Dieci poesie inedite su Iris news

Schermata 2016-06-22 alle 09.35.47A due decenni esatti dall’ultima volta che mi sono sporto pubblicamente con le mie poesie, ho ricominciato a farlo in questi mesi, postando su Facebook e su questo sito alcuni componimenti, che sono organizzati perlopiù in “trittici” o in sezioni minime, che compongono un disegno più generale e organico.
Ora Iris News, rivista internazionale di poesia, mi pubblica on line dieci inediti, dal libro, pure inedito, che ha per titolo di lavoro Generazione. Sono onorato e grato, un poco commosso anche. E’ quasi una silloge, a vedere i testi uno dietro l’altro.
Ringrazio Chiara De Luca di Iris per l’occasione che mi ha dato e, insieme a lei, tutti coloro che in questi mesi mi hanno incoraggiato a postare le poesie, che forse migreranno in carta…

 

“… Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare…”

PADRI 2: una lettura poetica a Milano, che mi commuove (perché leggono mie poesie)

Il testo integrale è pubblicato qui sotto il frame di Facebook

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“Pietra abbondante”: una poesia

PIETRA ABBONDANTE

per A.

Dove la fronte carica di sdegno scivola la notte solitario il corpo dell’amico trono scivola
e il volto e gli atti suoi compone e finge
fa dritte le parole e di gioia la fronte adorna e veste
di fraseologia la vita sporca di vesti e di metalli e allatta
un mondo che era bambino di era in era e di ora in ora sole e luna
fanno lattea la luce e metallica la prole
del secolo umano.
Qui sono io. Sono io forma e ventura
è l’ora che segue l’andare da me a te radiosamente a l’altro
dì di giudizio, dio o nomade o contrariamente
tempre e rudità antiche, amico: teatro sannitico del quinto secolo
appare tra, fumi, meraviglia, una nebula umida piovendo
gocce e, diaccio, un uomo nero osserva i nostri corpi
verticali e fraterni, verticali o fraterni
a distanza di metri roteando a caso spinti da meraviglia fino ai sedili antichi
e ai bronzi di un’età anteriore e non amata
dove tu stavi a leggere e crescere solitamente in a solo
un uomo oscuro empio i suoi lacci stringe e coopera
all’odio dell’universo ponto
di universi ovunque è sì in centro questo
empio che mugge e mangia aria e luce e ghiaccia
senza volto, con mani oscure e noi lo abbiamo visto
e continuiamo a amarlo rientrando a te, alla madre dolce.

“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

“Impero dell’astrazione”: una poesia

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Impero dell’astrazione

Silenzio della volontà. Tematica dell’estraneazione. Poeticità della luna.
Tra astri minori rifulgeva.
Come potrebbe altrimenti il verso di Orazio andare.
Era la luna e la notte rifulge nel cielo sereno tra astri minori.
Solitudine sei o bellezza.
Sulle prode amare la vita corta era stare con chi è essere me.
Fumo del pensiero andava in volute cose amare
a essere me sempre e sempre essere io.
Quindi crollai in un corpo e l’oro mi ebbe
sfatto, o ebbrezza o bellezza o incantamento.
Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare
solo avere venerazione e essere
solo, questo.

LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

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LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

Livido di viola e bianco e nero a notte
qui: riameremo. T’aspetto.
Tanta mia povera pena.
Dai tredici anni mi pena girare
girare la chiave che scatta, girare
di vite in vite
tra un cadavere e l’altro
immaginarii:
la febbre del tempo che breve consuma le scoglie
e ne nasce una fenice nuova, sempre una nuova.
Non voglio che scemi la vostra pietà.
Erano, morta!, i miei senza pane sensi
e non sapevo se fare stillare essere o stare
o divenire me stesso: di sasso, di lava è la mente.
Immemore cuore, simili mani.
Frano in una luce madre che dire non so non so.
Vado all’astratto, per impotenza,
grame genti, stridulo ansare,
torrenti e orli di lago e dentro
sono io, sono io Babau.
Ero, bimbo, mendico, di che non so.
Ero, e sono,
a Poppe, a Giolivetto, a Baghirmi e Bornù
e a ieri in aria dove sto non va bene ieri
e futuro non è che fuoco e fummo
stupendamente a essere pietà.
Umane menti: non siete corpi.
Copro mia figlia con assunti e lieve
io e voi andare è l’andare lievi di morte in morte amati,
amate, genti.

