Bottega di lettura: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSull’ormai insostituibile centrale letteraria Bottega di lettura, comunità di lettori recensori e scrittori che è segnalata nei link di questo sito (nella colonna a sinistra) per l’altissima qualità dei giudizi espressi e del tasso di scrittura, Paolo Cacciolati mi fa l’onore di una recensione che non è recensione: questo è un intervento di natura compartecipativa che, pur non esimendosi da una fondamentale perplessità che coglie in pieno la natura del libro (almeno per come io lo percepisco), sbaraglia qualunque gabbia critica e mostra come gli scrittori possano affrontare l’altrui scrittura. Paolo Cacciolati ha pubblicato anche sul suo blog questo pezzo, che trovo commovente e che da solo basterebbe a giustificare le fatiche che ho esperito nella stesura del romanzo Hitler. Non so se Cacciolati sia effettivamente uno scrittore, se ha pubblicato qualcosa, se ha intenzione di farlo – ma, quanto a me, questa è letteratura e sono onorato che venga esercitata sulla “cosa” del libro. Grazie allo staff di Bottega di lettura e a Paolo Cacciolati.

hitler, di Giuseppe Genna

di PAOLO CACCIOLATI

Il paese di mia madre si chiama Borgo S. Dalmazzo, quartieri residenziali, villette e fabbrichette, il centro storico addensato lungo la statale che sale verso il Colle di Tenda, come un trampolino per la Francia. La ferrovia che si affianca alla strada, bucando la montagna.
Nel paese c’è anche una piccola stazione, con le porte di legno e gli altoparlantini tondi che gracchiano ai treni da e per Cuneo. Oltre la stazione, su un binario morto, è parcheggiato un vagone dalle lamiere rosate, contornato da una passerella di ferro.
In occasione del Giorno della Memoria la passerella ospita ghirlande, corone, e autorità variegate che pronunciano alti discorsi. Per il resto dell’anno il vagone è lasciato in pace, i viaggiatori sui treni per la Costa Azzurra gli riservano al massimo qualche occhiata distratta. Guardano e passano oltre.

Io sono andato in libreria il 16 gennaio, io ho acquistato hitler di Giuseppe Genna perché ogni tanto vorrei provare a non passare oltre. Non so se ci riesco, a non passare oltre, quasi mai ci riesco, questa volta forse sì.
Io ho letto le 623 pagine di hitler, io ho letto le 623 pagine in facciamo una settimana, io comunque le ho rilette passando e tornando su alcuni punti, e io sono felice di avere dedicato questo tempo a questo libro. Io sono felice non solo perchè la lettura di questo libro vale più che ascoltare cento discorsi pronunciati su una passerella di ferro. Io sono felice perché questa dovrebbe essere una lettura propedeutica per non passare oltre, come un testo obbligatorio, da prescrivere per contrastare il male dell’oblio, o più semplicemente della distrazione. Io sono felice semplicemente perché leggere mi serve a non passare oltre quel vagone.

Io leggo. Leggo anche quanto l’autore ha scritto sul suo blog, a proposito del libro. Io praticamente non sono d’accordo su quasi niente di quello ha scritto Genna. Le raccomandazioni, e le spiegazioni, e le indicazioni. Questo però non è colpa di Genna, non è colpa sua come non è colpa di qualunque altro autore che voglia rincorrere i pensieri dei suoi lettori.
Qualcuno ha detto che il libro è un mistero soprattutto per chi lo ha scritto. Insomma, qualcosa del genere. Secondo me è così, anche se l’autore ci ha messo mettiamo dieci anni a scrivere il libro, come Genna dichiara a proposito di hitler.
Il fatto è che l’autore si trova in una condizione di inferiorità rispetto al suo lettore. C’è chi lo riconosce, c’è chi fa finta di nulla, c’è chi si intestardisce nel dichiarare che no, il suo libro è questo e non quello, che deve esser letto in questo e non in quell’altro modo. Poi il lettore se ne fotte e fa e pensa quel che vuole.

Tornando al romanzo hitler, è un libro che mi è servito, al di là del fatto di accettare o meno l’impostazione e le tesi dell’autore. Mi è servito a non passare oltre, dicevo, ma in quale modo? Come mi ha aiutato nel non passare oltre?
Potrei scrivere che mi è servito prima di tutto per la scrittura, ma scrittura cosa?, precisa, asciutta ecc. ecc.? no, scrittura senza aggettivi, scrittura e basta, anzi semplice presentazione di scene con un respiro sincopato.
Potrei scrivere che merita per la coerenza stilistica con l’assunto di hitler come non essere che rigetta anche la forma romanzo, perchè la prosa vincola il lettore pur rifiutando la “trama”, perchè vicenda non c’è, quando il protagonista non è.
Potrei scrivere che merita anche solo per come ci è restituita la parte dedicata all’olocausto, dove la scelta è di riportare semplicemente le testimonianze, lasciare che siano i fatti crudi a parlare.
E in effetti lo scrivo, anche se non sono del tutto convinto che sia tutto qui. Poco convinto, veramente.

O ancora potrei fare una comparazione con una precedente opera di Giuseppe Genna, potrei dire che qui l’autore ribalta la prospettiva utilizzata in Dies Irae, dove la realtà descritta diventava fiction. In Dies Irae c’era rabbia, l’autore faceva passare rabbia, nel rappresentare una visione della realtà alternativa alle versioni verosimili presentate dai media. Passava la rabbia dell’assunto che la storia non siamo noi, perchè non è come la fanno sembrare a noi.

