Medium

Una mail su MEDIUM

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Posso contare in più di 400 le bellissime mail che ho ricevuto dai lettori di Medium. Quella che pubblico oggi va però oltre la condivisione emotiva e la richiesta di dialogo di questo inatteso e benefico carteggio plurimo a cui sono stato trascinato, desiderando tanto di esserlo. L’intervento di Stefania (di cui non pubblico volutamente il cognome – basta sapere comunque che è una persona che non conoscevo prima che mi spedisse la sua mail) intercetta qualcosa che si sporge oltre il mio libro e investe tutti i libri e tutti i lettori. Venga accolta in questo modo la pubblicazione di quanto Stefania mi scrive a proposito di Medium: non come un intervento sul mio romanzo, ma come un’apertura sulla scrittura e sulla lettura.
Qui di seguito, la mail…

UN PENSIERO SU MEDIUM
di Stefania
O lo si divora, o lo si rifiuta. Dipende dai vissuti. Io l’ho divorato con rigurgito. A più riprese. Romanzo carnefice degli interni da famiglia scolpita, la tua storia importante attraversa le pagine addolorata, ma mai dolorante. In mortificazione dei sentimenti lindi e trasparenti, prende vita d’improvviso l’amplesso complesso tra persone e situazioni. Parlo (scrivo) di Medium. Di uno sputo considerevole della tua esistenza, divenuto macchia abnorme, che hai voluto condividere – e un po’ disperdere, come si fa con certi semi – nel terreno affollato della rete. Era proprio lo sputo che stavo cercando, e per una antica necessità, anche se spesso le urgenze dell’animo – stranamente ataviche ma pericolosamente presenti – sfuggono via indolenti. Era proprio lo sputo che ho poi trovato, anche se in ritardo (anzi, in ritardassimo), perché c’è un tempo giusto per tutto, e in base ad esso era necessario che incontrassi la tua storia proprio ora. Forse. Così si dice. Non ne sono pienamente convinta. Il fatto è che raramente mi assale nella lettura – e con Medium mi è accaduto – la reazione a sorpresa del dispiacere temporale. Definisco così quella percezione che mi comunica l’irrecuperabilità di ulteriori suggestioni, che mi si sarebbero manifestate, e che io avrei poi rielaborate, se solo avessi letto prima. Immagina. Tu che leggi, scruti, ti addentri, afferri, godi. Tra le parole. Poi d’un tratto qualcosa ti sfugge. Torni indietro, vai avanti, ti fermi, riprendi, continui. Concludi anche. Sempre tra le parole. Ma con la consapevolezza dell’assenza di un codice, che in altri momenti avresti ricomposto e svelato con naturalezza. Unisci a ciò la coscienza feroce e inspiegabile che quel codice appartenga al passato, non sia recuperabile nel presente, non possa filtrare nel futuro. Trasferisci tutto quanto ai nodi da sciogliere ed agli incastri da risolvere, e dovrebbe esserti chiara – a questo punto – la mia condizione di tua lettrice ritardataria. Mi è successo altre volte. Poche, ma altre. Con libri tra loro lontanissimi eppure per me allacciati. Te li elenco, così sai in quale compagnia sosta perenne la tua creatura:
_“Trilogia della città di K.” di Agota Kristof
_ “Il Cristo elettrico” di Lello Voce
_“Il popolo dell’autunno” di Ray Bradbury
_”Black flag” di Valerio Evangelisti
_“Libera Baku ora” di Riccardo Pedrini
_ “Trattato del ribelle” di Ernst Junger
_”Walden . Vita nel bosco” di Henry David Thoreau
Tutti accumunati dagli elementi della lentezza, della traccia, del debito, della memoria. Spiego: “lentezza” perché la lettura, spesso ripercorsa, ha richiesto un decorso lungo e tormentato, ben oltre i miei soliti tempi di decifratura; “traccia” perché, nel leggere, un istante ha generato un blocco e impedito d’un tratto il flusso, segnando; “debito” perché dal lasso sospeso di prima si è composta una nuova direzione, e le direzioni in sospensione sono obblighi; ”memoria” perché, a lettura e direzione in/concluse, si è fissato in modo permanente (opprimente) il ricordo di qualcosa d’altro. Meglio dell’oblìo, senza dubbio. Per chi è letto. Ma per il lettore – credimi – è maledizione.
Torno a Medium. Sapevo di Medium, dal sito e da altro, ma cerco il più possibile di non fare della lettura un esercizio, e perché questa si conservi sentimento provo ad allontanare la tentazione bastarda ( e tenacemente contemporanea) del consumare tutto e subito. Peccato. Avessi ceduto una volta tanto alla tendenza corrotta dei tempi, avrei incontrato prima certe degne suggestioni. Mi riferisco al tuo ben rendere quel catrame degli errori reciproci, che attacca – ma non intacca- il moto birichino della vita con gli altri. Nel passaggio festaiolo da un anno all’altro. In quella notte che scanso volentieri, legata com’è – anche per te, si evince – non solo alle fette dolci addentate, con incastro perfetto di candito, o ai sorsi spumeggianti di bollicine presuntuose. Sai, quelle che ti pizzicano le labbra e i propositi-giocattolo di una mezzanotte di plastica, in cui è comando rinverdire fiacchi desideri, e in cui ravvivare per dovere prospettive ormai esaurite. Il ritrovamento di cadavere paterno ha rappresentato la mia prima stazione. Stroncato da un infarto, tuo padre ha evitato il nuovo calendario, ed anche una morte lenta e cattiva. Ciò mi ha impedito di proseguire. Credo, infatti, nella psicosomatica e in certi principi del buddhismo, e in base a questi le malattie sono segnali che il corpo invia quando l’ascolto di sé si è in qualche modo interrotto. Il percorso di devastazione o di guarigione può ristabilire la continuità corpo/psiche, e riportare ciò che si è frammentato all’unità naturale. E anche se sopraggiunge la morte, e la malattia ha in apparenza vinto, questa ha comunque ripristinato un equilibrio, creando un debito contenuto che nella prossima vita si potrà sciogliere con più intenzione. La scelta sta – insomma – tra l’accettare la malattia e percepirne gli insegnamenti, e il rifiutare la malattia e frenarne così i dissolvimenti. Tuo padre non l’ha né accettata né rifiutata. Grazie ad un cuore che si è fermato e ha operato autonoma giustizia. L’infarto nella malattia. Me ne sono chiesta il senso, e non l’ho afferrato, ma ho concluso con sicurezza che appena sette mesi prima quel senso lo avrei potuto abbracciare tutto. Maledetto ritardo. Peccato. Parte biografia intima e nera. Scorre burocrazia impedita e impedente. Perché muore un uomo, e prendon vita le carte, che attestano il decesso e detestano il dolore. Ho provato ad avvertire la fitta. C’è tutta. Ho riso, però, alla comparsa del medico nano, femmina. Non perché nano – sia chiaro – ma perché figura deputata a constatare lo stato di morte, che può essere effettiva o presunta. Ho riso di incomprensione, e mi sono fermata: siamo talmente morti da non poter comprendere da noi la vita. Vengono altre stazioni – cinque per la precisione – ma io mi fermo qui. Ti ho scritto, e dovevo, per rispettare quel patto di autenticità con il lettore, che hai suggerito con il tuo progetto. Per significare “che l’abbraccio è possibile, che la comunità, foss’anche di trecento persone, esiste”. Io ci sono. Grazie.
Stefania

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