti con tela cerata. Anche la cabina era chiusa a chiave, così come tutte le finestre della casa, e quando arrivò al vialetto d’accesso davanti alla casa vide un cartello con la scritta IN VENDITA inchiodato a un albero. Quando aveva sentito l’ultima volta i Welcher, quand’era stato, cioè, che lui e Lucinda avevano ricevuto uno sgradito invito a cena in casa loro? Sembrava soltanto una settimana o due prima. Era la sua memoria che vacillava, o era il fatto che avendola esercitata a rimuovere i ricordi sgradevoli, il suo senso della realtà era ora offuscato? Poi udì in lontananza il rumore di una partita di tennis. Quel rumore lo rallegrò, spazzò via le sue apprensioni e gli consentì di considerare con indifferenza il cielo coperto e l’aria più fredda. Quello era il giorno in cui Neddy Merrill aveva attraversato a nuoto tutta la contea, che giornata! E così si avvio a compiere il suo trasbordo più difficile.

Se quel pomeriggio qualcuno avesse fatto una gita domenicale, avrebbe potuto vederlo, seminudo, ai margini della strada statale 424, in attesa che si presentasse l’occasione di attraversarla. E si sarebbe domandato allora se quell’uomo era vittima di qualche scherzo di cattivo gusto, se la sua auto si era rotta, o se era semplicemente un pazzo. Lì, a piedi scalzi tra le immondizie dell’autostrada, tra lattine di birra, stracci e pezzi di pneumatici scoppiati, esposto a ogni sorta di ridicolo, Ned era una figura patetica. Già al momento della partenza sapeva che quel tratto di strada, segnato sulla sua cartina, faceva parte del percorso, ma una volta giunto davanti a quelle file di auto che si snodavano nella luce d’estate, si era trovato impreparato. Si era visto deriso, beffeggiato, bersagliato perfino da una lattina di birra, e non aveva né la dignità, né il senso dell’umorismo sufficienti per far fronte alla situazione. Sarebbe potuto tornare indietro, a casa dei Westerhazy, dove Lucinda doveva essere ancora distesa al sole. Non aveva firmato niente, non aveva giurato niente, non aveva sottoscritto impegni con nessuno, nemmeno con se stesso. E perché, allora, pur convinto com’era che tutto l’orgoglio umano doveva essere subordinato al buonsenso, non era capace di voltarsi e di tornare indietro? Perché era così deciso a portare a termine il suo viaggio, anche se ciò poteva mettere a repentaglio la sua stessa vita? Quand’era successo che quel gioco, quello scherzo, quell’esibizione erano divenuti una cosa seria? Non poteva tornare indietro, e non riusciva nemmeno a ricordare chiaramente l’acqua verde della piscina dei Westerhazy, la sensazione che aveva provato di respirare le componenti di quella giornata, le voci rilassate degli amici che dicevano di aver bevuto troppo. Nello spazio di un’ora, più o meno, aveva percorso una distanza che rendeva impossibile il suo ritorno.
Un vecchio che arrancava sull’autostrada a venti all’ora lo lasciò passare e poté arrivare così allo spartitraffico erboso in mezzo alla strada. Lì si trovò esposto al ridicolo degli automobilisti diretti verso nord, ma dopo una quindicina di minuti riuscì ad attraversare anche quella carreggiata. Da lì il tragitto era breve fino al centro di ricreazione alla periferia del villaggio di Lancaster, dove c’erano alcuni campi per la pallamano e una piscina pubblica.
L’effetto delle voci sull’acqua, l’illusoria impressione di allegria e di attesa, erano gli stessi che aveva avvertito in casa dei Bunker ma qui i suoni delle voci erano più forti, aspri e acuti, e non appena entrò nel recinto affollato della piscina si trovò davanti ai suoi regolamenti da caserma: TUTTI I BAGNANTI DEVONO FARE LA DOCCIA PRIMA DI ENTRARE IN ACQUA. TUTTI I BAGNANTI DEVONO LAVARSI I PIEDI. TUTTI I BAGNANTI DEVONO PORTARE APPESA LA MEDAGLIETTA DI RICONOSCIMENTO. Fece la doccia, si lavò i piedi con una soluzione lattiginosa dall’odore amarognolo, poi si fece strada verso il bordo della vasca, che puzzava di cloro e gli sembrava una fogna. Due bagnini in cima a una torretta soffiavano nei loro fischietti da poliziotti a intervalli che sembravano regolari e insultavano i bagnanti attraverso gli altoparlanti. Neddy pensò con nostalgia all’acqua color zaffiro della piscina dei Bunker e si disse che in quest’acqua poteva anche contaminarsi, compromettere il suo aspetto florido e seducente, ma poi si ricordò di essere un esploratore, un pellegrino, e pensò che quella era soltanto un’ansa stagnante del grande fiume Lucinda. Allora si tuffò, storcendo il naso con disgusto, in quell’acqua che puzzava di cloro, nuotando con la testa fuori per evitare collisioni, ma nonostante ciò fu continuamente urtato, investito e spruzzato dagli altri bagnanti. Quando arrivò dove l’acqua era più bassa, udì che i due bagnini stavano gridando al suo indirizzo: “Ehi tu, tu che non hai la medaglietta, esci subito dall’acqua!” Ned usci, ma i bagnini non avevano la possibilità di inseguirlo, e allora se ne andò, in mezzo a quella puzza di olio abbronzante e di cloro, scavalcò una palizzata e usci passando attraverso i campi di pallamano. Attraversata la strada, entrò nel bosco della proprietà degli Halloran. Il bosco non era stato pulito, ed era difficile e insidioso camminare lì a piedi nudi, ma alla fine arrivò al prato e alla siepe ben potata che circondava la piscina.
Gli Halloran erano due anziani coniugi immensamente ricchi, che sembravano compiacersi al sospetto che li circondava di essere comunisti. Erano ardenti riformatori, questo sì, ma non comunisti, tuttavia quando erano accusati di essere sovversivi, come talvolta succedeva, ne sembravano compiaciuti ed elettrizzati. La siepe di faggi era ingiallita, e Ned pensò che anch’essi fossero malati come l’acero di Levy. Chiamò gli Halloran ad alta voce, per avvertirli del suo arrivo e per farsi perdonare in qualche modo quell’intrusione nella loro intimità. Per qualche motivo che non gli avevano mai spiegato, gli Halloran non indossavano costumi da bagno, un vezzo che era davvero inspiegabile, anche se il loro nudismo era forse un aspetto del loro irriducibile ardore riformatore. Ned si spogliò educatamente dei suoi calzoncini da bagno prima di varcare un passaggio della siepe.
