Una mail sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSono giorni convulsi. La pubblicazione del romanzo Hitler e la contemporanea uscita per minumum fax dell’antologia Tu sei lei, il “best off 2008” che ho curato (e che editorialmente “si sta muovendo” a inaspettata velocità…), impongono ritmi che spesso mi costringono a dilazionare impegni, a non azionare il telefono anche se sono amici a chiamare, a faticare nella doverosa opera di rispondere alle moltissime mail che mi vengono inviate. Tra queste ultime, una di Marco Lo Giudice, che mi scrive alcune cose che mi lasciano allibito. Dovrei postare alcune uscite stampa intorno al romanzo Hitler, ma nessuna critica, cartacea o digitale, significa tanto quanto questo abbraccio lanciatomi per via digitale da Marco Lo Giudice – abbraccio digitale ma anche fisico e pure uno sguardo che abbraccia. E’ fondamentalmente la speranza che ho riposto nella stesura del libro e, poiché mi si rende concreta, voglio darne testimonianza – non tanto perché si tratta di parole buone nei miei confronti, ma perché, grazie al lavoro preliminare effettuato sul sito e alla pubblicazione del romanzo, un lavoro interiore si è messo in moto e ha finito per fare coincidere in un luogo di comprensione il sottoscritto e una persona che non conosceva. Quanto scritto in questa mail, sbaraglia la critica tutta. E’ per me chiaro che questo è l’atto politico della letteratura. Fare vedere che accade e viene realizzato supera l’esito letterario e l’identità di autore. Perciò ringrazio Marco Lo Giudice: non soltanto per le belle parole, appunto, ma per lo scavo interiore che ha compiuto usando cose da me scritte come strumenti utili. Il che non è necessario, ma, se accade, va detto. E’ il puro significato di ciò che intendo quando parlo di “mitopoiesi”.
“Ciao Giuseppe,
scusa ma mi permetto la confidenza di darti del tu.
Mi chiamo Marco e sono uno studente ventiquattrenne di Filosofia a Padova. Un paio di anni fa mi hai letteralmente folgorato con Dies Irae: un lampo di luce deflagrante sulla mia morbosa curiosità da imberbe riguardo a complottismi e affini nell’italia dai Sessanta in poi. Nessuno aveva mai de-scritto l’italia così, e non ho potuto fare meno di leggerti.
Fino a oggi. Fino a Hitler.
Devo essere sincero: non è stato facile leggerlo. tantomeno iniziare a leggerlo. Il brivido che mi ha percorso la schiena quando ho letto il titolo del romanzo sul tuo sito mi ha fatto tentennare non poco, alla prima pagina. Poi è stata questione di giorni, e l’ho finito.
Non ti annoierò con ulteriori onanismi da lettore incallito, e vado al dunque (una minimissima riflessione, vedi alla voce “faccio una pausa dallo studio e scrivo questa cosa che ho in testa da quando sono sveglio”).
In questi giorni mi sto confrontando, di necessità (esame di Storia dell’estetica tra qualche giorno…!), con il Dramma Barocco Tedesco di Benjamin. e mi rendo conto che i tuoi interventi di avvicinamento al romanzo ora mi sono molto più chiari.
Credo che ci sia tuttavia un aspetto ancor più illuminante, e lo si può trovare nelle pagine della Premessa Gnoseologica. E cioè nel momento in cui Benjamin si confronta/scontra con la prospettiva del “verismo” storico, cultore del fatto. Il meccanismo critico innescato da Benjamin a tale proposito mi ha chiarito (ancora non del tutto, fortunatamente!) molte cose del tuo libro.
Tu dici che l’oggetto è la Storia. E’ vero. ma è determinante che non sia la Storia dello storico, del confronto identificante col fatto. Confronto che alla fine non può che portare il verista (la cui domanda centrale, scrive Benjamin, è “come sono andate davvero le cose?”) a trovare, inesorabilmente e nuovamente, se stesso.
Il tuo Hitler non è questo.
il tuo Hitler è pura Darstellung (non Vorstellung!). Rappresentazione oggettiva, che riconosce l’idea, la sua datità e soprattutto ciò che di essa è inesprimibile e inespresso.
Allo stesso modo, è chiarissimo il motivo del tuo distaccamento deciso (credo non sia stato facile…) da qualsivoglia prospettiva mistico-esoterica. nessuna identificazione con l’oggetto, con la Storia in quanto oggetto. Che sia essa veristica o mistica.
La tua scrittura, in tal senso, è profondamente filosofica.
E salva. Quella melanconia della quale Benjamin parla continuamente, è la nostra melanconia del nuovo secolo che continua a confrontarsi con il vuoto (quel vuoto) del Novecento, identificandosi: con l’oggetto e con il fatto. Nessuna identificazione, qui: solo darstellung.
il tuo romanzo salva da questa melanconia.
in questo senso è necessario, a mio avviso.
Complimenti ancora per un romanzo così.
a presto
Marco