thriller

“Cardinal” e l’inerte perfezione del thriller

“Cardinal” è una miniserie canadese in sei puntate, prodotta dalla HBO e a suo modo perfetta, il che determina che non decolla. Deve essere trasmutata o allargata, per condurla al di là della sua piccola perfezione, che risiede nell’esattezza geometrica con cui gli sceneggiatori si sono mossi tra gli stilemi del genere detection. C’è tutto e tutto è al suo posto giusto: la coppia investigativa, l’ipotesi di complotto interno, la coppia dei colpevoli, l’oltranza sulle vittime, l’inappartenenza a un regime simbolico condiviso e quindi l’approfondimento di manie compulsive da parte sia di chi indaga sia di chi è indagato, il buio e il claustrofobico, la corruzione e l’immoralità, il regime famigliare sfasciato a ogni livello, le location esotiche e gelide che creano una sorta di contropiano a “True detective”, serie alla quale la sigla di “Cardinal” si ispira patentemente. Cosa intendo, se dico che non decolla? Intendo che ormai una narrazione thrilling è orizzontale, se ripetta i complessi e molto evoluti cliché di genere, pur disponendo di una regia professionalmente alta e competente e a tratti più o meno sorprendente. Il compito è dunque svolto benissimo. Si ravvedono comunque oltranze, rispetto al solito, particolarmente nel disvelamento di ciò che prima era ellittico, cioè le violenze in tempo reale sulle vittime, che sono l’autentico momento d’avanguardia di un prodotto particolarmente composto e corretto nella scrittura. Il casting, anche, è perfetto: per esempio, l’interprete del protagonista John Cardinal è Billy Campbell, che rivestiva il ruolo del candidato in “The killing”, affiancato da una non così scontatamente sorprendente detective Lise Delorme, interpretata dalla canadese Karine Vanasse, davvero molto brava. Al momento non si crea memorabilità. Perché? Suppongo per due motivi: manca l’ingaggio metafisico e il contesto storico in cui si iscrive questa ennesima variazione nera è svantaggioso. E’ proprio la dimostrazione di quanto suppuri il bubbone nero. Qualunque salvezza, qualunque redenzione, così come qualunque dannazione, in qualche modo trovano interdizione nel racconto nero contemporaneo. Serve compiere uno sforzo ulteriore, con tutti i rischi del caso, dalla possibilità di fallire il mainstream al crollo in qualcosa di agrammaticale (come nel caso di “The OA”). Serve un salto in un universo altro che sia qui e ora, nell’universo che consideriamo reale, cioè nel realismo.

Su Micromega: ‘Morirai guardata’

E’ stato pubblicato sul numero 3/11 di ‘Micromega’, dedicato ai “crimini d’establishment”, un finto faldone di work in progress allestito dal Miserabile Scrittore: l’oscenità e l’azzeramento del thrilling intorno al personaggio vuoto e alla storia irrilevante di Lady D.

Micromega
Crimini d’establishment
Il sommario

Morirai guardata

Un progetto di romanzo su Lady Diana
di Giuseppe Genna

Luce bianca immensa.
In un attimo l’attimo si dilata all’infinito, dentro questa luce fosforica, fredda, luce della decenza.
Tu sei la cultura che ci fa tutti, la luce bianca è la cultura che ci abbraccia tutti.
È stato un incendio tutto questo nostro povero vivere di sogno.
Questa corsa inusuale a saltare l’asta, a salire di grado, a spaccare il muro del suono e delle immagini, a trascegliere un diverso destino per una forma umana – un esito etereo, liminale, era la parola spettro diventata l’angelo di un’umanità a venire. Grazie a te è venuta. Tu, nell’esplosione istantanea di questa luce bianchissima, che calcina tutto, la pelle dei sedili e quella sbrecciata del maschio cadavere pesante al tuo fianco, l’iride e la macchia di sangue rappreso colato dall’angolo sinistro della tua bocca semiaperta e la piccola bolla di saliva e sangue, l’uomo seduto nell’abitacolo che urla davanti con il volto resecato di netto nel naso e nel mento e le mandibole danneggiate, e il maschio imbolsito senza capelli chino sul volante con la epa pressata e la fronte a schiacciare il clacson e tutte le cose sono calcinate bianche ora e per sempre da ora. Non prima di ora, qui.
L’ululato del clacson, voi quattro disumanamente immobili fratturati, slogati, emorragici – in questa grotta parigina perfettamente levigata e illuminata dai fasci arancioni delle lampade a gas, questa pista impossibile da percorrersi velocissima, non una prateria di erba da calpestare con il cavallo che scompare dall’arcione e sì, si innalza il corpo nell’azzurro gelido e rarefatto, in un dakota finale verso il dio sole, che feconda ogni madre. Qualunque stella feconda qualunque pianeta.
La stellina che eri nel palcoscenico a piattaforma che ruota attorno.
La non propriamente massaia non propriamente capo di Stato.
La modella azzannata dalle luci di una ribalta rasoterra.
Non sei niente dentro questa luce immensa che abbaglia noi tutti e non smetterà nei decenni a venire di abbagliarci del suo niente, della sua nullificazione, di vuoto e ossigeno assente, soffocante come una emorragia interna o un polmone collassato?

La luce del flash finale sul tuo corpo di deità del nulla.

Gli spettatori a miliardi dietro quella luce.

Jet presi, yacht abbordati, auto di lusso occupate, gossip abitati con levità, stanze e stanze dai soffitti altissimi e dai sussurri assassini.
In quelle stanze, nel Palazzo, ti sei mossa. Uscita, sei rientrata, lì, in forma di spettro sconvolgente, tutti i Banquo spaventati nel vederti irradiata dalla luce della telecamera. Ordivi discorsi televisivi come monsoni un demiurgo di tutti i climi.

Stati si sono mossi per te. Guardie del corpo. Uomini ombra. Establishment silenti. Nazioni straniere. Servizi segreti. Economie di guerra in istallo per i tuoi discorsi televisivi. Security deviate. Magnati.

La tua corsa verso l’oro della morte, verso l’apertura luminosissima, nel tunnel buio.
Ecco come sei morta: guardata.
Ecco come sei morta.

Anno: 97 del secolo Ventesimo. Giorno: il 30. Mese: agosto afoso, caldo come una guancia.
Località, dal generale al particolare: Parigi, Place Vendôme, Hotel Ritz.
Le immagini sono sgranate, frame distaccati, una lumescenza sinistra, una sovraesposizione che rende i corpi trasparenti quasi, irreali quasi e subordinati a una logica ultravioletta, infraterrestre.
Siete spettri.
Tu e il tuo nuovo compagno, Dodi Al Fayed, figlio del milionario Mohamed Al Fayed, che possiede i magazzini Harrod’s in piena Londra e pietisce e preme e complotta per ottenere il passaporto inglese che i Windsor, famiglia regnante britannica, gli nega costantemente. Tu hai scelto il figlio del miliardario pericoloso, lo hai puntato come un corpo contundente verso l’occipite della regina Elisabetta II, colei che nasconde, carsico, l’Impero.

Il generale Fabio Mini ha detto: “Per quanto riguarda i cosiddetti mercenari, l’esercito inglese ha una convenzione particolare con due agenzie di sicurezza private: tutti i soldati inglesi che sono congedati per anzianità hanno l’assunzione preferenziale della compagnia della sicurezza. In questo modo vengono reinseriti nel mercato di lavoro molte persone che dovrebbero altrimenti riqualificarsi in altri modi.”
Richiesto circa chi controlli il controllabile, sul pianeta, il militare rispose non “USA”, bensì accenni alla Corona inglese.