La signora Halloran, una donna robusta con i capelli bianchi e un volto sereno, stava leggendo il Times, mentre suo marito era intento a togliere dall’acqua le foglie di faggio con un grande retino. Non sembrarono né sorpresi né dispiaciuti di vederlo arrivare. La loro piscina, forse la più vecchia della zona, era un rettangolo di pietra alimentato da un ruscello. Non aveva filtro né pompa, e la sua acqua aveva l’opaco colore dorato del corso d’acqua.
“Sto attraversando a nuoto la contea” annunciò Ned.
“Non sapevo che fosse possibile” osservò la signora Halloran.
” Io ce l’ho fatta fin dalla casa dei Westerhazy” dichiarò Ned. “Devono essere cinque o sei chilometri”.
Lasciò i suoi calzoncini sul bordo dell’acqua più alta, andò a piedi dov’era più bassa, poi fece a nuoto la vasca. Mentre si stava issando fuori dall’acqua udì la signora Halloran che diceva: “Ci è dispiaciuto immensamente sapere di tutte le tue disgrazie, Neddy”
“Le mie disgrazie?”; domandò Ned. “Non capisco di che cosa parli”.
“Be’ abbiamo saputo che hai venduto la casa e che le tue povere bambine…”
“Non ricordo proprio di aver venduto la casa” replicò Ned. “E in quanto alle ragazze, sono a casa”.
“Già” sospirò la signora Halloran. “Già…” La sua voce riempiva l’aria di una malinconia fuori stagione, e Ned le disse allora in tono brusco: “Bene; grazie della nuotata.”
“Buon viaggio”; lo salutò la signora Halloran.
Oltrepassata la siepe, si infilò i calzoncini e li legò, ma gli erano larghi, e si domandò allora se, nell’arco di un solo pomeriggio, potesse aver perso peso. Aveva freddo e si sentiva stanco, e oltre a ciò la nudità degli Halloran e l’acqua opaca della loro piscina lo avevano depresso. Era una nuotata troppo lunga per le sue forze, ma come avrebbe potuto prevederlo quel mattino, mentre scivolava giù per la ringhiera e quando stava disteso al sole in casa dei Westerhazy? Sentiva le braccia fiacche, le gambe molli, le giunture che dolevano. Peggio ancora era il freddo che sentiva nelle ossa, insieme con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a riscaldarsi. Le foglie cadevano intorno a lui, e a un tratto sentì nel vento l’odore di legna bruciata. Chi poteva bruciare legna in quella stagione dell’anno?
Sentiva il bisogno di bere qualcosa. Un bicchiere di whiskey l’avrebbe riscaldato, l’avrebbe tirato su di morale, gli avrebbe dato le forze per compiere l’ultimo tratto del suo viaggio, avrebbe rinvigorito la sua idea che quella di attraversare a nuoto tutta la contea era un’impresa valorosa e originale. Anche quelli che attraversavano a nuoto la Manica bevevano bicchierini di brandy. Aveva proprio bisogno di uno stimolante. Attraversò il prato davanti alla casa degli Halloran e percorse poi il vialetto che portava alla casa che essi avevano fatto costruire per la loro unica figlia Helen, e suo marito Bric Sachs. I Sachs avevano una piscina piccola, e Ned li trovò lì accanto.
“Oh, Neddy!”; esclamò Helen. “Sei stato a pranzo da mia madre?”
“Non proprio” rispose lui. “Mi sono fermato a salutare i tuoi genitori” Sembrava una spiegazione più che sufficiente. “Mi dispiace terribilmente di arrivare in questo modo, ma sono gelato e mi chiedevo se mi avreste dato qualcosa da bere”
“Molto volentieri, rispose Helen,” ma non c’è più niente da bere in questa casa da quando Eric è stato operato, tre anni fa”.
Ned si domandò se stava perdendo la memoria, se quella sua capacità di rimuovere i fatti spiacevoli gli aveva fatto dimenticare che aveva venduto la casa, che le sue figlie erano in difficoltà, che quel suo amico era stato malato. Il suo sguardo si spostò dal volto di Eric al suo addome, dove vide tre pallide cicatrici suturate, due delle quali lunghe almeno una trentina di centimetri. L’ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un’interruzione nella successione della specie?
“Sono sicura però che troverai da bere in casa dei Biswanger” soggiunse Helen. “Stanno facendo un gran baccano, si può sentirlo anche da qui, ascolta!”
Helen sollevò una mano, e al di là della strada, dei prati, dei giardini, dei boschi, dei campi, Ned udì di nuovo il suono squillante delle voci sull’acqua. “Be’ farò un bagno” disse, sentendosi ancora vincolato alla scelta del suo percorso. Si tuffò nell’acqua fredda della piscina dei Sachs, e annaspando, correndo il rischio di annegare, riuscì ad attraversarla da un capo all’altro. “Lucinda e io abbiamo un’enorme voglia di vedervi” disse poi accomiatandosi, e voltando appena la testa, che era già rivolta verso la casa dei Biswangen “Ci dispiace che sia passato tanto tempo, e sicuramente ci faremo sentire molto, molto presto.”
Attraversò alcuni campi, verso la casa dei Biswanger e i rumori della festa che venivano da là. Sarebbero stati onorati di offrirgli qualcosa da bere, ne sarebbero stati davvero felici. I Biswanger invitavano a cena lui e Lucinda quattro volte all’anno, con sei settimane d’anticipo, e ogni volta venivano snobbati, eppure continuavano a invitarli, incapaci di comprendere le rigide e antidemocratiche regole della loro società. Erano quel tipo di persone che durante i cocktail discutono di prezzi, che a cena si scambiano informazioni sul mercato, che raccontano barzellette sporche dopo cena all’insieme degli invitati d’ambo i sessi. Non appartenevano all’ambiente di Neddy, e non erano nemmeno compresi nell’elenco degli auguri di Natale di Lucinda. Ned si avviò verso la loro piscina con una sensazione d’indifferenza, di degnazione e anche un po’ d’imbarazzo, perché sembrava farsi buio, e quelle erano le giornate più lunghe dell’anno. La festa era molto rumorosa e affollata. Grace Biswanger era quel tipo di padrona di casa che invitava gente di tutti i tipi, l’optometrista, il veterinario, l’agente immobiliare o il dentista. Nessuno era nella piscina, e il crepuscolo che si rifletteva nell’acqua aveva un bagliore invernale. Poi Ned vide il bar e si avviò in quella direzione. Quando Grace Biswanger lo vide, si diresse verso di lui, ma non aveva l’espressione cordiale che lui aveva diritto di aspettarsi, bensì un’aria bellicosa.
