Il rifiuto assoluto. Su “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

di TOMMASO ARIEMMA
[da Kainós, 4/2004]

In uno studio legale di Wall Street, raccolto, modesto, irrompe una singolare figura di scrivano: Bartleby. Tra le sue mura intrise di utilitarismo pronto a salvare il mondo a partire dall’interiorità del singolo – pronto a carpire ogni sua confessione, a capitalizzare ogni suo segreto – irrompe un uomo di poche parole, che non sembra avere, apparentemente, alcun segreto.

L’avvocato, che accoglie Bartleby per averlo al suo servizio, si presenta – è l’inizio del racconto di Melville – come colui a cui spetta il compito impossibile di raccontare la singolarità dello scrivano, che, fin dalle prime righe, così definisce:

[…] fu scrivano, il più stravagante di quanti abbia mai veduto, o di cui abbia avuto notizia. Laddove, di altri scrivani, potrei scrivere l’intera vita, nulla del genere è possibile nel caso di Bartleby. Ritengo non esistano documenti per una completa e soddisfacente biografia di quest’uomo. Il che, per le lettere, è senz’altro un danno irreparabile. Era Bartleby uno di quegli esseri, dei quali nulla è possibile accertare, salvo ricorrere a fonti originali, che in tal caso, sono molto scarse. Quanto i miei occhi attoniti videro di Bartleby, questo è tutto ciò che so di lui, oltre, in effetti, ad una vaga notizia che verrà riferita in seguito .(1)


È importante notare fin da adesso il meccanismo narrativo di Melville: di Bartleby, che viene detto inconoscibile, verrà data una notizia, si saprà qualcosa, ci sarà un momento risolutivo. Bisognerà leggere allora, resistere al racconto. Subire la singolarità di Bartleby.

È un meccanismo di cattura, e lo scrivano è certo un attrattore. Il lettore viene così introdotto nella cauta e tranquilla vita dell’avvocato, prima dell’arrivo dello scrivano e tale descrizione, dirà l’avvocato, servirà per una comprensione del personaggio.

In verità il narratore ha già detto che il personaggio è incomprensibile e pertanto la descrizione dello stato delle cose, prima del suo arrivo, è piuttosto funzionale al senso di questo arrivo. Il “guscio”, che l’avvocato ha costruito intorno a sé, nient’altro è che il simbolo dello stile di vita borghese modello, scolorito, privo di rischi, completamente immune ad ogni turbolenza esterna. Non solo: questo “ambiente” messo in opera dall’avvocato è un dispositivo inclusivo.

Prima di avere alle sue dipendenze Bartleby, l’avvocato ha degli scrivani singolari, che tuttavia riesce a dominare, con strategie di comprensione, riuscendo a raggiungere la loro intimità. L’avvocato esercita su di loro un potere dolce, attua mediazioni, preserva il guscio. Egli si dichiara capace di fronteggiare le eccentricità. Implicitamente sappiamo già così che Bartleby non è un eccentrico. Anzi, lo scrivano si presenta come tutt’altro che eccentrico, straordinariamente composto. Il suo lavoro è impeccabile, la sua dedizione è assoluta, fino ad un certo punto:

Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no” (2)

La sua formula – I would prefer not to – sarà ripetuta ad ogni ordine dell’avvocato, sempre più incredulo. Questa resistenza dello scrivano – ad un’interpretazione critica innanzitutto – non poteva che suscitare l’accanimento degli studiosi e dei più diversi interpreti. Tra le interpretazioni, meritano, a nostro avviso, di essere discusse due interpretazioni ontologiche, che iscrivono Bartleby in un singolare contesto teorico: quella dello filosofo italiano Giorgio Agamben e quella del filosofo francese Gilles Deleuze (in La formula della creazione, Quodlibet, 1993).

L’interpretazione di Agamben inserisce, con una tesi forte, lo scrivano Bartleby in una particolare costellazione filosofica:

Come scriba che ha cessato di scrivere, egli è la figura suprema del nulla da cui procede la creazione e, insieme, la più implacabile rivendicazione di questo nulla come pura, assoluta potenza. Lo scrivano è diventato tavoletta per scrivere, non è ormai nient’altro che il suo foglio bianco. Non stupisce, quindi che egli dimori così ostinatamente nell’abisso della possibilità e non sembri avere la più piccola intenzione di uscirne. La nostra tradizione etica ha spesso cercato di aggirare la potenza riducendola nei termini della volontà e della necessità: non quello che puoi, ma quello che vuoi e devi è il suo tema dominante. (3)

Questo inserimento è del tutto funzionale ad una ontologia politica, ad una teoria della potenza assoluta, la potenza di essere e, nello stesso tempo, potenza di non essere. Il meccanismo narrativo di Melville viene sacrificato per sottolineare il carattere ontologico della formula di Bartleby:

