Una cosa divertente che non farò mai più

reportagevf.jpgCon il geniale titolo “Topolino, me la dice una cosa su Minnie?”, Vanity Fair, nel numero attualmente in edicola, ha pubblicato un reportage avantpop del sottoscritto, sequestrato per due giorni nei dintorni di Düsseldorf, dove ha assistito allo spettacolo on ice di Disney, che celebra il centenario di Walt (lo celebra da nove anni senza soluzione di continuità). Purtroppo lo spazio della rivista non è quello di un libro, poiché ci sarebbe da scrivere un libro alla Foster Wallace su quanto ho visto e vissuto: Disney era la presenza più umana e reale in questa sorta di Garbagnate sotto plexiglas, il più colossale centro commerciale che abbia mai visto. Per non dire della sconcertante epifania all’ingresso dell’immenso hotel in stile minimal-fusion e di ciò che accadeva nella hall e nelle stanze.
Ecco il testo del reportage
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Un geniale autore americano, Stanley Elkin, negli anni Ottanta scrisse un romanzo, Magic Kingdom (edito in Italia da minimum fax), che si può riassumere così: sette bambini inglesi affetti da malattie terminali fanno una “vacanza da sogno” a Disneyland. Topolino arriva ad approcciarli filosoficamente: “Non è che Topolino è nato ieri, eh?”. Infatti è nato cent’anni fa. O meglio: nel 1901 è nato in papà di Topolino, Walt Disney, e la compagnia, per festeggiare il secolo di vita, si autocelebra sin dal 1999. Lo fa con uno show itinerante che arriva per la prima volta in Italia, Disney on ice, una produzione che non ha nulla di megalomane e molto di strabiliante: sedici tir, un circo di quarantesette pattinatori che potrebbero concorrere alle Olimpiadi invernali, macchine che creano il ghiaccio ovunque lo spettacolo approdi. Un anno in giro per il mondo disneyzzato, a mostrare quanto sia disneyzzato. Ora Disney on ice sbarca in Italia (a Milano, Torino e Roma), ma io, che sono uno scrittore e godo di privilegi inusitati, ho avuto l’onore oneroso di assistere allo show in anteprima – in Germania, a 50 km da Düsseldorf, in quel dell’Arena di Oberhausen, una sorta di Vigevano tedesca completamente plasticizzata.