Riprese a circuito chiuso dall’interno del Ritz Hotel, il 31 agosto 1997 alle ore 00.19’50”.
A stacchi, spettrali, lattescenti, Diana Spencer in completo scuro, sorridente e dimagrita, dall’alto la si nota, accompagnata dal compagno Dodi Al Fayed, a frame da 1 sec., impressionanti, si vedono le nuche, la guardia del corpo Trevor Rees-Jones, più avanti l’autista della Mercedes classe S-280 non blindata, lui non è affatto alterato dall’alcol, è il pilota che guiderà fino allo scontro fatale contro il tredicesimo pilone sinistro nel tunnel dell’Alma, si chiama Henri Paul e verrà organizzata una congiura per fare risultare un tasso alcolemico assai elevato nel suo sangue, ma sarà uno scambio di fiale di sangue da un cadavere di suicida a quello del cadavere di Henri Paul, che a un quarto di ora dalla mezzanotte viene ripreso dalle telecamere del Ritz Hotel mentre si china con destrezza per allacciarsi prima la scarpa destra e poi con un piccolo balzo muta appoggio per allacciarsi dunque le stringhe della scarpa sinistra.
Diana Spencer veste jeans Versace bianchi, una giacca Versace blu. Morbido e opaco scamosciato il giubbotto di Dodi Al Fayed.
È l’uscita di servizio, quella che non dà su Place Vendôme ma su Rue Cambon e il corridoio è squallido, è mezzanotte, Dodi Al Fayed indossa jeans Calvin Klein, le piastrelle all’uscita sembrano quelle di una toilette in un autogrill autostradale.

Le telecamere del Ritz Hotel inquadrano, nel corso della giornata, fino alla mezzanotte, in Place Vendôme, moltissimi turisti e fotografi paparazzi, accalcati, tentano tutti di rubare un’immagine, la scia numinosa della Dea Diana, ma ci sono decine di persone che si tengono distanti dalla folla, oppure vi si inseriscono e non sono né turisti né fotografi e l’ex sovrintendente di Scotland Yard John McNamara li riconosce a uno a uno: sono tutti agenti dei servizi segreti britannici.
Ruotano, spariscono di vista, rientrano in vista, gli occhiali scuri, verso l’abitazione di Chopin, vanno, si voltano, a turno, molti, uomini e donne, castigatissimi, il modo migliore per farsi notare: cerchiamoli di pixel rossi nei fermoimmagine.

Versace, di cui è vestita Diana Spencer, è il marchio derivante dalla vita e dalla morte di Gianni Versace, lo stilista calabrese molto amico della ex principessa del Galles, ucciso in circostanze ambigue e misteriose, a Miami, il 15 luglio 1997 – poche settimane prima di questo momento sgranato in cui Diana e Dodi e la body guard Trevor Rees-Jones e l’uomo del volante Henri Paul corrono e corrono e corrono nell’abitacolo della Mercedes classe S-280 non blindata.
Il 15 luglio 1997 Versace viene assassinato da uno squilibrato sugli scalini della propria abitazione a Miami Beach. Le circostanze del delitto non appaiono immediatamente chiare. L’assassino, un certo Andrew Cunanan, è un tossicodipendente, dedito alla prostituzione onosessuale e presunto serial killer omosessuale, sospettato di aver assassinato in precedenza alcune altre persone omosessuali, e per questo da tempo ricercato. Dopo una misteriosa fuga, Cunanan si uccide prima di essere catturato dalla polizia statunitense, che lo assedia a bordo di un’imbarcazione nel porto di Miami.
I funerali di Gianni Versace si svolsero nel Duomo di Milano il 22 luglio. Lady Diana è nell’occhio delle telecamere, consumata, consolata dall’amico di sempre Elton John, cantante di fama mondiale. Donatella Versace dichiara al Corriere della Sera che le autorità ecclesiastiche del Duomo di Milano impedirono che si nominasse durante la funzione il compagno dello stilista. E anche Elton John si è lamentato: “Fu una messa ingessata, il prete volle controllare anche i testi dei salmi che avremmo voluto cantare io e Sting!!! Fu una esperienza orribile”.

La Mercedes classe S-280 non blindata su cui Diana e Dodi si intrufolano come ladri, rincorsi da paparazzi voraci di immagini a bordo di motoveicoli velocissimi! È stata condotta all’uscita di servizio del Ritz Hotel, in Rue Cambon, da Frederic Lucard, impiegato in qualità di autista alla Etoile Limousines. Il numero di targa della berlina è 688 LTV 75. Non soltanto non è a prova di proiettile, ma nemmeno dispone di vetri oscurati.
Si sporge dall’uscita di sicurezza, mentre Henri Paul chiacchiera con Diana e Dodi, la guardia del corpo Trevor Rees-Jones. Egli nota un’auto utilitaria a due portiere, probabilmente una Fiat, probabilmente modello Uno, spuntare nella via e dietro questa vettura alcune motociclette e motociclisti – dirà ai processi dopo che la faccia gli è stata tagliata via di netto nell’incidente, lui è l’unico sopravvissuto, non ricorda niente, molti sospettano che finga di non ricordare niente: ha paura, l’intrigo continua, la cospirazione è perenne, lo eliminerebbero se parlasse, anche a distanza di quattordici anni!

La Mercedes classe S-280 non blindata su cui Diana e Dodi si intrufolano come ladri! È stata rubata, quell’automobile! Qualche mese addietro. Era stata parcheggiata in Rue Lamennais davanti al prestigioso ristorante Taillevent, in attesa che gli ospiti terminassero il loro pasto e la portiera dell’auto era stata forzata, spalancata, all’improvviso lo chaffeur si era trovata una pistola puntata addosso, tre arabi armati (parlavano arabo) lo avevano fatto scendere e si erano allontanati con la Mercedes. L’autista aveva dichiarato che sembrava, quello arabo, “un commando militare arabo”. Sarebbe stata ritrovata, l’auto, in condizioni disastrate, due settimane dopo, a Montreuil. Pneumatici bucati, portiere divelte, sistema elettronico e meccanismo di controllo dei freni ABS rubati.

Percorso da compiere: partire da Rue Cambon, affacciarsi su Rivoli, circumnavigare la Concorde, prendendo gli Champs Elysées, poco prima di Charles De Gaulle voltare a destra, nella stretta Rue Arsène-Houssaye. Pochi minuti. È tutto diritto molto semplice.
A Place de la Concorde, Henri Paul si allontana clamorosamente invece dal percorso semplice, si dirige verso la lontana Place de l’Alma.

Il giudice incaricato dell’inchiesta francese, la prima, la immediata, Hervé Stephan, non ha mai preso in considerazione la domanda circa i motivi che hanno spinto Henri Paul a deviare in maniera decisiva il percorso. La velocità di crociera e le foto scattate dai paparazzi, in cui si nota un Henri Paul ironico e rilassato, dimostrano che non è imputabile al supposto assedio dei paparazzi quanto accaduto nel tunnel della morte.

