“Cabaret Bisanzio”: su “Assalto”

di ENZO BARANELLI
[da Cabaret Bisanzio]

“L’inizio vibratile, che scuote le vele di immagini. Svanisce tutto nella presenza”.
Un libro che si autodefinisce come incompiuto. Primo e ultimo. Genna, dopo “Italia De Profundis”, si addentra nella sua opera fondamentale e fondante, per la sua scrittura e per la sua persona. Racconto, memoria, citazione, sbavatura barocca sopra il germe di una filosofia ansiogena (“Viviamo l’Epoca del Trauma”): Assalto è un testo ricco di sfumature, di odori rancidi, di profumi speziati, di sudore e morchia, dissertazione sul lavoro che mi consuma e mi riduce schiavo ogni giorno, ogni ora, legato a una rete che analizza i bisogni. Come disse Baudrillard: “Il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare”.
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Vanity Fair: intervista al Miserabile su “Assalto”

La bravissima Silvia Bombino, di Vanity Fair, segnala Assalto e mi contatta per farmi un’intervista che giudico molto disinibita: sono domande che, normalmente, dovrebbero imbarazzare, se non ci si pone da scrittori esteti. A seguire: una citazione dall’intervista e, sotto, i due link ai file pdf.

[…] Molti racconti, dalla periferia di Milano al diario di suo padre, sono autobiografici. Che cosa le è costato di più scrivere?
«Raccontare la solitudine assoluta in cui mi ritrovo, nel capitolo finale, Io so di non sapere dove vado. Ho superato lutti, ferite mie e altrui. Neppure la scrittura mi dà più sollievo. Non vedo la luce e devo imparare a stare solo».

L’intervista al Miserabile autore
La segnalazione di Assalto

Miserabile intervista su DNews

Angelo di Mambro, per la testata free-press DNews mi ha fatto una bellissima intervista, a proposito dell’uscita della versione 3.0 di Assalto a un tempo devastato e vile [sulla cui bellissima presentazione milanese pubblicherò nei prossimi giorni alcuni materiali].
Qui sotto, l’immagine cliccabile per potere leggere il file.

Tommaso Pincio: del Miserabile

di Tommaso Pincio

da minimaetmoralia

[Durante la presentazione di Assalto a un tempo devatato e vile. versione 3.0 a Libri Come, domenica 28 marzo a Roma, Tommaso Pincio è intervenuto all’incontro leggendo questo “Omaggio a Giuseppe Genna”, in cui racconta il suo rapporto con il libro e con l’autore. Trattasi di un futuro autore minimum fax che parla di un autore minimum fax; pubblicarlo in questa sede potrebbe apparire una scelta alquanto egocentrica, ma il testo è bello a prescindere, e forse queste parole Pincio le ha scritte soprattutto per chi Giuseppe Genna non lo conosce e non l’ha mai letto, e dunque concentriamoci sugli scrittori. Buona lettura e buon inizio di settimana.]

È da diverso tempo ormai che Giuseppe Genna perturba le nostre lettere. In rete e sulla carta stampata. E dico perturba non perché sia per vocazione un agitatore. È il suo semplice esistere che scuote.
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La presentazione romana di ‘Assalto’: come è andata

di CARMINE ACETO
[da Altrimedia]

Christian Raimo, domenica 28 marzo all’interno della manifestazione di Roma Libri Come, ha parlato della terza edizione riveduta e aggiornata di “Assalto a un tempo devastato e vile” di Giuseppe Genna, pubblicata in questi giorni da minimum fax, come dell’opera capace di raccogliere le macerie della fine degli ideali dell’umanesimo rendendo evidente che tale involuzione sociale e culturale non ha prodotto nessuna auspicabile catarsi rigenerativa.
Dalla sua prima uscita nel 1996, questo libro, in cui Genna continua a mettere le mani promettendo anzi di non smettere di farlo neanche per il futuro, ha condensato in forme stratificate il declino del contemporaneo, introducendo inusuali interpretazioni della società e dei suoi stilemi antropologici grazie anche alla capacità di Genna di presentarsi ai lettori, e questo da sempre a prescindere dall’opera, come un qualcosa diverso e distante da se stesso. Il Miserabile, come Genna ha voluto ribattezzarsi per il popolo della rete, ha ricercato anche in modo estremo di espellersi, di guardarsi da fuori e questo concetto lo ha ribadito in modo sentito e attraverso un esame di pura cirtica affettiva, come lui stesso l’ha voluta definire, lo scrittore Tommaso Pincio, anch’egli presente alla serata. Le parole di Pincio in special modo hanno profondamente toccato Genna che ha ammesso di non aver ascoltato nel passato parole emotivamenti più coinvolgenti di quelle usate per lui e la sua opera da Tommaso Pincio.
“Perplessità fondate nel rimettere le mani su un libro del genere ce ne erano molte sia da parte mia che da parte degli editori. Era un rischio per entrambi, ma era un rischio necessario da affrontare”. Anche quest’edizione aggiornata vive tutta addosso al suo autore che se ne fa carico in modo doloroso e partecipe, ritmando con il suo linguaggio la stagnazione magmatica della vita quotidiana per come siamo risuciti a renderla oggi.
L’incontro si conclude con Genna che legge alcuni brani tratti da Don DeLillo che iniziano con la frase “Ho fede in forme statiche di bellezza” e terminano con un’invocazione/evocazione del silenzio. “Ecco –ammette Genna– mi piacerebbe dire proprio questo!”