Qui invece Genna fa passare lo sdegno e la vergogna per quello che hitler ha commesso, negando la forma narrativa per passare alla forma visione, alla forma rappresentazione, anzi alla forma presentazione. Ed è l’autore stesso a rimarcare questa presentazione, intervenendo direttamente, ripetendo più volte osservate, osservate.
Presentazione che, coerentemente con l’assunto del non-uomo, non procede linearmente. E’ come un nastro magnetico interrotto, che non avanza e non si riavvolge. Replica in scene diverse lo stesso non essere. Il nastro vomita sempre lo stesso non-personaggio, in sembianze di bambino, di soldato, di mendicante, di oratore, di dittatore, di persecutore. hitler si vomita addosso il suo costante non-essere.
Ancora una volta, la storia non siamo noi, la storia è l’aberrazione del non-essere, è l’olocausto dei Santissimi, è il male che si compie nella propria consapevolezza. E questo Genna non lo narra, lo fa vedere.

Tutto questo funziona, a mio parere soprattutto nella raffigurazione dell’hitler come non-essere. Ho l’impressione che siano meno convincenti i riferimenti alla mitologia germanica, l’inserimento del lupo Fenrir come visione originaria del male. Nella metafisica presentata dall’autore è funzionale, però, dal punto di vista della lettura e del lettore, questi inserti mitologici suscitano come una distonia, ho l’impressione che creino un disturbo, tendendo a sviare il lettore dalla incontrovertibilità dei fatti accaduti.

Poi mi è rimasto il dubbio che in fondo la storia, un pochino, siamo anche noi. E arrivo alla mia personalissima conclusione che il libro merita proprio perchè Genna ti costringe a valutare quanto di quel non essere che è hitler, ci sia in te, nella tua storia, nella storia della tua famiglia, del tuo paese.

Forse ciò che è più riuscito nella non narrazione di Genna è il suo avvicinarsi alla forma dell’oralità, oralità da non intendersi come forma epica, o come forma “cantastorie”, ma piuttosto come forma del tramandare, come il tramandare di fatti che passa di generazione in generazione, perpetuando la memoria di ciò che è stato, di quello che è passato nella vita di chi è venuto prima di te. Difatti l’autore, prima di congedarsi, riporta questo passaggio:

Il mondo si regge in virtù della cantilena dei bimbi fra i muri delle case di studio, intenti a ripetere parole antiche che di generazione in generazione si propagano fuori della finestra, ma anche dentro le fibre del cuore e della mente.

Per questo, alla mia lettura di hitler si sovrappongono altre cose che si tramandano dalle mie parti.

Tornando al vagone di Borgo S. Dalmazzo.
Le cronache storiche riportano che nel settembre del ’43, dopo l’armistizio, parecchie famiglie ebree si spostarono dalla Francia in Italia, nelle vallate del Cuneese, nella speranza di trovare rifugio dalle persecuzioni. Ma le cose non andarono così, in quanto Cuneo venne occupata dalle milizie nazifasciste, con pesanti rastrellamenti in tutta la zona. Molti profughi ebrei riuscirono a nascondersi sulle montagne e si salvarono grazie all’aiuto della gente del posto. Parecchi furono catturati e rinchiusi nei locali di una caserma abbandonata, a Borgo S. Dalmazzo. Qui rimasero fino alla data della loro partenza per Auschwitz, via Drancy, il 21 novembre 1943.

Nella mia famiglia dicono di questo barba che faceva il garzone in un ostu, dicono di questo zio che una mattina di novembre ascoltava le parole di qualche cliente, ci sono i Giudei giù alla stazione dicevano, che quella gente non aveva usato il termine Ebrei, no, li chiamavano Giudei.
Dicono di una corsa alla stazione, fino ad arrivare davanti alla pensilina, le SS intorno a un convoglio formato da carri simili a quelli per il trasporto del bestiame.
La voce diceva trecentocinquanta. Sette, i vagoni attaccati alla locomotiva. Più o meno cinquanta, le persone ammassate per ogni vagone. Questa era la matematica di quel giorno. I militi più che altro controllavano che non ci fosse gente armata a ronzare nei dintorni, forse ridevano di quei ragazzini che correvano lungo i binari, distribuendo pane alle mani che si protendevano dalle feritoie dei vagoni. E inseguendo un minimo di riscatto all’abisso che avevano intorno, e a quel termine usato dagli avventori dell’ostu.
Tramandano di quei ragazzi che osservavano il treno partire, avvolto dalle folate di neve finta che fuoriusciva dai camini della vicina cementiera. Fiocchi di cemento che si posavano sulle divise dei tedeschi, e sulle tettoie dei vagoni che si allontanavano. Il vapore che usciva dalle facce congestionate, le sciarpe sollevate sul naso, il sapore della lana in bocca.

Poi, leggendo le pagine di Genna sulla disfatta in Russia, mi sono ricordato di Cichin, un lontano cugino di mia nonna, uno dei pochi della Cuneense a esser tornato indietro dalle pianure del Don e in famiglia si diceva che era sopravvissuto perché da piccolo erano talmente poveri che non avevano manco le scarpe, praticamente lui d’inverno era abituato a pescare nei torrenti a piedi nudi, e io me lo figuro perfino a divertirsi a pescare con i piedi sul ghiaccio, comunque lui si sarebbe salvato grazie a questa faccenda che teneva i piedi nell’acqua ghiacciata, che aveva l’abitudine al ghiaccio, ecco, perlomeno in famiglia piaceva tramandarla così, tanto lo sapevano tutti che si era salvato solo grazie alla pietà dei contadini russi.

La pietà. Questa forse è la parola giusta, la chiave per quel riscatto dal non essere che Genna nel suo libro non ha potuto mettere.

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