Folla di paparazzi davanti al Ritz, in Place Vendôme, avvertiti che sta per uscire la coppia dei sogni planetari: donne e uomini credono a un’immagine. Sono il popolo della Principessa che non lo è più. Sfrigolano nel sole e nella pioggia. Sussurrano a ogni latitudine: “Diana è incinta. Dodi la ha fecondata”. I paparazzi sono scatenati per questo: vogliono immortalare il ventre lievemente ricurvo di Diana, lì c’è l’erede pronto a fare smottare il regno cristianissimo, il fratellastro musulmano del legittimo erede al trono William. Ciò è gravissimo…
Alcuni fotografi esperti intuiscono che li stanno fottendo: la coppia non uscirà in Place Vendôme, stanno uscendo da dietro. Corrono, inforcano le moto, ecco: è fatto il nugolo, la pestilenza, i bubboni semoventi, lo sciame del contagio. Inseguono come bolidi il veicolo scuro, dentro il cui utero è Diana, dentro il cui utero è il piccolissimo feto islamico.

LA QUESTIONE DEL FRATELLASTRO ISLAMICO DEL PRINCIPE WILLIAM E DEL PRINCIPINO HENRY NON È UN MOVENTE SUFFICIENTE PER SCATENARE UN’OPERAZIONE OMICIDA COSÌ COMPLESSA, CON TANTI ELEMENTI IN GIOCO, MOLTI DEI QUALI INDIVIDUABILI. NON HA SENSO ALCUNO, NON SI RAVVEDE L’ECONOMIA DELL’INTELLIGENZA – DELL’INTELLIGENCE.

Una determinata immagine di Diana con Dodi viene valutata in prospettiva fino a un milione di sterline.

A 35.000 sterline ammonta quanto annualmente percepisce Henri Paul per effettuare sorveglianza privata e fornire informazioni ai servizi segreti – il Ritz Hotel di Parigi è un luogo di transito centrale per le intelligence in Europa. Lo stipendio di Henri Paul è valutabile in 20.000 sterline, molto meno di quanto percepisca con le sue discrete collaborazioni. Secondo l’ex agente del servizio segreto britannico MI6, Richard Tomlinson, un elemento che fornisce disinformazione informatissima sul caso Diana, chiunque nel giro dell’intelligence internazionale sa che Henri Paul è egli stesso un agente MI6. Henri Paul, al momento del ritrovamento del suo cadavere, ha in tasca 2.000 sterline – una somma spropositata a mezzanotte a lavoro. Secondo il giornalista investigativo Gerald Posner, fonti altolocate americane avrebbero in mano le prove che, prima di ritornare al Ritz, Henri Paul abbia trascorso un paio di ore con un agente della DGSE, la Direction Géneral de la Sécurité Extérieure, la CIA francese. Nelle settimane precedenti l’incidente, una somma di 8.000 sterline era stata accreditata sui conti intestati a Henri Paul. Una piccola parte delle 140.000 sterline che aveva guadagnato negli anni, collaborando con i servizi britannici, israeliani e altri.

HENRI PAUL È STATO VITTIMA DI UN INCIDENTE DI CUI NULLA SAPEVA, STIPENDIATO PER DEVIARE LA MERCEDES VERSO IL TUNNEL DELL’ALMA, DOVE SI SAREBBE CONSUMATO A SUA INSAPUTA UN OMICIDIO COLLETTIVO – EGLI STESSO UNA DELLE VITTIME.

Henri Paul non era ubriaco, come sostenuto dall’inchiesta ufficiale parigina. Beveva moltissima Coca-Cola Light. Quando perquisiscono il suo appartamento, nella notte, a poche ore dalla morte, rinvengono un quantitativo sconcertante di bottiglie di Coca-Cola Light: duecentoquaranta.

SCENA DELLE BOTTIGLIE DI COCA COLA LIGHT OVUNQUE NEL PICCOLO BILOCALE DELL’UOMO.

La Fiat Uno bianca che Trevor Rees-Jones, in auto sul sedile accanto a quello del guidatore Henri Paul, dice di avere scorto già nei pressi del Ritz Hotel.

Una lettrice o un lettore italiani non saranno indifferenti a una notizia come questa: la presenza di una Fiat Uno bianca sulla scena di un possibile omicidio.

Fonte anonima all’autore: “In Liguria, a pochi chilometri da … esiste una base che potremmo ricondurre al cosiddetto ‘terzo servizio’ italiano, che dovrebbe essere il servizio realmente segreto. È ovviamente una bufala, possiamo considerare il ‘terzo servizio’ come una branca più o meno legittima dei servizi di sicurezza, un’agenzia a parte. Gli Stati Uniti dispongono di un network di cinquantadue agenzie di sicurezza note. La specialità di questo campo base in Liguria è questa: sanno addestrare a realizzare omicidi che sembrino incidenti automobilistici. Perfino gli inglesi ci vengono. Li addestrano gli italiani. Tieni presente che esiste una relazione tra il caso italiano della Uno bianca e questa base ligure. Non mi stupisce che appaia una Uno bianca anche in relazione con l’affaire Lady D…”

Testimoni che si trovavano all’interno del tunnel dell’Alma al momento dell’impatto della Mercedes di Diana contro il pilone sostengono: “Abbiamo notato un enorme bagliore prima dell’incidente”.

È il cosiddetto “flash”. Un’arma di guerra metropolitana e non soltanto.

Si tratta di device che producono stordimento, inimmaginabili luci militari ad altissimo voltaggio, utilizzate come sofisticata arma in particolari raid dall’esercito britannico. Accecano e disorientano la vittima per più di un minuto.

Richard Tomlinson, accusato di testimoniare il falso, incarcerato, risulta invece spesso la fonte più sicura di informazioni relative al caso Diana: “Il flash è l’ideale per simulare un incidente, compiendo un omicidio. Il tunnel è un luogo ideale per compiere un omicidio. L’incidente come simulazione è l’ideale”.

La Mercedes S-280 non poteva entrare nell’imbocco del tunnel a una velocità superiore ai 150 km/h, poiché avrebbe sbandato immediatamente. La velocità era forzatamente inferiore a quella. Si è calcolato che l’automobile procedesse a una velocità media di 80/90 km/h, quando ha sbattuto contro il tredicesimo pilone.

Le videocamere all’entrata del tunnel dell’Alma, quella notte, erano spente per un disguido tecnico. A sei anni dalla morte di Diana, la polizia francese ammette che una videocamera era effettivamente funzionante: viene dunque stabilito che la Mercedes fa il suo ingresso nel tunnel a 102 km/h, e va decelerando.

ECCO DUNQUE IL PERNO DELLA STORIA, È DA QUI CHE PARTE E INTORNO A QUI RUOTA LA STORIA, LA FINZIONE, IL ROMANZO, FRENETICAMENTE DA FARE FIBRILLARE COME IL RED RIDING QUARTET DI DAVID PEACE.

A tre settimane dalla morte di Diana, la polizia francese nega ancora l’esistenza, sulla scena del disastro, di una Fiat Uno bianca, che avrebbe scartato verso la Mercedes prima che questa sbandasse. Sotto la pressione delle investigazioni giornalistiche e della messe di testimonianze che assicurano della presenza di quella utilitaria nel tunnel, la polizia concede che il fatto si sia potuto verificare. Il responsabile generale della polizia, Jean-Claude Mules, limita con direttiva personale le ricerche della Uno bianca alla sola area metropolitana parigina. Quando l’auto viene scoperta da investigatori indipendenti e si risale a un proprietario che è un paparazzo, il quale ha negato la propria presenza quella sera a Parigi, la polizia criminale e la sua responsabile Martine Monteil apparentemente non fanno menzione di tutto ciò al giudice dell’istruttoria. Il fotografo è già stato interrogato e scagionato da Jean-Claude Mules. Si chiama James Andanson.
Emerge che Andanson ha lavorato per il servizio segreto britannico MI6. La polizia tende a ignorare il dato.
Sulla carrozzeria della Mercedes che ha a bordo Diana vengono rinvenute tracce di vernice dovute a una strisciata, quasi che un’altra automobile abbia deliberatamente o meno toccato la berlina guidata da Henri Paul. La strisciata di vernice chiara è compatibile con un microdanno alla carrozzeria della Uno bianca di James Andanson.
A centinaia di miglia dalla sua residenza verrà ritrovato il cadavere di Andanson, a dieci anni dalla morte di Lady Diana: il corpo carbonizzato, chiuso nella Uno bianca a cui sono state date le fiamme. Lo hanno ucciso prima di dare fuoco a tutto, sono ritrovati due proiettili in testa. L’utilitaria risulta chiusa, ma non c’è traccia delle chiavi all’interno. Gli intimi di Andanson pensavano che l’uomo si trovasse in un’altra parte della Francia.