Non è che egli non voglia copiare o che voglia non lasciare l’ufficio – soltanto preferirebbe non farlo. La formula, tanto puntigliosamente ripetuta, distrugge ogni possibilità di costruire un rapporto fra potere e volere, fra potentia assoluta e potentia ordinata. Essa è la formula della potenza. (4)

L’interpretazione di Agamben ha senz’altro il merito di notare una sorta di “contingentismo” di cui Bartleby sarebbe il messaggero, il Messia. Tuttavia, a questo punto, tanto valeva leggere i testi aristotelici o scolastici. L’ontologia politica di Agamben non coglie la strategia di Melville: ciò che lo studioso riesce a ricavare da questo racconto è un principio di filosofia prima, che ognuno già sa, ossia che le cose possono o essere o non essere, in ogni istante.

Ciò, invece, a cui sembra far riferimento Melville è una certa nudità, una certa decostruzione, una certa somministrazione di inimmaginabile. È bene dirlo: Bartleby oppone una certa resistenza alla narrazione. Il suo rifiuto, è questa la nostra tesi, è assoluto. Bartleby rifiuta sia il poter essere che il poter non essere: il suo rifiuto di scrivere è intrinseco ad un suo essere così, che diviene inesplicabile. L’avvocato, se lo scrivano non si fosse rifiutato in un certo modo, l’avrebbe cacciato, perché la possibilità del rifiuto è già contemplata dall’ordine, che sa già come intervenire. La verità su Bartleby non si viene a sapere: egli si oppone proprio al sapere, più che alla volontà.

Ciò che si sa di Bartleby è che egli non è ciò che si crede di sapere. L’avvocato, possiamo dirlo con certezza, fa un vero e proprio incontro. Lo scrivano, infatti, è il rifiuto della rappresentazione di un ruolo: afferma un modo d’essere singolare e irriducibile, ma nello stesso tempo, perturbante. Bartleby è l’intruso. Qualcosa che non ci si aspetta di trovare – già dentro, dove ci si credeva al sicuro, qualcosa che all’inizio si lascia passare. Uomo di poche parole, quasi che le parole potessero tradirlo, elementi per una comprensione della sua interiorità, della sua alterità.

Bartleby è un perfetto meccanismo creativo di rifiuto assoluto.

Melville porta, così, nella letteratura una figura dell’indigeribile, una figura non letteraria, perché il processo della lettura evoca, sempre, una certa assimilazione.

Bartleby rifiuta, non opponendosi, ma con l’indifferenza e la leggerezza di chi declina un invito. Bartleby è la potenza di declinare un ordine in un invito, ossia di declinare un ordine in qualcosa che può essere sempre rifiutabile.

Una biopolitica è già all’opera nell’America di quei tempi – metà ‘800 – e l’avvocato tenta, non di punire lo scrivano, ma di venirgli incontro, di comprenderlo, per piegarlo meglio ai suoi ordini, cercando di sapere della sua vita individuale, per salvarlo, in un accanimento che non poco riflette i meccanismi giuridico-istituzionali che hanno come obbiettivo la vita individuale – quasi come se il suo “buon” futuro, non deviante, dipendesse necessariamente dal loro intervento. Bartleby trasforma il potere in un invito, oppone alla finta dolcezza del potere, ormai non più esclusivamente disciplinare, la finta dolcezza del manierismo.

Ed è sul manierismo della sua formula che insiste invece l’interpretazione del filosofo Gilles Deleuze, che, fin dalle sue prime battute, ha un intento preciso: sottrarre la figura di Bartleby a qualsiasi simbolismo. Come giustamente sottolinea:

Si osserva prima di tutto un certo manierismo, una certa solennità: prefer è usato raramente in questo senso, e né il principale di Bartleby, l’avvocato, né gli impiegati dello studio se ne servono abitualmente (“una strana parola; per quanto mi riguarda non la uso mai…”). La formula ordinaria sarebbe piuttosto I’d rather not. Ma soprattutto, la stravaganza della formula va al di là della parola stessa: certo, è grammaticalmente corretta, sintatticamente corretta, ma la sua brusca conclusione, NOT TO, che lascia indeterminato ciò che rifiuta, le conferisce un carattere radicale, una specie di funzione-limite. La sua ripresa e la sua insistenza la rendono complessivamente ancor più insolita. (5)

Più che un simbolo, Bartleby produce con la sua formula un particolare meccanismo. La formula si caratterizza per il suo iper-rifiuto:

La formula è devastante perché elimina altrettanto impietosamente il preferibile e qualsiasi non-preferito. (6)

Ma l’iper-rifiuto non è ancora il rifiuto assoluto: il rifiuto assoluto è la cifra di un’intrusione. Se Bartleby avesse rifiutato ogni cosa, non sarebbe entrato affatto nel guscio-studio dell’avvocato. Questo entrare di Bartleby non viene per nulla sottolineato dai due interpreti, esclusivamente concentrati sulla formula. Perché lo scrivano, prima di far uso della sua formula, deve divenire-scrivano, deve rifiutare di formulare, deve rifiutare e nello stesso tempo non rifiutare, il suo prefer è la cifra della sua economia anti-utilitaristica: se scrive è perché, implicitamente, preferisce di farlo; per ciò che non preferisce egli innalza la sua legge, con la sua formula,” preferisco di no” .