“Ehi, in questa festa c’è proprio di tutto” esclamò ad alta voce, “compresi quelli che violano i domicili privati”
Non sarebbe mai riuscita, però, a mortificarlo pubblicamente su questo non c’era dubbio, e Ned non batté ciglio. “Uno che viola i domicili privati” domandò garbatamente, “si merita almeno qualcosa da bere?”
“Accomodati” rispose lei. “Non sembra che fai molto caso agli inviti”
Poi gli voltò le spalle per andare a raggiungere alcuni invitati, mentre Ned andava al bar a ordinare un whiskey. Il barista glielo servì, ma con fare sgarbato. Era un mondo, il suo, in cui i camerieri tenevano un aggiornato registro sociale, e quell’umiliazione da parte di un barista affittato significava uno scadimento del suo rango sociale. Ma forse quell’uomo era nuovo dell’ambiente e non era beninformato. Poi Ned udì Grace che diceva alle sue spalle: “Sono andati in bancarotta da un giorno all’altro, ora non hanno altro che il reddito, e lui è arrivato qui una domenica, ubriaco, e ci ha chiesto di prestargli cinquemila dollari…” Era una donna che parlava sempre di soldi, peggio di uno che mangia i piselli col coltello. Ned si tuffò nella piscina, l’attraversò a nuoto e poi se ne andò.
La successiva piscina del suo elenco, la terz’ultima, era quella di una sua ex amante, Shirley Adams. Se era stato maltrattato a casa dei Biswanger, lì Ned avrebbe trovato consolazione. L’amore, anzi l’esaltazione dei sensi, sarebbe stato il miglior elisir, l’analgesico, la pillola colorata che avrebbe restituito elasticità ai suoi movimenti e gioia al suo cuore. Avevano avuto una relazione la settimana prima, o forse un anno prima, lui non ricordava bene. Era stato lui a troncarla, il coltello dalla parte del manico l’aveva lui, e mentre varcava il cancello del muro di recinzione della piscina sentiva dentro di sé soltanto una grande sicurezza. Sembrava, in un certo senso, che quella piscina gli appartenesse, perché gli amanti, in particolare gli amanti clandestini, posseggono le cose dei loro spasimanti con un’autorità che è sconosciuta nel sacro vincolo del matrimonio. Shirley era lì, con i suoi capelli color rame, ma la sua figura, ai bordi della lucente acqua cerulea, non suscitava in lui profondi ricordi. Era stata una faccenda superficiale, ricordava Ned, anche se lei aveva pianto quando lui l’aveva troncata. Sembrò sconcertata, nel vederlo, e lui si domandò se era ancora offesa. Dio non voglia, si sarebbe messa a piangere di nuovo?
“Che cosa vuoi?” gli domandò.
“Sto attraversando a nuoto la contea” le spiegò lui.
“Oh, Cristo. Ma tu non crescerai mai?”
“Be’ che cosa ti prende?”
“Se sei venuto per soldi” rispose lei, “non ti darò nemmeno un altro centesimo”
“Potresti darmi qualcosa da bere.”
“Potrei, ma non voglio. Non sono sola.”
“Be’ passavo solo di qui.”
Si tuffò nella piscina e l’attraversò a nuoto, ma quando tentò di issarsi sul bordo, si accorse che non aveva più forza nelle braccia e nelle spalle, e pian piano raggiunse la scaletta e la salì. Voltandosi a guardare dietro di sé, vide un giovanotto nello spogliatoio illuminato. E mentre attraversava il prato già buio senti nell’aria l’odore di crisantemi o delle calendule, qualche persistente odore autunnale, penetrante come quello del gas. Alzando lo sguardo, vide che le stelle erano già spuntate, ma perché gli sembrava di vedere Andromeda, Cefeo e Cassiopea? Dov’erano finite le costellazioni di mezza estate? E allora gli venne da piangere.
Era forse la prima volta che piangeva, nella sua vita di adulto, e sicuramente era la prima che si sentiva così infelice, infreddolito, stanco e sgomento. Non riusciva a comprendere la maleducazione del barista, né i modi sgarbati di un’amante che era andata da lui in ginocchio, bagnandogli i pantaloni delle sue lacrime. Ecco di che cosa aveva bisogno, di qualcosa da bere di compagnia e di vestiti puliti e asciutti, ma anche se sarebbe potuto arrivare direttamente a casa sua tagliando la strada, si diresse invece verso la piscina dei Gilmartin. E qui, per la prima volta in vita sua, non si tuffò in acqua, ma scese la scaletta nell’acqua gelida e con le lente bracciate laterali che aveva imparato da principiante, nuotò attraverso la piscina. Poi si trascinò barcollando fino alla casa dei Clyde, e percorse anche la loro piscina, fermandosi continuamente a riposare con la mano sul bordo. Quando salì la scaletta, si domandò se ce l’avrebbe fatta a ritornare a casa. Aveva fatto quello che si era proposto, aveva attraversato a nuoto la contea, ma ora era così inebetito dallo sforzo che il suo trionfo gli appariva senza senso. Curvo, aggrappandosi ai paletti del cancello per sostenersi, imboccò finalmente il vialetto che conduceva a casa sua.
Trovò la casa immersa nel buio. Era così tardi che erano andati tutti a letto? Forse Lucinda si era fermata a cena a casa dei Westerhazy? E le ragazze l’avevano raggiunta lì o erano andate in qualche altro posto? Non erano d’accordo di rifiutare la domenica tutti gli inviti per rimanere a casa? Provò ad aprire le porte del garage per vedere quali auto erano dentro, ma le porte erano chiuse a chiave, e sulle mani gli rimase la ruggine delle maniglie. Mentre andava verso la porta di casa, vide che la violenza del temporale aveva strappato un tratto di grondaia che ora pendeva sopra la porta come la bacchetta di un ombrello. L’avrebbe fatta aggiustare il mattino dopo. La casa era chiusa a chiave, e pensò che doveva averla chiusa qualche stupida cuoca o cameriera, finché non ricordò che già da un po’ di tempo non avevano più cuoche e cameriere. Gridò, batté con i pugni sulla porta, tentò di abbatterla a spallate, e poi, guardando attraverso le finestre, vide che la casa era disabitata.