Il nome di Andanson rientra anche in un altro delicatissimo affare di Stato: il finto suicidio del primo ministro francese Pierre Bérégovoy. L’arma del supposto suicidio sarebbe una Magnum .37, ma il foro di uscita della pallottola è troppo piccolo per quel calibro Magnum. È a Nevers che si suiciderebbe Bérégovoy. Lì è anche, quel giorno, nelle stesse ore, lo stesso James Andanson. Viene tenuto fuori dell’inchiesta.

Andanson nel tunnella dell’Alma si trovava alla guida della Uno bianca, nella medesima direzione della Mercedes di Diana: le stava davanti, marciando tuttavia a una velocità minore. Tutto lascia intendere che Andanson conoscesse già il percorso alternativo che sorprendentemente Henri Paul avrebbe imboccato.
All’improvviso, la Fiat Uno accelera, secondo testimonianze raccolte dal noto giornalista Noel Botham.
Altri testimoni asseriscono di avere notato una coppia di motociclisti fermi in attesa delle due auto.
La Uno bianca scarta verso la Mercedes, che a sua volta si sposta sulla corsia all’estrema sinistra.
Le due auto si toccano.
Incredibilmente esplode un abbaglio abnorme, potentissimo, abissale, un colpo di luce accecante.
Non è il flash del paparazzo.
Entrambi i flash sono finali.
Henri Paul è accecato, presumibilmente.
I due motociclisti, che hanno fatto deflagrare quella luce assoluta, accelerano e la Mercedes S-280 sbanda, impatta contro il pilone, carambola, si ferma e l’ululato del clacson, stabile e privo di ritmo, una frequenza assordante, fende l’aria gassosa del tunnel, azionato dalla fronte sfondata dell’uomo che guidava.

“Tutto è accaduto esattamente come specificato nel piano per eliminare Slobodan Milosevič”.

Era accaduto a Ginevra. Il presidente serbo si dirigeva a una conferenza di pace, un cruciale appuntamento diplomatico. Il piano a cui fa riferimento l’ex uomo MI6 Tomlinson era stato elaborato nel 1992 da Nick Fishwick, responsabile delle operazioni nei Balcani per l’intelligence della Corona. Si prevedeva l’impiego di un dispositivo a forte capacità di stordimento, all’interno di un tunnel nei pressi di Ginevra. Questa opzione veniva preferita all’impiego di un commando paramilitare di oppositori del regime o dell’operazione di assassinio diretto attraverso l’impiego della cellula segreta INCREMENT, che se avesse fallito sarebbe però stata compromessa e avrebbe imbarazzato i massimi gradi inglesi.
L’attentato col flash venne organizzato. Il dispositivo fece il suo lavoro, ma Slobodan Milosevič, pur vittima di un incidente serio, si salvò.

PERCHÉ? QUALCOSA NON TORNA, È VERO: LA PRESENZA ASSIDUA FITTISSIMA DI AGENZIE SEGRETE IN PARIGI, CONTRAGENTI, MORTI SOSPETTE, SOSPETTI OCCULTI, UOMINI CHE RISULTANO GIÀ SOTTO INCHIESTA PER FATTI GRAVISSIMI E MISTERIOSI, OMICIDI CONCATENATI. QUEL GIORNO DI RIMESCOLAMENTI, DI VISCERE IN EMORRAGIA, DI FLASH CHE ESPLODONO IN ORGIA… TUTTAVIA NON BASTA: NON È SUFFICIENTE A TUTTO QUESTO ALCUN MOVENTE.

Il 4 marzo 2009 viene spedita da Milano una lettera cartacea in inglese all’attenzione del Principe William della Casata Windsor. Eccone il testo:

Altezza,
mi chiamo Giuseppe Genna e sono uno scrittore italiano. In allegato, il mio curriculum che evidenzia il numero di pubblicazioni, il loro carattere, quali siano state tradotte fuori dal mio Paese. Ho lavorato in qualità di attaché presso la Presidenza del Parlamento italiano. Il motivo di questa breve mia: da anni desidero scrivere circa l’affaire che ha visto coinvolta Sua madre, Diana Spencer. Non arrivo a chiederLe il permesso per attuare un’azione che – sono certo – La infastidisce in ogni caso. Tuttavia intendo preventivamente assicurarLe che nulla di offensivo o suppostamente scandaloso verrà da me pubblicato e Le chiedo di non procedere a eventuali azioni legali prima di avere personalmente letto il romanzo in questione. La tesi della narrazione consiste nell’inesistenza di qualunque complotto e nella tragicità di un destino che è stato luminoso, prima della sua precoce fine. Lungi dalle mie intenzioni offenderLa, volevo domandarLe un riscontro. Lei non ha mai esplicitamente dichiarato in pubblico cosa pensa di quella notte. Ritengo doveroso chiderLe di farlo in privato, nonostante il prevedibile silenzio. Di tutto, anche di questa lettera, mi scuso, se vengo a urtare la Sua sensibilità.

Il 18 maggio 2009 giungeva la risposta, in busta intestata della Casa Regnante inglese, con timbro del Foreign Office, datata due giorni prima.

“Per me non esiste thriller”.

Fatti: i fatti. Prima di tutto il fatto. Le nazioni. Le loro complesse derive!

Il tunnel dell’Alma viene chiuso al traffico. La Mercedes, dopo i momenti convulsi che seguono l’incidente, viene trasportata via. Immediatamente sono chiamati operatori a pulire ovunque con detergente, l’intera superficie asfaltata, i marciapiedi, i piloni. Sarà impossibile compiere un’indagine scientifica forense: tutto è dilavato, i frammenti, le schegge, il sangue, le tracce di pneumatici.

Nell’ottobre 1996, dieci mesi prima di morire, Diana Spencer annota: “Questa particolare fase della mia vita è estremamente pericolosa. Mio marito sta pianificando ‘un incidente’ della mia auto… freni non funzionanti, serii danni cerebrali, per aprirsi la strada al matrimonio”.

Il matrimonio con Carlo va male da subito. Diana non dorme nella stanza da letto con il marito, dopo la nascita dell’erede, William. È relegata in una sorta di nursery di Buckingham Palace. Va in bulimia e in anoressia. Tenta tre volte il suicidio: una quando si lancia dalla scalinata principale – tentativi falliti.

Un giorno fa il suo ingresso nello studio di Carlo, umiliata e condotta ai limiti della follia, afferra un tagliacarte mentre suo marito è gelido dietro la scrivania ed eccola, si spoglia, si libera dalla camicetta, Carlo è imbarazzato e agitato e fa per alzarsi, quando Diana si fora il seno sinistro nudo con il tagliacarte e Carlo urla, urla e inevitabilmente giungono i testimoni e lo diranno.