Da ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE (versione 3.0)

E’ appena sbarcata in libreria per i tipi minimum fax, la versione 3.0 di Assalto a un tempo devastato e vile, dieci anni dopo la sua stesura (qui la scheda sul sito minimum fax). Ho già anticipato un piccolo brano dalla nuova parte, che raddoppia il volume di pagine del libro. Qui sotto, dal capitolo “Esaurimenti dei pregressi protocolli”, un brano che giunge dopo una lunga narrazione.
Domenica prossima, 28 marzo (qui i particolari), sarò a Roma a presentare il libro, in una conversazione insieme a Tommaso Pincio e Christian Raimo (quest’ultimo, preziosissimo editor della nuova versione di Assalto). Il 12 aprile, al Teatro Franco Parenti di Milano, il libro verrà presentato insieme ad Alessandro Bertante.

“Ma se fate così a Giuseppe, lo sai, come mangia? Lo sai che non trova lavoro…”
“Sono problemi del ragazzo”.
[…]

Camminando nel gelo, la broncopolmonite, le lastre classiche abbandonate là al pronto soccorso allagato, dove un uomo è entrato con un coltello spianato e incrostato di sangue di una ferita altrui, all’improvviso, urlando, nell’acqua, ecco dunque che l’attenzione ingigantisce il fenomeno gigantesco.
Ogni fenomeno è gigantesco.
Descrivilo.
La foggia dei sogni interrotti.
La guancia pòrta al prossimo che sei tu stesso.
E dunque descrivi cosa sia che si scioglie, affinché io abbandoni il gesto plurale che congiunge il filtro alle labbra, mentre i condensati di catrame ribollono ed esplodono e, scrutando ogni molecola, come supernove in espansione sono pronti a collassare ma emanano il residuo che anticipa, gassoso, né letale né non letale poiché la sua pericolosità eventuale dipende dalla presenza umana accanto al fenomeno medesimo.
Ecco quanto si scioglie e emerge, affinché io non ricorra più semplicemente a una sigaretta, semplicemente, semplicemente, una sigaretta semplicemente!, era tutto semplice!, deve restare semplice!, non può addivenire un fenomeno mentale, complesso e labirintico e sovrastrutturato, e invece lo era a priori; il segreto del gigantismo di ogni fenomeno è questo: è mentale, ogni fenomeno è mentale.
L’amore abissalmente richiesto e percepito non ricevuto.
Il calore che non si è avvertito, l’abbraccio della madre, la stretta del padre.
Il riconoscimento che si esiste, fornito dallo sguardo altrui e dunque negato, negando tutto, soprattutto lo sguardo altrui.
La crescita orrenda dell’attaccamento che sostituisce gli attaccamenti.
La fonte maledicente di ogni attaccamento, che è il mantra infinito e dura dal momento in cui si è esistenti al momento in cui si è ma non esistenti, e dunque: “Io… Io… Io… Io… Io… Io… Io…”.
L’inermità bambina di chi è assetato della requie dalla noia e dal profondo e dal superficiale dolore.
Le folate di rabbia, i sismi della discordia, la furibonda terra interiore che si solleva a singulti geologici, destabilizzando la crosta del pianeta umano.
L’ipotesi della cancellazione di ogni affetto, nel momento inadatto a cercare qualunque affetto pur di sapere con certezza non che si è, ma che si esiste.
L’incapacità, che spaventa, di fronte alla Bambina e al Bambino, ma non di essere padre, non è essere padre: è la fatica di volere, la fatica di amare con fatica, quando amare annulla la fatica qualunque, fa della volontà l’essere al suo stato primigenio.
La distrazione edenica.
Il limite fisico, il colpo, la botta, il sommovimento cellulare, il male organico che fa da bordo e asserisce l’esistenza del corpo e dello spirito con il corpo.
La cultura che si confonde con la natura.
L’insubordinazione emotiva quale ultima verità umana, una falsità a cui l’uomo fonico continua a credere.
La fine della fonazione e quindi l’anticipazione del futuro.
L’autoascolto, la cura di sé, il dondolìo meccanico e incantatorio.
L’atto sciamanico in istato residuale.
La favola che bimbi credemmo non ascoltammo.
La dismissione di ogni guaina, di ogni corpo.
La sospensione delle età e delle ere.
Il recupero della naturale sensazione di essere in qualunque era.
Lo sviluppo di un’altra abilità uditiva.
Il risveglio nell’addormentamento.
L’orgoglio enorme, fisico finanche nei legami strutturali di base.
L’arconte che siamo prima di comprimerci a un tale licello di densità, lentezza e ignoranza.

Tutto era questo l’uomo che fuma.

Concedete il futuro privo dei pregressi protocolli, privo di paradigmi.
Esaurimenti: convergete.

Io emergo da una nebbia, scomposto, alla tempia preme un silenzio dall’interno e un vapore dall’esterno.
Non cancellato, entro nella nebbia, non cancellato nella nebbia mi muovo, sorpasso dunque una nuova barriera di bruma compatta, riesco non cancellato, premo.
Io premo.
Esco da me.
Non sono questo, essendolo diventato.