 

* * *

 

Da Clarence: la recensione dell’8.3.2001

John Cheever – Il nuotatore – Fandango Libri
di GIUSEPPE GENNA

Fandango, sotto la guida di Sandro Veronesi, edita un piccolo capolavoro di John Cheever, dimenticatissimo autore statunitense che poteva ragionevolmente aspirare ad avere la notorietà mondiale che ebbe – postuma ma debordante – Raymond Carver. I racconti di Cheever ebbero una popolarità vastissima negli States e rilanciarono il genere breve, che l’editoria aveva snobbato con un cieco e ingiustificato pregiudizio di mercato, peraltro andato miseramente a vuoto. Cheever pubblicò i suoi racconti, per anni, su testate importanti della stampa americana, dal New Yorker a Esquire, fino alla leggendaria raccolta in libro del 1978, che intitolò The Stories of John Cheever e che, venduto in ottocentomila copie, gli valse il Pulitzer. Fu un caso editoriale ma non solo. L’intera tradizione letteraria americana fu riassettata da Cheever nel solco di Hemingway e di Fitzgerald, e incominciò a figliare senza posa, negli Ottanta, talenti su talenti, dallo stesso Carver a Bret Easton Ellis, da Leavitt all’insospettabile Foster Wallace. Cheever è a tutti gli effetti la strozzatura di una clessidra, attraverso cui scorre il flusso di una tradizione per allargarsi in un nuovo e diverso spazio, che comporterà esiti sorprendenti e assai diversi tra loro per natura e specificità.
Fandango inizia la selezione dei racconti di Cheever con Il nuotatore, noto qui in Italia (dove l’autore americano non ha mai attecchito) per la versione cinematografica che ha per protagonista uno statuario e postmoderno Burt Lancaster. Neddy Merril individua nel suo quartiere altoborghese un fiume occulto: è un corso d’acqua composto da piscine private, che si scaldano al sole nei giardini delle ville monofamiliari degli abbienti vicini di Ned. Il quale decide di farsi a nuoto l’intero percorso di acqua al cloro, trapassando in interni sempre più inquietantemente soffocanti, tra tuffi che lo estenuano moralmente più che fisicamente, fino all’agnizione finale del ritorno a casa sua, una dimora eticamente devastata dall’esperienza del trapasso che, a Neddy, è costata l’integrità della sua visione del mondo.
Sorprendentemente la prefazione di Fernanda Pivano è bellissima e non rovina in nulla la lettura dei racconti di Cheever (esiziale, in altre occasioni, la voce della Nanda: per esempio nella prefazione a Fight Club di Palahniuk). E’ la Pivano a riesumare una citazione su Cheever dal New Yorker: “Cheever ha in comune con Checov l’eleganza, il calore, lo humor, un occhio infallibile per le assurdità del mondo e i difetti e le debolezze del genere umano”. Sembra di leggere il ritratto di Carver. E’ una verità che consegniamo a chi di Cheever poco o nulla sapeva.

Extrait de “L’année lumière” de Giuseppe Genna par les Editions Métailié

Ho terminato la lettura dell’edizione francese del mio L’anno luce (Tropea/Saggiatore, 2005). La traduzione, operata da Serge Quadruppani per le Editions Métailié, è semplicemente strepitosa: resto a bocca aperta nell’osservare come i ritmi interni, le cadute, gli eccessi che sono derive erronee desiderate e stanno in piedi soltanto attraverso metriche sotterranee e strutturali – insomma, tutto il corredo dell’idea poetica dell’oggetto narrativo non identificato che è L’anno luce sia stato traslato con una perizia, una delicatezza, una sensibilità, un’acribia affettuosa che per l’appunto sconfinano nell’amore che è l’atto stesso di traduzione da parte di uno scrittore autentico, quale è Quadruppani. Vorrei qui porgere nuovamente a Serge Quadruppani ringraziamenti ufficiali e però personalissimi e ammirati.
Pubblico un estratto dell’edizione francese, cioè parte del prequel; la versione italiana dell’intero prequel è visionabile qui. gg

 