Carlo è l’amante di Camilla Parker Bowles, la quale è sposata con Andrew Parker Bowles, il quale è amante di Anna, la sorella di Carlo. Due fratelli fanno sesso con due coniugi.

Tre settimane prima della morte di Dodi e Diana, il criminale gentiluomo Peter Scott, al secolo Peter Craig Gulston, in stretto contatto con ambienti elevati della società britannica, chiede un incontro a Frances Shand Kydd, la madre di Diana. Le riferisce che “l’Establishment britannico” lo ha contattato affinché organizzasse prima la morte di Mohammed Al Fayed e poi di Dodi, in ragione della relazione con Diana.

Diana non ha più rapporti sessuali con Carlo dal momento del concepimento del principino Henry. Stringe un’affettuosa amicizia con il trentasettenne sergente Barry Mannakee, addetto alla sua sicurezza – un’amicizia del tutto platonica, secondo Rosa Monckton, intima amica della principessa. È il 1986. Filtra qualcosa, dal servizio segreto MI5. Carlo di Inghilterra viene a conoscenza della relazione tra sua moglie e Mannakee. Furibondo, nonostante lui stia tradendo stabilmente la sua legittima consorte con Camilla Parker Bowles, contatta i superiori di Mannakee e ne chiede l’immediato trasferimento. Ex abrupto il giovane ufficiale viene distaccato alla squadra per la protezione del corpo diplomatico e non vedrà mai più Diana. Letteralmente: Barry Mannakee muore in un oscuro incidente automobilistico nello East London, essendo passeggero sulla moto guidata da un collega, che va a schiantarsi contro un’auto che tentava di schivare un’altra vettura, risultata noleggiata da persone con documenti falsi.
La notizia viene data a Diana mentre sta scendendo dalla limousine che la sta portando, insieme a Carlo, sulla Croisette di Cannes. Carlo accenna en passant: “Sai quella tua guardia del corpo? Quel povero Mannakee… Beh: è morto in una specie di incidente”. Diana scende impietrita sul red carpet, è immortalata piangente.

Cercano di sottrarle il controllo dei figli, all’interno di Buckingham Palace. Su ordine di Carlo, si muovono i suoi quaranta valletti, tutti omosessuali dichiarati e per questo soprannominati “The Pink Mafia”. Coccolano William e Henry, cercano di escludere la madre dei due eredi dalle decisioni su alimentazione e svaghi ed educazione.

Tutte le telefonate da e per Buckingham Palace vengono intercettate dal 1985.

Quando lascerà il Palazzo e giungerà al divorzio, sputerà su quei “dodici anni di inferno del cazzo”.

Scopre la pelle ambrata di Dodi Al Fayed sullo yacht Jonikal, al largo della Sardegna e della Corsica, poi verso Nizza.

È passata per avventure che la hanno devastata. Un uomo, una delusione. Ogni sua aspettativa tradita, poiché le sue aspettative sono irrealistiche. Di qui, un’isteria primonovecentesca, rumorosa.

Carlo, intercettato, aveva detto a Camilla di sognare di essere un Tampax di lei.

Dodi non sa fare niente. Non vuole fare niente. “Non sai fare un cazzo!” gli urla addosso il padre, l’affarista Mohammed, in perenne lotta con la Famiglia Reale inglese.

La Famiglia Reale inglese è la Famiglia Irreale.

A 23 anni, Dodi mette in piedi, ovviamente con l’aiuto del padre, la Allied Stars Ltd. Si producono film. Dodi si muove a Hollywood come un Ancintrus in un acquario.
Breaking Glass è un successo.
Chariots of Fire ottiene sette nomination all’Oscar.
Nel 1991 si produce Hook, una storia ispirata a Peter Pan, con Robin Williams e Julia Roberts e Dustin Hoffman. Steven Spielberg ne è il regista.
Nel 1995 Dodi molla tutto.

La sua ex, Nona Summers, dice che Dodi sniffava cocaina. In un reportage apparso sulle pagine dell’edizione americana di Vanity Fair, un amico ricorda una serata al Waldorf Tower Hotel, a New York, negli appartamenti di Dodi: “Era la prima volta che vedevo un chilo intero di cocaina”.

Tra il 1977 e il 1990 una struttura segreta e parallela all’intelligence, detta The Clinic, disponeva in Inghilterra di fondi illimitati per omicidi ottenuti con operazioni coperte. È comprovato, per ammissione stessa di uno dei vertici di The Clinic, l’omicidio del maggiore Michael Marman attraverso un incidente che dissimulò l’assassinio. Il tutto venne operato attraverso una modifica del sistema frenante, bloccato temporaneamente attraverso un dispositivo che agiva a distanza dall’auto su cui viaggiava la vittima: una banale 2CV.

Il primo paparazzo giunge sul luogo dell’incidente, nel tunnel dell’Alma, a un minuto dallo schianto. Contate: 1, 2, 3, 4, 5, 6… e così fino a 60.

Il 19 settembre 1997 il presidente americano Bill Clinton avrebbe compiuto un gesto storico, firmando il trattato internazionale di bando delle mine. A convincerlo era stata Diana Spencer, attraverso la first lady americana, Hilary, sua grande amica. Diana era in odore di Nobel per la Pace, proprio per lo straordinario fuoco di fila mediatico con cui aveva colpito i fabbricanti internazionali di armi, e di mine in particolare.
Dopo la morte di Diana, Bill Clinton non firma il trattato antimine.

La CIA dichiara di essere in possesso di un fascicolo di novemila pagine riguardante Diana, i suoi spostamenti, le sue attività, le sue comunicazioni. Tale dossier viene tenuto segreto per motivi di sicurezza nazionale.

L’ALTRA IPOTESI, ALTERNATIVA AL FATTO CHE DIANA FOSSE INCINTA DI DODI, È CHE A MUOVERSI SIA STATA LA COMPAGINE DEI PRODUTTORI DI ARMI, UNA LOBBY SPIETATA A CUI LADY D. AVEVA MESSO I BASTONI TRA LE RUOTE. È UN MOVENTE CHE RISULTA INSUFFICIENTE A SPIEGARE UN’OPERAZIONE AL COPERTO DELLE DIMENSIONI DI QUELLA CHE AVREBBE AVUTO DIANA PER VITTIMA, NEL TUNNEL DELL’ALMA.

Giunge dunque a un minuto di distanza il paparazzo Romuald Rat, un energumeno, accompagnato sulla sua Honda 650 dal pilota Stephan Darmon. Immediatamente dopo frena e scende dalla moto il fotografo Christian Martinez. Diana è viva nell’abitacolo devastato, si lamenta in inglese, gli occhi chiusi, la mano a proteggere il ventre.
A proteggere il ventre.
Iniziano a fotografare. I flash infittiscono di luce il fondo buio dell’aria, una trama oscena, come qualunque scena.
Arrivano altri paparazzi, è un’orgia di luce, la gang bang del fosforo che tutto illumina, tutto calcina e tu dovresti morire qui, ma non muori.

Due furti a Londra entro le ventiquattro ore successive alla morte di Diana Spencer. Effrazione nella casa di Lionel Cherrault, photoeditor, alle 3 del mattino del 31 agosto 1997: sconosciuti rubano gli hard-disk su cui sono conservate le immagini ad alta risoluzione del corpo inanime di Diana. Effrazione a mezzanotte e mezzo del giorno successivo nell’ufficio di Darryn Paul Lyon, agente in possesso di straordinarie immagini della morte di Diana, trasmessegli via rete da un paparazzo – quelle foto sono state oggetto di trattative milionarie con media inglesi e americani.