È curioso come il preferire sia la cifra di un rifiuto assoluto, non iperbolico. Assoluto qui vuol dire slegato, sciolto, non relativo ad un sì o ad un no, non binario, cifra di un volere sottile e inesplicabile, di un desiderio evasivo. Il rifiuto assoluto è il rifiuto ambiguo, che è più forte di un rifiuto opposizionale. Bartleby non rifiuta di parlare, ma di parlare come si parla. Non rifiuta di fare, ma di fare come si fa: rifiuta pertanto sia il fare (come si fa) che il non fare, preferendo.

Rifiuta il Rifiuto. È questo il gesto della sua assolutezza. La potenza del suo rifiuto non si concentra su un piano linguistico-pragmatico (Deleuze) o ontologico politico (Agamben) quanto nel suo rifiuto obliquo, o meglio ubiquo, nel suo essere dentro/fuori, nel trasformare ogni ordine in un rifiutabile e nel disorientare ogni attribuzione di senso.

Ma nel suo rifiuto assoluto Bartleby non diventa che un attrattore. Come un amo: entra ed esce. Tutto il racconto è un dispositivo di attrazione, è un training. Il lettore ha l’impressione di cadere in un tranello continuo, complice la figura dell’avvocato che abbocca e tenta ogni volta una spiegazione che possa includere Bartleby nella sua solida ed efficiente visione del mondo.

Bartleby è il Messia di ciò che Melville chiama la democrazia assoluta di tutte le cose.

Bartleby è un Messia, ma non “il nuovo Cristo” di Deleuze, che con la sua formula, con la sua variazione nella lingua, diverrebbe la cifra dell’Americano non malato, dell’Americano che rifiuta la paternità di una lingua (quella inglese), di un potere che lo vuole produttivo e senza segreti. Secondo Deleuze la lingua di Bartleby sarebbe la cifra di un popolo di fratelli senza padre, di una comunità di originali senza Origine, di un’America diversa dall’America fatta di uomini d’affari o di successo, forse ancora troppo inglesi. Ma Bartleby non è una tale forma di Messia. Egli non salva, non vuole salvare. Come Cristo egli non salva se stesso, ma non per salvare, con il suo sacrificio, il mondo.

Bartleby viene per non salvare, per redimerci dalla salvezza che può dare il sapere. Sapere non salva, non redime, può solo costringere. Bartleby è quel Messia che salva dalla volontà di sapere. È l’inesplicabile che non si viene a sapere, che il sapere non può costringere e che non può annullare. All’avvocato non resta che l’abbandono di ogni credenza di appropriazione. L’unica cosa che si saprà di Bartleby è che egli nient’altro è che il Messia-guardiano dell’irreparabile:

Bartleby sarebbe stato un impiegato subalterno in un ufficio di lettere smarrite, a Washington, dal quale sarebbe stato d’un tratto dismesso a motivo di un cambiamento nell’amministrazione. […] Lettere smarrite, lettere morte! Non si direbbe che tutto ciò parli di uomini morti? Pensate ad un uomo che, per natura o per sventura, sia propenso al pallido pensiero dell’irreparabile; potrebbe un’altra occupazione essere più adatta ad acuire quel pensiero, più del maneggiare queste lettere smarrite, e accatastarle per darle alle fiamme? Giacché, ogni anno, cataste se ne bruciano, di simili lettere. Dalle pieghe di un foglio a volte il pallido estrae un anello, e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; estrae una banconota inviata con la più sollecita carità, e chi avrebbe dovuto soccorrere più non mangia né soffre; un perdono per chi morì disperando; una speranza per chi morì senza speme; buone nuove per chi fu annientato da perpetue sventure. Inviate per occorrenze della vita, queste lettere urgono alla morte.

Ah, Bartleby! ah, umanità! (7)

Note
1. H. Melville, Bartleby lo scrivano, a cura di G. Celati, Feltrinelli, Milano 1991, p.1
2. Ivi, p.12
3. G. Deleuze, G.Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata 1999, p.60
4. Ivi, p.61
5. G. Deleuze, Bartleby o la formula, in Id., Critica e clinica, tr. it di A. Panaro, Cortina, Milano 1996, p.93
6. Ivi, p.96
7. H. Melville, Bartleby lo scrivano, op. cit., p.48