Il taxista che mi conduce alla meta è un indiano sikh, che mi dice: “Come tutti: va a vedere il Sogno”. A parte i racconti che sono seguiti (la più penosa storia di separazione coniugale che sia giunta alle mie orecchie), il pilota induista, che guidava come Schumacher sotto lsd, aveva assolutamente ragione: il Sogno Disney calamita tutto e tutti. Per capirlo è bastato osservare la fila colossale che, in rigido ordine teutonico, attendeva di entrare da ore nell’Arena.
Prima di osservare la fila, ho però dovuto osservare l’Arena. Non lamentiamoci dell’architettura in Italia. Nemmeno dalla più perversa fantasia elvetica dell’architetto Botta poteva fuoriuscire un parto alieno come questa astronave che sorge in mezzo alla campagna renana. Gli intellettuali, i sociologi e gli scrittori hanno spesso storto il naso di fronte a Disney, accusando il brand che ha creato l’immaginario occidentale e planetario di inventare “non-luoghi” dove si compie una finta esperienza. Beh, si tratta di snobismo puro. Il vero non-luogo è questa tensostruttura in cui mi inoculo da privilegiato, saltando la coda. La verità è che Disney conferisce vita ed entusiasmo a uno stadio da hockey sul ghiaccio.
Duemila e più persone accalcate sugli spalti, adulti e bambini indemoniati, che applaudono con il medesimo entusiasmo. Poiché non è per finta che si celebrano cento anni di Disney e questo significa che anche i genitori e i nonni sono stati contagiati dalle icone memorabili che incominciano a volteggiare sul ghiaccio, compiendo acrobazie sorprendenti sotto i costumi dei personaggi più amati dell’immenso comparto Disney. Io sono spogliato totalmente del mio scetticismo da intellettuale. La reiterata canzoncina Topolìn, sfregiata da Kubrick nel tragico finale di Full Metal Jacket, estrae sconcertanti reperti dal mio inconscio, riportando alla luce il volto pallido di mia madre che me la sussurrava quando, piccolissimo, avevo la febbre. Spartisco con i tedeschi incantati da questo pirotecnico show il medesimo entusiasmo. La sensazione è ancora quella di esplorare le esplorazioni di Qui Quo e Qua tra le pagine odorose del Manuale delle Marmotte (a copertina rigida, gialla).
Sono la medesima persona che, fidanzatasi anni fa con una mamma single, ha vanamente tentato di educare una quattrenne senza Disney: sono stato travolto dalla Sirenetta e dalla cattivissima Ursula, non c’è stato nulla da fare. E, quando appare lei, la Sirenetta, un inqualificabile brivido, non dovuto al ghiaccio, mi corre lungo la schiena. E’ una mirabolante sequenza di mirabolanti gesti, di dialoghi che riassumono le più note creazioni Disney, da quelle storiche (Biancaneve, Cenerentola, Pinocchio) alle più recenti (Mulan, Nemo, The Incredibles). La colonna sonora è localizzata: a seconda della nazione in cui si svolge Disney on ice, i dialoghi sono nella lingua del Paese in cui lo show si tiene, con i doppiatori originali e il conseguente riconoscimento previo di bambini e adulti, che sanno a memoria le parole della canzone del Re Leone o de La Bella e la Bestia.
I quarantasette eroici pattinatori, che secondo me sotto i costumi sudano più di Giuliano Ferrara, si muovono come mimi perfetti, inscenando dialoghi che riassumono la vicenda, in un esercizio quasi impossibile di doppiaggio in tempo reale. Fuoriescono dalla quinte a forma del celebre Castello Disney e tornano a esserne ingurgitati appena terminata la performance. E’ una sequenza di colori esaltati da un sistema di luci e di fuochi artificiali che ha del prodigioso.
Tento di assumere una distanza critica. Mi riesce solo con Pinocchio. Lo odio perché è vestito come uno schuetzen indipendentista dell’Alto Adige. Detesto davvero questa versione knödel della marionetta di Collodi, che però i bambini tedeschi sembrano adorare con trasporto da Quarto Reich, come se il Tirolo fosse cosa loro. Una vena inquietante che prosegue quando si presentano le truppe di soldatini da Toy Story: militi che urlano ordini marziali in tedesco fanno comunque un certo effetto anche oggi. Però non c’è tempo di fiatare e di fare considerazioni, perché dalla comparsa di Aladin e del Genio, che magicamente si moltiplica in quaranta Genii, neanche fosse Mr. Smith in Matrix, è un susseguirsi a perdifiato di sketch in cui Topolino dà il braccio al saccentissimo Grillo Parlante, Pippo esibisce la sua goffaggine e Paperino il suo idioletto universale, mentre macchinari scenici colossali eiettano vapori fabulistici per inghiottire Geppetto o minacciare Nemo e famiglia. Un alternarsi di scoppi di risa, applausi, sospiri di paura e urla di approvazione, tra i bambini che si esaltano alle movenze gladiatorie ed epiche della battaglia finale di Mulan o all’incrocio di tutte le coppie innamorate protagoniste dei film d’animazione Disney. Amore puro e romantico – peraltro, il mio sogno e, sospetto, dalle reazioni dei miei coetanei tedeschi, non soltanto il mio. Un amore assoluto che, uscito da inenarrabili e improbabilissime difficoltà, è per sempre, senza macchia né separazioni in vista.
Non c’è tempo per formulare domande e sospetti che hanno fatto la storia del postmoderno: cioè se Topolino e Minnie fanno sesso, se Pippo evacua come ogni cane, che cavolo di precariato sia quello sotto il cui giogo vive da decenni Paperino o perché gli eroi Disney non invecchiano mai. E’ una girandola di icone che hanno conquistato chiunque, ovunque, per un secolo.
Mentre gli Incredibili sfrecciano in formazione familiare rapidissima, osservo i gadget che, nell’intervallo, hanno spopolato tra le famiglie. Ai tempi in cui trapassavo l’orripilante periodo delle elementari esisteva un aggeggio siffatto: una specie di accendino di plastica che culminava nella testa di un personaggio Disney, bastava premere e fuoriusciva una caramella al gusto di limone e diossina. Ci si azzannava per avere uno di quei marchingegni. Qui non ci si azzanna, qui è il bengodi di una gadgettistica simile: tazze, contenitori per popcorn, bottigliette a forma di memorabilia Disney. E quando giunge il momento celebrativo finale, con Mickey Mouse abbigliato finalmente da capobanda, l’ossessiva e rincuorante canzoncina che rallegra e inquieta da generazioni, l’esplosione di gioia è incontenibile. I personaggi si avvicinano ai limiti degli spalti, i bambini corrono giù per le scalinate, vanno a toccare i loro idoli, che non sono spaventosamente sovradimensionati come i pupazzi di Eurodisney, poiché sono umani in movimento. Dentro l’icona disneyana, c’è un umano che si muove, suda, fa sorridere. E’ tanto, nella landa disperata che viviamo.
Cosa diversa, per esempio, da quello che osservo nell’hotel che mi ospita. All’entrata, inconsultamente, hanno messo una vacca di plastica a grandezza naturale, indistinguibile da una scultura di Cattelan. Sarebbe già abbastanza surreale, se non accadesse che tutti gli ospiti dell’hotel si fermano ad accarezzarla e a parlarle come se fosse una mucca reale. Dentro il bovino non c’è alcun umano e dietro non c’è alcuna storia. Ecco la differenza con Disney. Ecco perché Disney trionfa da un secolo e forgia le immagini mentali e i ricordi di intere generazioni. Disney è mito, la realtà no.

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