1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.

COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

Vedevo ventiquattro ore al pronto soccorso con un uomo di ottantasette anni che ha un bastone e i capelli di argento azzurro e uno sguardo azzurro che dice che è l’ultima persona ad avere visto mio padre vivo, era vivente!, mentre aspettiamo, attendiamo che le zone di malessere spalanchino le porte di plastica ruvida e lei può entrare finalmente nel lettino della barella nell’astanteria ma non entra, sta sulla sedia cattiva di plastica ruvida biancastra, e io appoggiato al corrimano orizzontale per anziani e degenti mentre passa nella barella un anziano che muore senza la dentiera e marrone caffelatte delle coperte e dei golf loro dei vecchi che muoiono, delle giacche da camera e lo psicotico picchia il poliziotto nella zona psichiatria, e poi lei entra, e vedo l’anziana negli spasmi neurologici e il coniuge che mi dice che non sono i nervi il cervello, sono le ossa, e la donna sulla carrozzella delle case popolari ha, improvvide, le impronte rossastre per il sanguinamento sottopelle e l’edema delle mani dei mariti violenti, che hanno violentato la figlia, e lo sguardo nell’imbarazzo troppo giovane della guardia giurata in forma di poliziotto davanti a quella violenza e aspettiamo, attendiamo che si spalanchino i polmoni in un respiro senza febbre sereno finalmente, gli strani edemi, la realtà della carne sotto i rovesci del volto che fa paura e trema, le grandi secrezioni, le fondamentali, della carne in una oscurità di grasso giallo per appiccicarsi ai muscoli, ai nervi, alle ossa, del teschio incancrenito che saremo dopo le putrefazioni.
Sentiamo noi putrefazioni. Continua a leggere “COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO”

“Storia delle storie sempre”: una strana poesia

Era bello avere dove era la casa la casa. Le ore portavano la casa a me papà. Era bello il cibo buono, povero, la didascalia, dove bambina la bambina chiedeva alla fine dei suoi secoli la primavera, papà. Stavo lì con le mani nelle mani e il gusto di stare dietro all’albicocca sotto l’alogena e si generano lì le cose, della bambina: come la masticava, saliva e tutto, la bocca a ciliegia
e luccicare le cose nuove dove non arriva mondo, madre
fino all’inizio della storia che segue la storia allo zero. E quanto buio con la abat-jour e quante coccole. Te la racconto bimba: “Zigolo Zagolo andava nei supermarket e requisiva il gorgonzola. Piaceva un sacco a lui e destinavano ai reparti primonovecenteschi i pazienti che attendevano Zigolo Zagolo con quelle scorte di gorgonzola. La luce si accendeva. Arrivava. Dava loro da mangiare, li aiutava. Avevano ottant’anni, più. Erano esaurite le scorte verso sera a Milano, a Milano non c’era più certezza di avere un pezzo di gorgonzola, lacrimavano per il gelo nei reparti, per l’aria condizionata che andava male. I medici avevano il gelo negli sguardi, gli altri stavano tra degli stracci e il caldo, poco, che potevano permettersi, o bambina”.
Arriviamo ai reparti nelle camerate e stiamo con i nostri polmoni nella luce rada, nella radura verde, ai limiti dell’oscurità. Abbiamo Béla Tarr negli sguardi e la nostra povertà da difendere e da amare, di difendere e di amare. Qui stiamo, nell’incrocio dove non sarà niente di niente andare, se non amare. Stiamo bene e ringraziamo. Ringraziamo gli abeti neri nel parco giardino della Guastalla, tra i guasti che hanno fatto per noi tutto il benedire, dire “No, grazie”
e stare qui senza nessuno e niente se non vedere noi e la bimba tra le tombe prossime e le veemenze, di ieri e di adesso che tace la sirena e è pace dove le cliniche chiudono i tempi e salva è la bimba. Siamo salvi, amore, siamo di amore.