L’autoambulanza impiega un tempo impossibile ad arrivare, un tempo impossibile a percorrere le poche centinaia di metri fino all’ospedale. Diana viene intubata a bordo dell’autolettiga alle ore 1.30 e giunge all’ospedale Pitié-Salpêtrière alle 2.06: precisamente un’ora e quarantasei minuti dopo l’incidente, dopo che l’ambulanza ha superato ben due ospedali, più vicini al luogo dello schianto.
Muore sotto i ferri alle ore 4.00.

Non si è trattato soltanto dell’arresto cardiaco, quello finale dopo i tentativi falliti di rianimazione. Oltre all’arteria polmonare sinistra, al braccio rotto, alle ferite interne toraciche, alla frattura dello sterno: il piccolo foro di un’inizezione all’anca – esso rimane privo di qualunque spiegazione, nessuno tra medici e paramedici ha praticato un’iniezione in quel punto, lievissimamente livido.

Carlo principe di Inghilterra atterra nel corso della notte a Parigi, a bordo di un jet militare. Diana è ricomposta, in una stanza riattata a morgue d’occasione. Carlo vi fa il suo ingresso, resta nella stanza per minuti e minuti. Esce, visibilmente scioccato, le lacrime che arrossano gli occhi e pronuncia un lapsus inesplicabile, all’indirizzo dei medici Riou e Pavie, che hanno tentato di salvare Diana in sala operatoria: “Felicitations!” urla quasi l’erede al trono del Regno Unito, anziché dire “Grazie” ai due chirurghi per tutto quello che hanno vanamente fatto.

Non esiste alcun motivo giustificabile per cui il cadavere di Diana venga semimbalsamato, attraverso l’inoculazione istantanea di un liquido conservativo a base di formaldeide: il che avviene. Ciò impedirà in futuro esami tossicologici, di gravidanza e autoptici sul cadavere. L’esame del sangue per stabilire un eventuale stato di gravidanza viene ugualmente impossibilitato dallo stato di imbalsamazione. Spariscono due fiale di sangue prelevato al momento dell’operazione. Le si ritrovano male conservate: sangue corrotto, semicoagulato.

A quasi quindici anni di distanza, la presenza mediatica dell’icona vuotissima di Diana Spencer ossessiona il pianeta. Soltanto in Italia, sono contate in una media di tre la settimana le apparizioni sui quotidiani e una la settimana quelle in televisione.

La scena dei suoi funerali, via etere, via cavo: la trasmissione televisiva più seguita della storia umana, che supera il record ottenuto dalle nozze tra Carlo e la stessa Diana.

SCENA IN CUI, GIORNI DOPO I FUNERALI, PRESSO IL MONUMENTO FUNEBRE AD ALTHORP PARK, NELL’AVITA RESIDENZA DELLA FAMIGLIA SPENCER, AL CENTRO DI UN LAGHETTO SU UNA PICCOLA ISOLA ARTIFICIALE, LA SAGOMA INONDATA DI LUCE DEL PRINCIPINO WILLIAM ESPOSTA ALLA VISIONE CHE TRAPASSA I MARMI, IL FERETRO, E VEDE I CONTORNI DEL CORPO DELLA MADRE E FLUORESCENTE LA FORMALDEIDE CHE HA ISOLATO IL PICCOLO FETO RICURVO NEL VENTRE DELLA MADRE MORTA, IL PICCOLO FETO PIEGATO SU SE STESSO, IL FRUTTO DI UNA FECONDAZIONE ISLAMICA NEL TERRITORIO VIVO DELL’OCCIDENTE NOBILIARE E MEDIATICO – IL FETO HA LA FORMA DEL CONTINENTE EUROPA.

Pneumatica e veloce è la vettura e la pelle dell’uomo e la pelle della sua giacchetta accanto a te scamosciata, mentre il sorriso è la fluorescente scia nella notte parigina, Parigi ridotta a scie elementari e orizzontali di luce, finché non si cala, si penetra il sottosuolo, le luci si fanno soffuse e ocra e pallide ed ecco di colpo la grande luce, bianchissima, ecco il flash, ecco dunque anche i flash, lo stupro della tua immagine che viene spiccata da te che muori, l’ologramma naviga assorbito dalle fonti della luce dei flash, ti stanno guardando tutti e ogni battito di ciglia è uno scatto di luce che incendia a freddo l’aria, mentre non respiri più, e tenti e non riesci, si blocca a metà il respiro e il sapore curvo sul palato è ferro di sangue, il gusto ematico è il trionfo di quanto rosso viene illuminato dal bianco dentro l’abitacolo nero, pari a un manichino femminile snodato male, le tue slogature, le delicatezze dei movimenti precisi e zen a favore delle telecamere, tu

la persona vuota

sei pronta per commuovere e rimanere memorabile senza spiegazione alcuna, il perno vuoto attorno a cui ruota vuota una comunità di due miliardi e mezzo di umani svuotati come fossero paglia, pronti ad accendersi per una combustione definitiva, ma i fuochi dell’estinzione tardano ad accendersi nella notte infinita, mentre arretra il respiro vedi, tu vedi la vista?, vedi la luce e vedi che ti stanno guardando morendo, morirai guardata da tutti, sotto l’occhio di tutti, donna quintessenziata, timore e vanità ruotano intorno l’asse ALL’ASSE? terrestre, a nessuno importa nulla di te e pure tu appari e continui ad apparire in immagini e lacerti filmati sempre più consunti nella qualità digitale e incerti, ombra tu e ombra tu in essi, ombra luminosa, estetica pura e politica internazionale laddove un’icona supera ogni proiettile, la mina esplode e la sagoma di sogno non ne è intaccata e prosegue il suo cammino delicato sopra il prato di martirio, mentre le trame ordite non tornano e generano il caos e la confusione in cui casualmente si autorealizzano, nessun signore e nessuna signora, nessun re o regina o principe, nessun padre o vecchio, nessuno cospira, nessuno respira, ora espira il soffio, sii filiale in questa cruda consapevolezza, denudata di tutto e resa tremula ammasso di scintille fioche, muori guardata, i celeberrimi grammi ventuno, espira, non sei un angelo e non sei necessaria, non hai sesso né sessualità, hai figura umana transitoria e per questo

tu sei tutti noi, transitori, politici, svuotati: noi di oggi, dopo che furono ovunque gli umani

 

Fonti

Stephen Dorrill, MI6, The Free Press
David Cohen, Diana. Death of a goddess, Random House
Peter Hounam e Derek McAdam, Who killed Diana?, Vision
Noel Botham, The assassination of Princess Diana revealed, Metro
Noel Botham, The murder of Princess Diana, Pinnacle
Andrew Morton, Diana, Sonzogno
Patrick Jephson, Shadows of a Princess, HarperCollins
Ken Wharfe, Diana closely guarded secret, O’Mara Books
Martyn Gregory, The Diana conspiracy exposed, Olmstead Press

La storia gialla ne “Le teste”

teste_mediumQuando si definisce “pseudothriller” un libro, lo si può fare solamente a partire da una tradizione – altrimenti si è, a mio parere, unicamente offensivi nei confronti di un nobile genere. Qualunque spostamento di cosiddetto “genere” (un’entità abusata dalla critica, nella quale non ho mai creduto) ha la funzione di porre domande. Ciò accade in molti testi, da Poe a Lovecraft, i quali dimostrano non la paternità, bensì l’inesistenza stessa del “genere”. E’ affidandomi a questa tradizione, dunque, che utilizzo il termine “pseudothriller” e alla medesima tradizione ho attinto scrivendone uno.
Un esempio: si legge così ne Le teste e, in gran parte e soprattutto, ne L’ambulante di Peter Handke:

Di regola, a questo punto della storia gialla la persona in questione si sta disponendo a compiere un’ulteriore indagine o un altro interrogatorio. Ha già scoperto qualcosa che limita il novero delle possibilità, e sta per giungere a un risultato che potrebbe limitarlo ulteriormente. Ora, per sventare la minaccia che l’atto delittuoso possa essere indicato come atto da lui compiuto, l’assassino, che lo voglia o meno, deve nuovamente agire.
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Ferraresi su 02blog.it: intervista al Miserabile su “Le teste”

gabriele_ferraresiSul bellissimo 02blog.it, il critico e scrittore Gabriele Ferraresi (autore de Il testimone) mi aveva già convocato a rispondere a profonde domande su Italia de Profundis. Mi ha fatto l’onore di convocarmi nuovamente a proposito de Le teste. Ecco il testo dell’intervista.

