blog · History

Il nuovo libro: fuori dalla storia

E’ un momento tale, è un tale passaggio storico, che non esiste più alcuna distinzione tra epica e lirica, elegia o fenomenologia. Qualunque *genere* è abolito nel suo potere prospettico. Per questo scrivere è divenuto per me occuparmi di un canto strozzato che riguarda me alla fine di un mondo e nel pieno del mutamento di ciclo. Ogni storia va a zero, per me, esistendo moltissime storie, tutte variamente interessanti o del tutto ininfluenti rispetto al paradigma di qualunque verità. La verità esiste, non è né vuota né piena, e le sere sfiniscono la forma della mia renitenza umana allo scorrere del tempo e all’attrito degli spazi. Il paradigma storico è abbattuto, non nella sua esistenza e prensione, quanto nel confronto con l’assolutezza delle domande metafisiche che il nuovo tempo impone, sempre più acceleratamente, e cioè cosa sia la coscienza, cosa sia in sé l’ordine della materia che è vuota, cosa impongono le altre dimensioni a cui andiamo a bussare (la morte fisica, lo spazio cosmico), etc. E’ uno stato horror a sempre maggiore intensità, in cui la paura fa *brutti* scherzi – almeno prima li faceva più belli. In questo horror ci muoviamo, respiriamo, siamo: siamo non più storia.
Tutto questo intende essere il libro.

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In piazza Martini, cercando Brunetto

Il grande amico Brunetto Panzani
Sono qui in piazza Martini, la piazza della mia infanzia e giovinezza. La sto battendo da ore, sperando di incrociare Brunetto, il mio amico che non vedo da più di quindici anni e che mi dicono essere rientrato a Milano. Da anni cerco di contattarlo, non riesco a reperire il suo cellulare né la sua mail, non trovo un suo indirizzo e neanche la residenza dei suoi familiari. Mi manca tanto. Cercandolo in questa piazza mi sovviene la memoria, infinita, della mia formazione. Cosa ero? Cosa sono diventato? Entrambe le domande restano senza risposta, in un empito di forte amore e lutto autunnale. C’è un fare catecumenale della memoria, c’è questa ecumene, questa chiesa istantanea e fluviale. La memoria non è una finanza, ma si comporta come tale. Vitello d’oro, dove sei? Verrebbe da urlare questo, mentre sta passando una coppia giovane, l’uomo ha un piccino nel marsupio e la donna ricorda mia madre da giovane. Attendo che Brunetto mi capiti davanti, passeggiando sfaccendato in questa piazza, così come camminavamo quando eravamo giovani, accanto al salice piangente che descrivo nel libro in uscita a settembre, sotto il quale sognavo da bambino di morire, la piazza chiusa, io sotto le frasche, vecchio e impotente, andandomene nella dolcezza del crepuscolo, vedendo uomini che in bocca hanno teste di gatto. E mi abbandono a Coomaraswamy, svanisco qui, stando qui, tra i nuovi treenni che corrono nel sorriso e nella tensione, sento i miei garretti di allora, le siringhe di eroina parevano dolcissimi piccoli portali verso il nulla dolcissimo…

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Osip Mandel’stam: i “Quaderni di Voronež”, a cura di Maurizia Calusio

E’ appena uscito un libro necessario a chi ama la poesia: il primo dei “Quaderni di Voronež” del grande poeta russo Osip Mandel’stam [su questo sito, si veda qui], editi dalla raffinata casa editrice Giometti & Antonello per le cure della bravissima Maurizia Calusio, che al momento è una delle realtà più interessanti di un panorama editoriale molto provato dalla crisi e dal mutamento antropologico. Vorrei insistere sul carattere di necessità dei “Quaderni di Voronež”: ci si trova istantaneamente nell’orizzonte degli eventi di un grande buco bianco, cioè la poesia di Mandel’stam, che è la singolarità novecentesca assorellata ad altre singolarità altrettanto decisive, da Eliot a Pound a Celan a Stevens a Cvetaeva a Rilke. L’intensità veritativa dei versi di Mandel’stam è impressionante. La traduzione di Maurizia Calusio, che già aveva lavorato gli scabri accenti dei “Quaderni” in una precedente edizione uscita per Mondadori nei Novanta, si allinea all’ispida e minerale poesia di questo Mandel’stam lontano dall’acmeismo, ribaltato sulla dura spina dorsale del secolo, nel paese che gli diviene straniero, producendo una reazione a base di sillabe come vertebre, una visione che pietrifica il tempo e lo spazio, nella direzione di un mondo disumanizzato eppure tanto umano. La dura realtà del tempo istoriato, ché “era un giorno a cinque teste”, il silenzio di Dante e la costrizione a “respirare bolscevizzando”, il precipizio dell’universale per un poeta che, schiacciato da una pressione altissima (politica, quindi personale) è in grado di dire che “E non sono depredato, non sono piegato, / ma solo enormemente ingigantito”. Si può desumere da questo Mandel’stam la lezione assolutistica che ci commina il “Meridiano” di Celan o “Il bosco sacro” di Eliot: una poetica che è un’epistemologia e un’ontologia. Siamo davvero nel bosco sacro: esso circonda e penetra la piccola cittadina russa di Voronež, esilio e ingigantimento di una delle grandi menti novecentesche. Non so come dirlo, se non direttamente: fate vostro questo libro urgente, sempre presente. Eccone un testo, nella meravigliosa traduzione di Maurizia Calusio:

Sulle ciglia morte Sant’Isacco è ghiacciato
e sono livide le vie signorili –
morte del suonatore d’organetto, pelo d’orsa
e ceppi altrui nel camino…

Già stana il bracchiere l’incendio,
una piccola torma di break da caccia,
corre la terra – globo ammobiliato –
e lo specchio deforma il saputello.