“NEL TUO PICCOLO OTTAVO ANNO O PICCOLA”: una poesia

NEL TUO PICCOLO OTTAVO ANNO O PICCOLA

Dove ti vedo io so che sei che sei stata e so di vedere
niente, dolcissimo niente, che sei figlia di niente a congiungere
niente, a niente: una arancia con foglie giada a un cotto siciliano
unita con un corale dei morti
che sono io
di salmo in salmo
roca la squilla
incerta sale
della voce che si fa formando, dolcissima figlia: piangi.
E si rià la luce alla ciliegia andando
da una ciliegia che pare dal parapetto
cadere a essere luce a essere
schiacciata se salti con la scarpina correttiva
di pozzanghera in pozzo, artesiano, a inzaccherare
l’esistenza di tutte noi, o figlia.
Non ho una parola a celebrarti una.
Quanto avverto di te in me è tutto, è una.
Sinuosamente dormi ora nei due anni sei anni fa andando
a un cane che carezzavi in sogno e dicevi: “Questo è il padre mio
e soltanto mio. E’ tanto. Mio padre cade
di cavallo, agitato, goffo. Vedo scritto ‘coffin’
in una scatola dove lo mettono
gli altri bimbi. Io sono questo.” dicevi, o figlia
e perla e lepre
e luna e luna
e luna, e lieve
e astronomia e morso tra mela e forsizia
tra le forsizie di via Sirte.
E salti nell’acqua e schiocchi
e la grattuggia fa la mela e mangi
i formaggi fusi no e fai le facce
a un niente che non esiste
alla teologia trami i tranelli e
birichina rientri a dormire di argento e la gente è buona.
Miri il mondo, è buono, è vero e vai.

Una poesia rivoltosa

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«SU SU SU I PREZZI VANNO SU PRENDIAMOCI LA ROBA E NON PAGHIAMO PIÙ»
Una poesia rivoltosa

Ovunque fosse una massa medica di rivoltosi
visi in un’ombra non qualunque di face in face e torce all’aria
fumigando come nei campi tra botri e bō
e forconi a protesta vecchi di ruggini a cento e cento
mila facce (fatte di cuoio cattivo, bitorzoli, ceffi) e niffi
fino a dove si spegne la Via Volumena
a centinaia, corpi, un orizzonte, anziani
senza, imbambolati, bambini, ché sono belli
e di innocenza fatti di stelle distanti tra freddo e freddo
prima di primavera, forse alla Merla,
tambureggiando, ritte le falci, fienaie, e tallone e codolo
poggiati là
a foraggiatura
e ripresele
alla bisogna
della ribalta
la notte santa
della rivolta,
andiamo, compagni, cancella
la luna l’astro nero di notte che va
sconosciutamente contro i padroni della mente
contro i padroni noi
estrarremo da loro – corpi commedie derrate –
dal loro utero estraiamo del potere il vecchio bambino e andiamo.

«SECONDA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Tutte le «POESIE NARRATIVE NOIR DI BÉLA TARR»

«SECONDA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Entro da terzo in una storia a zone
da tutto tutto vedendo da una torre alta in ferro e noce
fino ai contorni della città lontana, della luce
squilla il mattutino.
Maccanicamente muovono i pacchi da dentro il cargo
nomadi, tende e misteriose
molto spirituali in uno sguardo vetrocemento e è mio
dove io sto a vedere i contorni tutti, le vetrificazioni.
Un arbitro non ha padre né padre di padre ne è padre.
Stiriamo la cuffia rotatoria all’ora canonica prima noi turnisti
stirando i corpi in una bruma marina a fine turno
assaporando la minestra e ravvedendo crimini
dove addenta a casa la figlia idiota i cucchiai della minestra.
La sua vita è sordida, ho un figlio segreto lontano che non lo sa.
Ho visto volumi di ferro che non immaginate
stanze in aria transeat perdono e morti
colli permette di trasportare un nastro a scorrimento lento
permettono di passare da l’una e l’altra gru e stipa
l’alloro secco d’oro il campesino in casse
accumulate con della verdura e essere trasportate qui a Calais
per i palati alti qui comincia il continente.
Là, tutto è santo!
Capitare in un noir di esistere era stare immoto qui a vedere
in un nero di esistere andava vedere diafano dai vetri tutti
i cittadini del mondo
nella proda corallo
senza figli bagagli londinesi santi moderni
senza parole creò l’intelligenza artificiale che eravamo mo.
Là, sono anche i martirii in croce…