Intervista: Genna e Lopez tornano nella Milano de “Le Teste”
di GABRIELE FERRARESI
[da 02blog.it]

gennaletesteGiuseppe Genna è uno scrittore milanese, l’avevamo intervistato l’anno scorso per Italia de Profundis, straziante requiem per il Paese che abbiamo disimparato ad amare. Ora torniamo a incontrarlo, lui, che è partito da Calvairate – avrete presente piazza Martini, piazza Insubria, il micidiale piazzale Cuoco con i suoi tristissimi circhi – ed è arrivato in molti paesi d’Europa e non solo, grazie alle traduzioni dei suoi pseudothriller.
Protagonista dei quali, è l’ispettore Lopez: uno che si muove tra corso Monforte – la Questura – e le zone peggiori della nostra metropoli. Nel nuovo – ultimo? – capitolo, Le Teste, edito da Mondadori, tutto parte da una testa mozzata all’Idroscalo. Abbiamo colto l’occasione al volo per fare quattro chiacchiere con il buon Genna a tema Milano, noir, e complotti (narrativi e non). Buona lettura…

Dopo Hitler, che è un unicum nella tua “produzione” e Italia de Profundis, torni al thriller e a Lopez. E ritorni sempre a far muovere i tuoi personaggi in una Milano lunare. Avevi voglia tu di far risorgere Lopez o sono stati i lettori – in parecchi si erano affezionati a quel filone partito con Catrame… – o che so, direttamente Mondadori, a voler far ripartire la saga?

Il libro ha una lunga gestazione. La prima stesura risale a prima di Nel nome di Ishmael, che gli è debitore a un certo livello (l’idea di una lotta di intelligence attraverso simboli spirituali – il che, a tutti gli effetti, accade realmente). Il thriller per me non è tale, ma lo dico stando attento a declinare con precisione affermazioni simili: io intendo affermare che non esiste la teoria dei generi in letteratura, al di fuori di una considerazione che metta in relazione gli unici generi che ho esperito da quando ho avuto il bene della ragione, e cioè prosa e poesia (e anche su questa distinzione nutro perplessità). All’interno della prosa nasce il romanzo, che per me è narrazione fantastica, il che non significa che non abbia profonde relazioni conoscitive con la realtà. A cosa mi serve una narrazione fantastica che mette in scena uno che indaga? Letteralmente a questo: a mettere in scena uno che indaga. Se sta indagando, non sa – è ovvio. La bidimensionalità apparente di Lopez non coglie nulla di emotivo in me: Lopez è un personaggio. Di quale tipo, giudicherà il lettore. Non sapendo se avrei continuato la saga di Lopez, quest’occhio testimoniale che si muove di fallimento in fallimento, ho deciso di depositare quello che per ora ne è l’ultimo capitolo presso l’editore che ha pubblicato tutti i libri in cui Lopez spettralmente si aggira.

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Da oggi in libreria lo pseudothriller del Miserabile: “Le teste”

Il Corriere della Sera su Le teste

Al per me insostenibile prezzo di 18€, è da oggi disponibile in libreria, per i tipi Mondadori della collana Strade Blu, il libro Le teste, a firma del sottoscritto. Sulla portata del prezzo, due righe: non dipende dall’autore questa decisione, che mi pare irrispettosa nei confronti dei lettori, i quali non stanno acquistando, che so?, 1024 pagine rilegate di Antonio Moresco (25€ per i Canti del caos, ma di capolavoro si tratta, ed è ben giusto che non sia collocato in collana “popolare”, così come si pagano 20€ per il libro di Mazzantini, che sta in collana prestigiosa e non popolare, e quindi deve essere anch’esso un capolavoro, come testimonia il fatto che recentemente è stato insignito del Campiello) o anche il romanzo Hitler (20€, con carta di livello e rilegatura, per 624 pagine). Io, essendo un lettore, sono anche stufo di prezzi tali. Purtroppo, per Le teste, non è affatto garantita un’eventuale uscita economica negli Oscar Mondadori, e quindi va considerata, al momento, questa edizione come la migliore delle possibili. Non ho reperito sconti nelle librerie on-line. Il libro si può acquistare qui.
Sotto, la copertina, che non c’entra nulla coi temi e neanche con le atmosfere del libro. Più sotto ancora, la bella e significativa quarta di copertina, che colloca il libro alle giuste latitudini di comprensione.

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Il Miserabile e Le teste sul Corriere della Sera: “Odio Lopez perché non telefona alla mamma”

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Il Corriere della Sera su Le teste [pdf]

Incontri – L’autocritica dell’autore mentre arriva in libreria il thriller «Le teste», quasi un congedo
«Caro ispettore Lopez, ti odio»
Genna è stanco del suo eroe: non conclude niente, non ha profondità
di RANIERI POLESE
[dal Corriere della Sera, 21.9.2009]