Nebbia e disaccordo ai piani delle scale,
fiato, fiato e canto,
è ghiacciato nella pelliccia il talismano di Schubert –
movimento, movimento, movimento…

(3 giugno 1935)

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Cosa chiedo di leggere

Chiedo scritture che strappino lembi dell’invisibile, dell’inesistente, in qualunque modo, con rabbia o con distacco, con freddezza o con frugalità, con carnalità accesa o con astratto furore. Tutto, davvero tutto, purché si avveri il miracolo dell’indentramento e del trascendimento di questa complessità. Un empito che mi faccia trasalire e che non inventi mondi alternativi, bensì mondi profondi, capaci di farmi comprendere il mondo. Che l’universalità sia percepita nella cosa stessa del racconto, delle volute a cui uno stile necessario implichi la mia presenza. L’antico gioco delle forme e dei nomi divelto, nel momento in cui vi si aderisce con qualunque dispositivo, con lo strappo dell’anima, dell’animale. Vento sulle più alte cime. Fuoco dalle radici delle mangrovie più sorprendenti. Immobilità e gelo nella furia che rendiconta l’amore, la morte, l’esserci: il ghiaccio brucia. Questo chiedo alle scritture, pochissime mi danno questo che chiedo. Attendo ormai pochi libri, pochissimi nomi: padri, madri, fratelli e sorelle nell’inebetimento davanti all’eccelso, allo sprofondamento. So che questa non è una poetica: è un misurare gli esiti, è percezione mia di ciò che fu detto: letteratura. Non smetto di domandare, a prescindere dalle risposte. Datemi complessità, nutrite la mia fame, ammazzate i vitelli, ammazzate me.

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Addio a Paolo Villaggio, addio al Novecento

L’orgia social acclude al proprio imporsi la ritualità funebre: si commenta ogni scomparsa, massivamente, per qualche ora. Questa emulazione fallimentare e fallita di ciò che un tempo fu cerimonia e costume sociale, per quanto mi riguarda, non è interessante, sebbene sia significativa, poiché delinea il ritratto ultimo di una generazione che fu educata all’immaginario, prima della scomparsa del dispositivo stesso dell’immaginario. Tuttavia ci sono momenti in cui l’orfano dell’immaginario piange davvero, in 3D, e uno di questi istanti è la scomparsa di Paolo Villaggio e delle sue maschere mortali, da Fracchia a Fantozzi: scompare infatti un artista geniale, uno scrittore che, come previsto da Pier Paolo Pasolini, il quale si sa che previde e predisse tutto, enunciò il principio secondo cui i grandi e ultimi innovatori della lingua italiana sarebbero risultati Paolo Villaggio con la serie “Fantozzi” e Aldo Moro. Ero piccino, quando impazzivo davanti a uno schermo in bianco e nero, mentre si lanciava improvvidamente dalle scale di “Studio Uno”, o di una trasmissione consimile, il corpo goffo e tedesco del Professor Kranz, il germe di tutta la contaminazione che Paolo Villaggio avrebbe in effetti imposto alla lingua e alla nazione italiana. L’iperbole linguistica (“… pazzesco…”) e quella morale (Villaggio è l’erede in tempo reale della maschera di Alberto Sordi, utilizzato per fustigare o semplicemente enfatizzare i vizi italiani, con la differenza che Villaggio era un cantautore e Sordi un cantante di testi altrui) hanno impattato sulla mia vita in modo definitivo, poiché definitivo sembrava quel tempo, ritratto da Villaggio con un nitore tragicomico che non ha pari nell’epoca della mia e della nostra formazione, quando il mondo progrediva con lentezza e tragica e comica, e in qualche modo pareva immortale, solido, nella sua stolidità, nella sua crudeltà, nella pietà che abbacinava lo sguardo lanciato su quel mondo stesso. Villaggio è il genio nazionale dell’ultima epoca prima che l’accelerazione tecnologica muti la sostanza stessa del tempo, rivelando che la storia vissuta da noi altro non era se non la premessa maggiore all’accelerazione medesima. Paolo Villaggio, in questo senso, sta in un pantheon artistico al quale hanno accesso Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene. Eravamo così, guardateci: noi eravamo le scimmiette, riassunti in Mariangela, la figlia primatesca della coppia formata dal Ragionier Ugo e dalla Pina. Non si trattava di semplice verve satirica o di ingaggio sociologico spensierato: c’è una metafisica del clown. Paolo Villaggio portò a compimento una simile metafisica. A lui e alla sua opera va la mia gratitudine, il mio amore, la mia disperazione.

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Federica Intelisano e “Ultima Madre” presso Béla Tarr

All’incirca un anno fa ebbi l’onore di partecipare alla stesura di “Ultima Madre”, un formidabile corto di Federica Intelisano, regista ventottenne, che preconizzo diventerà un nome importante nella comunità cinematografica italiana. Oggi sono onorato e orgoglioso doppiamente: Federica è stata ammessa, unica italiana, a un lungo e molto impegnativo workshop con il maestro Béla Tarr. Il regista di “Sátántangó” visionerà il corto “Ultima Madre” e aprirà le mente e i cuori a una trentina di videomaker, che collaboreranno con lui al facimento di lavori video. Per me, nel mio piccolo, il fatto che Béla Tarr finisca per visionare i dialoghi che ho scritto con Federica Intelisano, risulta essere un momento importante della mia vicenda intellettuale e artistica. Non so come ringraziare Federica, anzi lo so benissimo: si inizia la stesura di soggetto e dialoghi del suo prossimo film, su cui Béla Tarr non mancherà di incidere profondamente.