PREQUEL

– Venez, je vous emmène dans le monde renouvelé.
Rapide, il lève le bras, index pointé vers le haut.
Giuseppe Genna - L'année lumière - Editions MétailiéC’est un congrès. On s’y entasse jusqu’à l’invraisemblable. Les dirigeants sont au parterre, le patron sur la scène électrise la masse. Managers, administratifs, vendeurs, secrétaires, accou-rus de toute l’Italie, jusque des agences périphériques, jusque des bureaux qui prennent la marque en leasing. L’air chaud sent la saucisse de Strasbourg et la moutarde. Ils hurlent, éperonnés par l’homme sur la scène, aux manches de chemise retroussées. Il se donne beaucoup de mal, il a soixante ans, mais il a encore des objectifs, la volonté d’agir. Il est grand, un mastodonte. C’est le leader. Il hurle le nom de son principal concurrent, le Concurrent, il met la main ouverte derrière son oreille et tend sa grosse tête de requin. La foule hurle immensément contre le Concurrent, on brandit le pouce baissé.
Fébrilité générale. Lumières orange.
La route est tracée.
Les objectifs sont immenses.
C’est une occasion immense, à ne pas laisser échapper.
Les horizons perdus ne reviennent jamais.
Derrière l’administrateur délégué qui se déchaîne sur la scène, s’étale, énorme, le slogan de la campagne de cette année : Nouvelles possibilités de se connaître. Un énorme mobile. Une énorme oreille. Un œil énorme dont les pau-pières s’écarquillent devant un mobile UMTS ouvert, dans lequel on voit le visage de l’administrateur délégué qui braille en direct. Sur les côtés, des ballons orange explosent. D’un coup s’ouvrent des boîtes en carton suspendues, comme des lanternes chinoises interstellaires, des petits billets porte-bon-heurs chinois pleuvent, orange eux aussi, la foule est un liquide dense, déchaîné, qui ondule par masses fluides, impres-sionnantes. Tout le monde bondit pour saisir au vol les billets qui pleuvent, légers, on dirait du papier qui brûle, on les appelle “SMS de papier”.
Et à cette foule, d’au moins dix mille personnes, l’adminis-trateur délégué hurle :
– Où allons-nous Vous le savez, où nous allons, nous
Puis il y a un silence sommaire. L’administrateur délégué fait montre d’une maîtrise consommée. Il joue comme un grand acteur.
– Moi, je vais vous le dire, où on va.
Il arpente la scène d’avant en arrière, pivotant sur lui-même, puis s’arrête, commence à hocher toujours plus inten-sément sa tête carrée, avec sa grosse mâchoire volontaire en mouvement. Il s’est arrêté, il hoche la tête, il lève le bras à la verticale, l’index brandi vers le haut :
– On va aller là.
La foule explose.
– Vers le ciel !
Toutes, tous hurlent.
Notre Homme, le personnage principal de ce récit, est au premier rang : celui des dirigeants les plus importants, ce qu’on appelle la première ligne. Il est debout et il applaudit, personne n’est assis sur les sièges de location en plastique.
– Nous allons arriver au ciel. Notre destin est de nous étendre. De nouveaux espaces, de nouvelles galaxies, de nou-velles planètes pour de nouveaux habitants. Et nous y serons. C’est plus près que ce que vous imaginez. Dites à ce putain d’Alien qu’on arrive !
Tout le monde rigole, c’est un éboulement, l’air s’effondre sous le séisme aérien de ce rire. Un homme mange une saucisse et applaudit, tous applaudissent et de nouvelles lanternes de papier explosent, une nouvelle myriade de petits messages i-ching tombe en pluie.
– C’est comme ça. Notre service juridique, et il montre la zone où sont entassés les gens du service juridique central, qui répondent en hurlant, notre service juridique a gagné dix-huit procès cette année, allez disons dix-neuf, contre les cons. Pas des écologistes : des prête-noms stipendiés par nos concurrents. Ils disaient que les antennes polluaient. Notre staff les a enculés.
La foule applaudit les gens du service juridique, qui reçoivent l’enthousiasme, redoublent l’enthousiasme. Ce lieu concave vibre de manière effrayante.
Voilà l’humain, le phénomène humain.
– Et même si c’était le cas Même si elles étaient polluantes, nos antennes La pollution, c’est notre oxygène ! La pollution, c’est l’avenir. Achetez des actions sur la pollution, lance-t-il, et il rit. La pollution nous pousse en avant. La pollution nous exalte. Voilà ce qu’est pour nous l’apocalypse des écologistes : un stimulus. Cette planète doit arriver à ses limites pour que nous soyons obligés d’accomplir le grand saut. Le grand saut dans l’espace, la frontière du futur est déjà là, c’est nous ! Derrière l’administrateur délégué qui hurle apparaît le vais-seau Enterprise de Star Trek, on voit le capitaine Kirk, énorme silhouette granuleuse en pixels d’un mètre carré. Ils le recon-naissent tous, poussent de nouveaux hurlements.
– Vous n’imaginez même pas ce qu’il y a là où nous irons. Des astres immenses, du diamètre du système solaire tout entier. Des étoiles gigantesques de métal éteint. Des trous qui conduisent en tournoyant à de nouvelles dimensions du bien-être. Des affrontements titanesques. De nouveaux types de magnétisme, que nous plierons à nos objectifs. Des pulsars jumeaux qui dans l’obscurité la plus profonde tour–noient deux par deux, en émettant des signaux que nous capturerons. Nous habiterons là. C’est un processus irréversible. Les laboratoires sont en train d’accoucher de surprenantes technologies, des arcanes du futur, au rythme de la respiration. Regardez, dit-il, regardez les résultats de cette année. Nous avons remporté pour notre maison le pari du système phonique de la nouvelle navette spatiale. C’est 16 milliards d’euros ! Plus 32 % en Europe grâce à l’acquisition de télécoms grecques. Notre browser est prêt. Nous avons les satellites. Le rover sur Mars communique grâce à nous, aussi. Nous avons abattu la frontière. Nous sommes le réseau qui couvre la planète. Nous quittons l’orbite de la planète. Cette planète ne mourra pas en explosant. Cette planète sera tellement polluée qu’elle se congèlera. Elle se congèlera. Elle deviendra livide, violacée. Comme Mars : une planète morte, des abysses qui ne gardent plus la moindre trace d’eau. Des traces d’une vie passée, évaporée. Des termites qui vivent dans le sous-sol. Mais nous… nous serons ailleurs, nous serons partis ailleurs, dans l’espace profond, germinant, surgissant ! Nous sommes en train de travailler pour une nouvelle espèce !
Hurlements. Sursaut fébrile. Délire.
Sur l’énorme écran du faux mobile UMTS, apparaît Djihère. Tous le reconnaissent, hululent.
– On va tous les enculer ! Pas même une part de gâteau, pas même une miette à celui qui n’est pas avec nous ! Nous sommes les seuls. Nous savons que nous sommes les seuls. Nous sommes responsables. Nous somme en train de gagner, nous sommes en train de faire gagner son futur à l’espèce. Le grand bond est proche. L’air est tout entier parcouru de vibrations sur lesquelles est imprimée notre marque ! 73 % des mots en Europe vibrent dans l’éther grâce à nous, grâce au consortium où nous sommes ! Nous secouons l’espace invisible, nous distordons le temps ! Nous sommes les héritiers de Dante, les héritiers d’Einstein ! Nous sommes en train d’écrire le livre invisible de l’histoire, dans l’air ! Tout ce qui vibre est à nous ! Tout vibre ! Nous sommes l’avant-garde d’une espèce dépassée, qui s’est dépassée ! Nous allons renverser le mur de la télépathie ! La télépathie aura notre marque imprimée ! Per-sonne ne nous achètera, nous sommes à nous !
Explosion de hurlements à nouveau, la voix est un feu liquide qui dévore l’air, elle est en expansion. Notre Homme sourit à la première rangée à côté de lui : cette rhétorique est enthousiasmante.
L’administrateur délé-gué est un génie. Il les tient dans sa main, tous autant qu’ils sont. C’est un leader-né. Il était fait pour ça. C’est une voca-tion. Notre Homme applaudit fort, ses paumes rou-gissent et lui font mal.
– Nous sommes l’immense famille, le temple, la maison ! Où que vous soyez, nous y sommes ! Si vous voulez parler, vous devez nous le demander à nous ! Nous permettons tout à cette race de merde !
Soudain, on distingue nettement sur l’écran de l’énorme faux mobile, en direct, entre les têtes pixellisées, une main maigre, au poignet mince et olivâtre, qui surgit au-dessus d’un secteur de la foule. Elle a un pistolet à la main, elle tire.
Dans le silence retentit la détonation du projectile.
L’administrateur délégué accuse le coup, rebondit en arrière, pneumatique, la tache rouge explose sur la chemise blanche, il pivote mal, comme déboîté, tombe sur la scène. Tous les visages sont blancs, les yeux et les bouches béants et noirs.
Silence. Panique. Paroxysme.
Ça commence à hurler. Toutes. Tous.
La foule se défait.
Ils se font mal. Ils n’arrivent pas à évacuer.
Notre Homme se jette à terre. La première rangée qui était à côté de lui se jette à l’horizontale sur lui, lui presse les côtes.
Sur le sol de la scène, il y a un cadavre, cet énorme corps vidé, dans la foule la main qui a tiré n’est plus visible. Les dix mille hurlent, se piétinent.
Tout à coup, l’administrateur délégué ressuscite.
Il se lève, s’essuie l’épaule de la paume de la main.
Il rit :
– Nous, nous savons toujours surprendre !
La multitude ondule, le rire commence, la musique du slogan de campagne démarre, les flashs se déchaînent, Notre Homme se relève lui aussi, s’essuie les épaules en frottant sa veste du plat de la main, tout le monde rit, un rire tumultueux qui submerge toute tension.
La mise en scène a été exaltante.
Le coup de génie a fait un strike.
Cette entreprise a des intuitions surprenantes.
L’administrateur délégué met les bras en croix, saisi par la lumière blanche des projecteurs sur la scène, puis mime une embrassade à tous, applaudit tandis que tous applaudissent en délire, il commence à descendre de la scène, revient à terre.
On lui fait rendosser sa veste, il n’a même pas déroulé les manches de sa chemise, les premières rangées, en riant, lui donnent des claques dans le dos, il montre avec un visage exces-sivement étonné la tache de faux sang et il rit, il rit, sa mâchoire carrée rit, semble manger l’air.
Tous le photographient avec leur mobile UMTS.
Tout cela est mémorable.

da L’anno Luce
Preq

“L’anno luce” esce in Francia: arriva “L’année lumière”