In un dicembre freddo shocking con tanta neve gri­gia in città, sotto il ghiaccio che sigilla l’Idroscalo di Mila­no viene trovato il corpo di un pensionato. Accanto al cadavere, i sommozzatori raccolgono un sac­co di plastica: dentro c’è la testa decapitata di una ragazza bionda. Parte così Le teste (Mondadori), la nuova (ultima?) indagine del­­l’ispettore Guido Lopez (in libre­ria da domani), poliziotto in servi­zio effettivo dal 1999 quando ap­parve nel primo romanzo di Giu­seppe Genna, Catrame , e da lì ha proseguito per altri quattro titoli. «Lo odio — dice Genna —. E non è solo l’insofferenza per il perso­naggio, quella che alla fine prova­va Simenon per Maigret. Odio Lo­pez, il suo non saper mai conclu­dere niente. È una figura senza profondità, non telefona mai alla mamma, non ha una fidanzata. Non si sa com’è fatto, non viene mai descritto. Serve al meccani­smo seriale del thriller, che io pe­rò voglio mettere in crisi. Da noi non c’è uno scrittore come Ellroy, non ci sono fiction tv come ’24’ o ‘Lost’, c’è Don Matteo».
Strana, ma nemmen troppo, questa dichiarazione di odio per il personaggio che lui stesso, Gen­na, ha creato. Infatti, romanzi co­me Nel nome di Ishmael o Non toc­care la pelle del drago non sono e non debbono essere considerati thriller convenzionali (detective in caccia del killer), c’entra sem­pre la storia più grande, dalla mor­te di Enrico Mattei alle stragi più recenti. Il ruolo principale, così, fi­nisce per essere quello dei Servizi, delle «strutture parallele», di tra­me e intrecci dal forte sapore di complotto. Anche ne Le teste , via via che le ricerche sull’identità della donna procedono, mentre dal pas­sato emergono altri casi di vittime decollate, ci si accorge che dietro traspare un altro disegno molto più inquietante, con addirittura un riferimento al filmato diffuso su Internet della decapitazione di Nick Berg, per mano di al-Zar­qawi, nel maggio 2004.
«La testa trovata nell’acqua ap­partiene ai miei ricordi di bambi­no — racconta Genna —. Avevo 11 anni, i genitori avevano portato me e mia sorella al mare, a Lido Adriano, vicino a Ravenna. Siamo sulla spiaggia, due ragazzi tede­schi stanno uscendo dall’acqua con un sacchetto di plastica trova­to sotto le rocce di un moletto. Lo aprono e ne esce una testa di don­na. Per anni, tutte le notti ho avu­to l’incubo di vedere uscire quella testa dall’acqua del water». E an­che il libro riporta quell’episodio, un antico delitto, vittima una pro­stituta, in cui potrebbe essere im­plicato proprio il pensionato trova­to morto all’Idroscalo. «Per que­sto romanzo ho usato degli inter­mezzi, in corsivo. La tradizione del thriller Usa più dozzinale pro­pone sempre questo stratagem­ma, dando spazio alla voce del fol­le, del serial killer, che è ovviamen­te più avanti dell’investigatore. Ma qui, in Le teste, di chi è quella voce? Dell’assassino, o dello stesso auto­re che continua a girare intorno a quell’antico orrore?».
La città che fa da scenario e coprotagonista in questo freddo delirio, Milano, è una città a degrado avanzato, che continua a voler credere alle sue leggende (Genna dedica una pagina al mito della Mi­lano anni ’50, i poeti e gli artisti del Giamaica) e non vuole percepi­re la reale situazione di un agglo­merato urbano che non funziona più («quando ci fu la grande nevi­cata, per avere i sacchetti di sale ci si dovette rivolgere a Torino»), do­ve le aiuole e i parchi sono ridotti a sterpaglia. «Ma anche la mente dei suoi abitanti è un groviglio di sterpi: negli ultimi tre anni il con­sumo degli psicofarmaci è più che raddoppiato». Milano come avan­guardia dell’Italia. «Di un Paese che dalla caduta del Muro ha per­so ogni interesse strategico, è sci­volato nella periferia di un impero che non ne vuol più sapere, guar­da altrove. Ma politici e governan­ti fanno come se tutto ancora si te­nesse insieme».
E i servizi deviati, le strutture parallele? C’è un complotto, così come ce ne sono stati tanti nella nostra storia recente? «Il complot­to si iscriveva in un protocollo pa­ranoico che è andato in pezzi. Pen­sare che dietro quanto accadeva c’era un Grande Vecchio, un Pote­re occulto, questo serviva per da­re coerenza al racconto. E serviva anche a ciascuno di noi, per rac­contarci una plausibile spiegazio­ne. Questo paradigma oggi non vale più. Siamo passati a quello che si chiama stress post-trauma­tico, l’emergenza psichica nume­ro uno dei nostri tempi. Si perce­piscono frammenti, pezzi di un’esperienza traumatica, che pe­rò non riusciamo più a cogliere nella sua interezza. Così non sia­mo più in grado di elaborare il lut­to, restiamo sospesi in un limbo che somiglia all’inferno. E forse lo è».
In guerra con il suo personag­gio (ma quando ha visto che nella nuova «Squadra» televisiva c’è un ispettore Lopez, un po’ si è secca­to), in scadenza di contratto («Que­sto è il mio ultimo libro Mondado­ri »), Genna torna a lavorare sul suo work in progress, Assalto a un tempo devastato e vile , magma in espansione di saggistica e narrati­va, analisi e delirio, epopea crude­le delle periferie che un tempo sta­vano ai margini delle città, e che oggi ormai le hanno conquistate. Questo zibaldone di fatti e pensie­ri, dopo essere uscito da Pequod e poi da Mondadori, vedrà una terza edizione aumentata da Minimum Fax, primavera 2010. Intanto, dal suo monumentale Hitler è stata tratta un’opera musicata da Filip­po Del Corno, che ha debuttato nel Festival MiTo. E di Lopez, del suo ispettore ripetitivo, vuoto, seriale, bisognerà cominciare a fare a me­no? «Chi sa, senza anticipare nien­te su come finisce il romanzo, sto già pensando a una ripresa. Para­dossale, all’altezza del tempo deva­stato e vile che ci è dato vivere».

Un capitolo tagliato de “Le teste”: ‘Evacuazione!’. Ovvero: Lopez e ‘Cronaca Vera’

copj13aspIn un libro come Le teste, nicodemico thriller in uscita per Mondadori Strade Blu in quel del settembre prossimo venturo, e che tratta in effetti di tagli di teste, era impossibile che non si tagliasse un capitolo. Il che, precisamente, è avvenuto. Tale capitolo risultava un hàpax legòmenon eccessivo e andava espunto: espulso, a essere metodici – e lo siamo.
Questo capitolo, che, isolato, non può che avere a titolo “Evacuazione!”, concerne per l’appunto l’evacuazione di Guido Lopez, il personaggio protagonista della narrazione. Seguiva, questo capitolo ora tagliato, nella stesura originale, un momento in cui suddetto protagonista (che allo stesso tempo, e come sempre, è deuteragonista: ma non di un personaggio, bensì di “altro”) correva l’altissimo rischio dell’estinzione fisica, gravissima minaccia portatagli addirittura dentro alla risaputa tana da cui dirige le sue operazioni: la Questura milanese. La quale è quindi da evacuare. E anche qui, in effetti e in altro senso, della medesima materia si tratta, con ben altra soluzione.
Una specificazione. La lettera che il personaggio Guido lopez legge dalla rivista Cronaca Vera è reale, sebbene mai pubblicata sul popolare magazine, bensì nella consigliabile raccolta CARA CRONICA -170 lettere per svelare l’Italia dimenticata, edito da Aliberti per le cure di Edoardo Montolli.
Segue, dunque, il capitolo in quistione, immolato al metodo romanzesco:

Evacuazione.
Immediata, improvvisa: necessaria.
Il pericolo è altissimo e dalle fondamenta proprie e interiori l’ispettore Guido Lopez avverte il tremore dell’imminenza, dell’assenza di protezione.
Egli è esposto all’aggressione.
Deve cercare i Servizi e non vorrebbe. La pulsione lo esige. Protezione: cerca questo.
Il quarto piano della Questura, sede della Squadra Investigativa, cui da molti anni e con interruzione appartiene anima e corpo, esige l’evacuazione immediata: anima e corpo.
L’altissimo rischio pressa Lopez, abbandonare lo stazzonato trench, il piano è deserto, la fuga tumultuosa.
La perentorietà delle esigenze. L’ambiente è ostile: sempre.
Evacuare, quindi: e velocissimamente.
Il segnale giunto implica operazioni a tutela della sicurezza e del resto tutto il piano è evacuato, è solo, Lopez, abbandonato a sé.
Dove sono i Servizi?
A che giova una simile occorrenza?
La salvezza è a pochi metri, l’occasione stessa della medesima, purché sia Lopez il determinato che pianifica nell’istante medesimo in cui esegue.
E’ come un trillo, un sisma, illimitata sensazione di precariato di sé.
Evacuare, evacuare subito. (altro…)