'anée lumièreVoluto e tradotto dal romanziere e impegnatissimo intellettuale Serge Quadruppani (qui il suo sito ufficiale), per le Editions Métailié, la cui collana di narrativa italiana è un gioiello internazionale di cui noi del Belpaese dovremo essere grati proprio a Quadruppani, è in uscita il 15 marzo L’année lumière, edizione francese de L’anno luce, romanzo risalente al 2005 e pubblicato in Italia da Tropea-il Saggiatore. E’ semplicemente un onore essere editi nella collana allestita presso Métailié, così come lo è essere tradotti da Quadruppani, scrittore e traduttore delle più varie modalità stilistiche della lingua narrativa italiana, che qui devo ufficialmente ringraziare per l’ostinazione, la pazienza e la fatica con cui ha tradotto e fatto pubblicare un testo difficoltoso e non certo di grande facilità commerciale. Questa la scheda allegata:

Présentation de l’éditeur
À Milan, une entreprise de téléphonie mobile célèbre ses succès commerciaux en même temps qu’elle est confrontée à une tentative de prise de contrôle hostile de la part d’une société anglaise. L’un des principaux dirigeants de la société milanaise, que tout le monde appelle Mental, découvre en rentrant chez lui son épouse plongée dans un état de sidération sur lequel la médecine a peu de prise. Qu’est-ce qui a pu la plonger dans un tel état de choc ? Mental va découvrir, en même temps que la liaison de son épouse avec un très étrange adolescent surdoué, les agissements de l’Affairiste, vieil agent d’influence rappelé d’Afrique du Sud par les Anglais, tandis que peu à peu se dévoilent les projets communs de la société et du Vatican, décidés à exporter dans les étoiles le délire technologique érigé en religion.
Giuseppe Genna, auteur confirmé d’outre-Alpes, a publié une douzaine de romans noirs et de romans de littérature générale. Ont été traduits en France Sous un ciel de plomb, Au nom d’Ismaël et La Peau du dragon (Grasset).

A celebrazione di questa uscita, che segna il ritorno di una traduzione all’estero di un mio testo, pubblico un brano italiano da L’anno luce, rimasto finora inedito in forma digitale (avevo già pubblicato on line la Scena dell’inverno nucleare). Non prima di avere specificato che, quanto alla forma-romanzo, L’anno luce, che ai tempi definii “romanzo neoborghese”, è il precursore, molto esploso e labirintico, estremamente strutturato per devianze, di una narrazione che anticipa il mio prossimo Fine Impero e quanto verrà pubblicato nel prossimo futuro: una visionarietà cercata come cifra di una rappresentazione dell’oggi o di un’ucronia che è impossibile non scambiare per l’oggi.
Ecco il brano.

“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio come i valori
superiori della nostra vita, perché in fondo
essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

“L’universo mi teme, i miei occhi vedono la Geenna”
Apocrifi neotestamentari, “Apocalisse di Esdra”, 29

Entra il Faccendiere

Il racconto costringe ora a deviare momentaneamente dalla drammatica situazione in cui versano il Mente, Maura, la sorella di lei e l’azienda del Mente, per introdurre a sorpresa un nuovo protagonista della vicenda.
E abbiamo soltanto accennato a quel ragazzino, il cui corpo era slacciato nell’acqua rossa di sangue nella vasca!
Conta poco, tutto ciò. Ora è l’ora di quell’uomo che si è visto passare come un’ombra fuori della stanza d’ospedale dove Maura è ricoverata.
E’, quest’uomo, quello che si definirebbe un personaggio oscuro, tenendo presente che serve luce per avere idea dell’oscurità. E’ un’eminenza non grigia, ma nera. Nemmeno: egli muta colore.
La sua comparsa nella vicenda del Mente ha un prologo: inaspettatamente nel Sudafrica, ai margini di un’immensa assolata prateria arancione, che va a fondersi con una foresta di sconvolgente e conturbante bellezza, le cui dimensioni e la cui intima vita sono totalmente aliene da quanto concepisce essere vita qualunque personaggio finora apparso nel racconto. Mangrovie profumatissime sono percorse da rettili letali, che sarebbero mostruosi se non fossero naturali. E negroidi disadattati che vivono vicende impossibili a raccontarsi ruotano in miti eterni le loro esistenze, che al Mente sembrerebbero ufologiche o pittoresche, ottocentesche.
L’eminenza oscura che qui inaugura la sua parte nel racconto è un faccendiere e ha ricoperto notevoli incarichi a latere di operazioni condotte da numerosi servizi segreti occidentali. Nella storia di Italia, che è la nazione in cui si svolge il racconto, un personaggio simile ha ottenuto i favori delle cronache ai tempi dello scandalo P2, del crack Ambrosiano, della morte del banchiere Calvi e di quella del banchiere Sindona. Si chiamava, quel faccendiere, Francesco Pazienza. Ma Pazienza non finisce mai: il mondo è pieno di Pazienza, ha infinitamente Pazienza. I manager Hollyburton che consigliano il vicepresidente statunitense Cheney; i contrattisti del magnate dei media Murdock; gli stessi alti gradi Enron e Parmalat; le forze segrete su cui contava ai tempi di Reagan l’ammiraglio Oliver North; gli inviati presso Panama a trattare con Faccia d’Ananas, il generale Noriega; coloro che tramano contro le principali Telecom delle nazioni occidentali: sono questa pasta di uomini, sono uomini simili al personaggio di cui si sta qui trattando.
Egli è finito in Sudafrica come spesso è capitato a storici operatori di intelligence e a faccendieri che per conto di costoro hanno lavorato: un esito borghese e al tempo stesso esotico di una vita condotta nell’indegnità, nella sopraffazione crudele e sottaciuta, nel ricatto, nel complotto interno a una sterminata macchina cospirativa, di cui ogni potere si è servito da quando si è imposto sul pianeta il regno dell’uomo.
Il nome di quest’uomo è Anthony Brook, inglese con madre italiana, nato a Leeds sessanta anni addietro e naturalizzato in seguito cittadino statunitense, dopo avere sposato una collega, con la quale, pur non avendo generato figli, ha condiviso un amore insospettabilmente fedele e intenso. Questa potenza amorosa, che è un’alleanza nel puro reciproco incanto, costituirebbe un’eccezione nella vita oscura di Anthony Brook, se non fosse una costante sempre attiva da quando egli ha conosciuto e folgorantemente ha amato la sua compagna, la quale si chiama Antonya Brook.
Nell’intelligence internazionale, che è un mondo lussuoso e sfolgorante simile a una Hollywood segreta e diplomatica, i nomi non valgono, non hanno diritto d’asilo. Una persona non coincide con il suo nome, poiché ognuno può disporre di mutevoli ma consolidate identità fittizie. Ogni operatore è noto agli altri, spesso di parte avversa (il che è sempre transitorio, poiché gli avversari di oggi sono gli amici di stasera), con una sigla che ne decreta la leggenda personale. Così Anthony Brook non è conosciuto come Anthony Brook, bensì come il Faccendiere, o l’Uomo Che Sbriga Le Faccende, per la capacità che ha dimostrato di violare, con negazioni irriverenti, l’andamento di piani concordati, per raggiungere risultati d’eccellenza con modalità sorprendenti e perciò tanto più efficaci. E, come osservato in precedenza a proposito del Mente, qualcosa di effettivo viene conservato nei soprannomi. Non nel caso tuttavia dell’amore che Anthony consuma, fiamma lenta e calda e mai minacciata in anni e anni, per sua moglie Antonya, per la quale egli si è adoperato a non risolvere mai le Faccende d’Amore: non va risolto, l’amore; questo è l’insegnamento della vecchia generazione occidentale.
Quando l’avventura professionale del Faccendiere fu, a sua detta, giunta al termine, Anthony e Antonya si risolsero a trasferirsi nel nord del Sudafrica, poco dopo che Nelson Mandela aveva assunto la presidenza onoraria del paese. Introdotti comunque nell’élite (essi conobbero in anticipo su molti altri addetti della comunità governativa il segreto di Mandela: il figlio Makgatho ammorbato dall’Aids), dimoravano in una splendida casa coloniale, bianca dalla vernice parzialmente screpolata e tuttavia accecante nella luce del mezzodì, proprio ai margini della pianura di savana opposti a quella foresta di mangrovie rettili e aborigeni.
Lì, nemmeno sei mesi orsono, Antonya è stata aggredita: da un tumore al midollo.
Ed è morta.
Nello svolgimento della sua professione il Faccendiere mai ha ucciso un uomo. Uomini sono morti, per le varie operazioni segrete, ma non li ha mai uccisi lui direttamente. Non ha mai visto un cadavere, la morte non è faccenda da Faccendieri.
E ora Anthony sta assolvendo all’ultima volontà di Antonya: che è essere sepolta con un rito celebrato da quegli aborigeni, che lei aveva studiato conosciuto e amato in questi anni, proprio sul confine tra la pianura di savana e quella foresta.
Sembrerebbe una fiction e invece è vero. Sembrerebbe improbabile e invece è solo cultura, sovrapposta alla natura.
L’entrata di quest’uomo nel racconto è una tragedia personale, privata, occultata agli occhi di chiunque se non a quelli di aborigeni catapultati nel presente da un tempo buio, terrifico, ritualizzato.
Entra il Faccendiere.

Allucinava, da mesi. La mente che vacilla è una difesa all’inadeguatezza che lascia scampo.
Giorni prima aveva visto il cielo – una giornata calda, i contorni delle mangrovie nell’orizzonte arancione che parevano monoliti di basalto – il cielo a forma di una sterminata rosa azzurrina. Per ore era rimasto incantato, il televisore acceso dentro alle sue spalle, nel buio fresco della stanza, dove era il divano su cui sua moglie moriva un giorno di più. Ogni giorno, una porzione di morte.
Può un uomo tollerare questo dolore? Che cos’è il dolore? Chi soffre non è profondo, finalmente. Non essere profondi è finalmente la modulazione del riposo, dell’amore concesso.
Come faceva Antonya a scrutarlo serena, smangiata dal giallo limone dell’ittero del cancro, sotto la zanzariera che si scuoteva dolcemente nella brezza? Il vento attraversa la casa, la sorte attraversa l’uomo, e la donna.
Anthony Brook, detto in altri tempi e altrove il Faccendiere, era uscito a scrutare l’orizzonte piatto e magnificente dopo avere visionato nel televisore, insieme a sua moglie a cui mancavano poche ore, le immagini trasmesse da tre miliardi di chilometri dal punto in cui si trovavano entrambi, lui il vivo e lei la morta: la sonda Cassini-Huygens era entrata nell’orbita di Saturno, il pianeta magnetico con il nucleo in roccia rovente, dieci volte la Terra, la superficie striata fatta di gas e battuta, sotto la coltre di nubi solforiche, da venti che raggiungevano i 500 chilometri all’ora. Essere investito da quel vento solforico! Cancellàti! E la sonda, sparata sette anni prima, in piena notte, innalzatasi nella luce di un giorno artificiale per la deflagrazione del combustibile pressato nei razzi, in accelerazione fuoriuscita a fatica e con enormi stridii delle strutture dall’atmosfera densa e rara della sfera terrestre, si era trasformata nel percorso, aveva espanso la larga antenna in carbonfibra di fattura italiana, un proiettile idiota a strumentazione intelligente, in vista l’enorme sfera di gas compresso in materia solida, placido, numinoso, di Saturno: marroncino, anellato.
Una nuova forma di intelligence. L’avanguardia del servizio segreto.
E la sonda, sette anni dopo, si era capovolta, per proteggersi dalla materia inerte che ruotava a forma di ciclopici anelli intorno al pianeta liquido Saturno, anelli rosacarne, polvere in stato adiabatico. Aveva decelerato. Era stata attratta e catturata dalla gravità del globo liquido. E aveva inviato le prime foto: sgranate, in bianco e nero, fantastici giochi regolari di materia in fluttuazione. E il pulviscolo che si piegava docile alle variazioni del vento solare, spostato dai fotoni che percorrono in uscita il sistema. E, giù, a ventimila chilometri, le prime tempeste letali, furibonde, che sconvolgevano la superficie incerta del pianeta. Aveva detto il responsabile americano della missione: “Servirà a comprendere cos’era la terra al suo primordio”. Anthony e sua moglie che stava morendo erano rimasti incantati dalle foto di quegli anelli: una seta, sembrava, un tessuto accarezzato nel libero infinito, nero. Cosa pensava che fosse, l’idiota americano, la Terra dei primordi? Questo grumo carcinomatoso, questa storia che si contrce su di sé, si avvizzisce…
Allucinava. Aveva inoltrato una domanda all’ospedale centrale di Joahnnesburg. Accettava il cancro, ma soltanto perché era di sua moglie, ed era consapevole di questa crudeltà naturale, e però rifiutava decisamente l’ipotesi dell’incoscienza finale di lei: sarebbe entrata nell’incoscienza! Ancora viva, per gli ultimi minuti, senza accorgersi di lui! La morte non è un affronto, è la natura sommaria delle cose tutte, ammesso che la natura sia sommaria.
Antonya aveva rifiutato il ricovero: “Qui è più bello. Mi fermo nella bellezza. Manca poco ormai, sarebbe inutile”. Sostituiva l’utile con il bello. I processi degenerativi avanzavano, nemmeno più un’insidia, ma uno sconfinamento conclamato. E la paura di finire demente non era per lei più forte delle metastasi: la paura non tutela la vita, la paura è più della vita. L’inferno in terra: un annuncio. Come possono non rendersi conto di un’ovvietà così evidente, i medici e gli ospedali? Pazzi scientifici. Il loro delirio riduzionista. Le loro tragiche misinterpretazioni dei fatti. I loro bilanci da laboratorio. La ricerca dei fondi. A scavare, sotto qualunque azione, ci trovi questo: diplomazia, compromesso, il sottobanco accessorio. Il sale del divenire. L’aceto dato da bere al Cristo. Lo scandalo.
Insorge, si muore. E’ così. Un giorno una cellula devia, attiva nere potenzialità che ha proprie, in istato latente. Le potenze delle cellule: stando alle potenze, potrebbe esistere un antimondo cancerogeno, nero, che vuole fortemente prolificare. Un universo in cui una cellula sana sarebbe pronta a corrodere e sarebbe investigata come patologica. Un mondo teratologico, corpi devastati dai bubboni che funzionano armoniosamente, sostanze colloidali, metastasi libere di esprimersi, una creatività divaricata, sovraccarica di speranze, intimamente diretta alla sopravvivenza dell’equilibrio – di un equilibrio diverso. Recentemente certi scienziati avevano identificato quello che gli organi di stampa avevano battezzato “il vagito dell’universo”: era un tumore sonoro. Lo si poteva ascoltare in Rete (Anthony e Antonya l’avevano ascoltato insieme, e lei sorrideva dolcemente, pazientemente): il suono primario, ultraprimordiale, la prima frequenza emessa dall’immenso bambino universale, lo stridio impressionante era alla fine un salto di ottave, anonimo e perciò ancora più bestiale, freddissimo. L’espandersi organico di un grande animale cosmico, intessuto di materia e di pensiero, che divora ciò che gli è esterno, portando esso stesso il verbo dello spazio nelle regioni non fatte di spazio, che lo contengono, esplodendo nei quark e nei mesoni e nei muoni, facendo impazzire le stringhe, le teorie, la fervida immaginazione compressa nello stato potenziale, che al suo interno si sarebbe manifestata in forma di carne umana. La vita come tumore che va in metastasi, conquista lo spazio silenzioso e pacifico.
E c’era da ricordare, qualche anno prima, quando Hubble era in piena funzione e osservava stupito il messaggio di una luce antica di milioni di anni, che l’astrofisico Stephen Hawking, quella striscia di carne andata a male e contorta che desidera confinare Dio in una formula, definì “ultimo grido della materia” la frequenza emessa da un sistema solare che veniva inghiottito da un buco nero. Hubble e Hawking: feti che scrutano l’immenso utero bambino, in perenne espansione, finché la catastrofe non si rovesci e tutto torni su di sé, oltre l’innominabile punto iniziale, la superfibrillazione di più materie, di luci oltre la luce, di piani infiniti che collimano distinguendosi. Hubble e Hawking: la macchina lucida senza intelligenza e l’uomo deforme compresso nella testa.
Dai fatti, si scivola nel delirio.
Questo era capitato ad Anthony con l’approssimarsi, ormai imminente, della morte di Antonya.
“Sono un cadavere in movimento”, si diceva. Cos’è questo corpo fatto di cibo sedimentato? Minerali, sostanze grasse, lardellari. Una marionetta molliccia, un funzionamento scadente. La spugna dei polmoni, i bronchioli scoppiati. Una sacca svuotata. Che differenza, qui e ora, tra lui e Stephen Hawking? Se non altro, Hawking disponeva di una compassione mondiale. Un tributo generalizzato, l’ammirazione della platea planetaria. E’ storto e vede i segreti legami tra gli astri. Ma lui, Anthony? Soltanto rancore. Bastava toccarlo e i pori secernevano sebo e rancore.
Aveva vissuto nel crimine e nel segreto eletti a norma, e questo lo tormentava: si stava facendo vecchio, evidentemente, e la morte imminente di sua moglie certificava l’imminenza della sua. La mente è pura ossessione. E compulsiva, per di più. I pensieri, le idee, le più alte creazioni dell’uomo: sono ossessioni. La mente del neonato è calma, un sonno senza eguali. La increspano ossessioni. L’uomo reagisce al mondo ossessionandosi. L’esternalizzazione dell’uomo è malattia allo stato puro: malattia mentale. Perché non era mai nato un antiuomo a dire come stavano davvero le cose? Quale bisogno abbiamo di nascere e di reagire? Nascere significa reagire. Sentire è irritarsi. Che avventura penosa!
Era ossessionato dal ricordo di incarichi e operazioni lontani nel tempo: il ricatto perpetrato facendo sparire una bambina tedesca, le foto del pompino di un ministro inglese a un giovane con i capelli a spazzola arancioni. E da cos’altro era tormentato?
La colpa sorda gli premeva sullo sterno. Si sentiva cristianizzato, cattolicizzato. Ammetti tutti i tuoi errori, Anthony, vecchia cotica andata a male. Confessali prima di morire. Questo sudore cristiano lo mandava ai pazzi. Che bisogno c’era? Dov’era l’ultimo giudice? Chi gli calcolava la pena?

La pena era stata comminata e fu eseguita il mattino, alle quattro, fuori il cielo era fosforescente sulla pianura argentea a quell’ora, nel vento già caldo: Antonya rantolava e poi non rantolò più.
Anthony preparò il rito.
Aveva contattato, come richiesto da Antonya mesi addietro, gli stregoni degli aborigeni.
Restò un giorno col cadavere di lei sotto la zanzariera.
Il giorno successivo, non avendo dormito, gli aborigeni vennero a prenderla e Anthony seguì docile il piccolo corteo negro, piumato, coloratissimo.
La seppellirono saltando, ululando stridii di risa, incenerendo un serpente morto sul piccolo tumulo in terra battuta, nel quale fu inserita, su richiesta di Anthony, una croce in legno bianco: paletti militari.
Pensava di essere debole, cariato: pensava di essere giunto alla fine.
In pochi giorni, invece, all’abbattimento profondo, per causa del quale non riusciva nemmeno a muovere la mandibola e a parlare, si trovò a guidare verso Johannesburg il suo pick up.
Avanzò la proposta a un amico che continuava a collaborare con un’agenzia privata di intelligence aziendale. Trascorse qualche giorno, e poi l’incarico arrivò.
Sul divano dove moriva sua moglie, distese la foto sgranata d el manager italiano detto il Mente.

 

Mondo libero: Michele Mengoli su L’anno luce

annoluce.jpgGiuseppe Genna, dentro le speculazioni del nostro tempo
di MICHELE MENGOLI
[da Mondo libero – febbraio 2006]
frecciabr.gif La versione pdf dell’articolo su “L’anno luce” [174k]
(…) Prima degli ultimi due capitoli, il libro di Genna, in libreria, stava negli scaffali riservati alla “Giallistica” (sotto-genere: “Spionaggio industriale”); quando lo finisci, invece, ti rendi conto che L’anno luce è passato nel settore “Letteratura”. Ed è veritiera la definizione della bandella in sovraccoperta: “… tragedia classica dei nostri giorni. Il primo romanzo neoborghese italiano” (…) [CONTINUA]