Stasera e domani sera al MiTo: IO HITLER. L’articolo di Repubblica

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La scheda dello spettacolo IO HITLER
Il trailer di IO HITLER
Il Corriere della Sera su IO HITLER
Estratto dal libretto di IO HITLER
Audiointervista al regista di IO HITLER
Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER
Repubblica – Milano su IO HITLER

[clicca sull’immagine per la versione jpg]

Del Corno ha musicato le parole di Genna
“Hitler, una maschera che ancora ci inquieta”
Lo scrittore “Quando parlava non era isterico, ma monocorde, con impennate improvvise”
Il compositore “Ho riascoltato i suoi discorsi e tradotto in suoni e ritmi le frequenze della sua voce”
Al Festival MiTo il racconto della vita del dittatore fino alla presa del potere con l´attore Fulvio Pepe e i Sentieri Selvaggi

di SARA CHIAPPORI

Da una parte c´è Giuseppe Genna, scrittore poco accomodante e molto tempestoso con il suo libro più complesso, il monumentale romanzo filosofico Hitler (Mondadori). Dall´altra c´è Filippo Del Corno, compositore colto, curioso e vigile, che ama usare la musica come strumento di esplorazione e narrazione del presente, anche e soprattutto politico. Dal loro incontro artistico (si conoscono dai tempi dell´università, entrambi alla Statale, complice un seminario su Sentieri interrotti di Heidegger), è nato Io Hitler, azione di teatro musicale, secondo la definizione scelta da Del Corno per sottolineare «la forte compenetrazione tra drammaturgia e partitura musicale», al suo debutto questa sera al Franco Parenti (che ne è anche coproduttore) nell´ambito del festival MiTo.
In scena, diretti da Francesco Frongia, che ha anche curato la parte video con immagini in bianco e nero alla Fritz Lang, l´attore Fulvio Pepe e l´Ensemble Sentieri Selvaggi diretto da Carlo Boccadoro.
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Il Corriere della Sera: «Un Hitler iperrealista per scuotere le coscienze»

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La scheda dello spettacolo IO HITLER
Il trailer di IO HITLER
Il Corriere della Sera su IO HITLER
Estratto dal libretto di IO HITLER
Audiointervista al regista di IO HITLER
Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER

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Franco Parenti / L’azione teatrale di Del Corno dal libro di Genna
«Un Hitler iperrealista per scuotere le coscienze»
di DANIELA ZACCONI

La passione civile declinata in sen­so storico è una spinta creativa forte per il compositore Filippo Del Corno: basta pensare all’opera «Non guardate al domani», sul rapimento di Aldo Moro. Questa ispirazione si concre­tizza ora in «Io Hitler», azione di teatro musicale proposta in prima assoluta il 9 e 10 al Parenti nell’ambito di MiTo (oggi alle 11.30, sempre al Parenti, il musici­sta, il librettista Giuseppe Genna e il regi­sta Francesco Frongia la presentano al pubblico).
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IO HITLER: “Kondor” (Rai Radio2) intervista il regista, Francesco Frongia

http://del.icio.us/js/playtagger
La scheda dello spettacolo IO HITLER
Il trailer di IO HITLER
Il Corriere della Sera su IO HITLER
Estratto dal libretto di IO HITLER
Audiointervista al regista di IO HITLER

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Kondor, trasmissione di Radio2 Rai, in versione estiva condotta da Gianluca Neri e Cinzia Spanò, ha dedicato uno spazio a IO HITLER, intervistando il regista dello spettacolo, Francesco Frongia. E’ possibile ascoltare in streaming l’intervista cliccando sulla freccia qui sotto.

Ascolta l’intervista di Francesco Frongia a Condor [formato mp3]

Dal libretto di IO HITLER: “Mein Kampf – Branchi di scimmie”

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Nell’immagine, in impressionante mimesi con la celebre sequenza di immagini (e questa in particolare) di un discorso tenuto da Hitler, l’attore Fulvio Pepe in un momento dell’azione di teatro musicale Io Hitler, il 9 e il 10 al Teatro Parenti di Milano nell’àmbito del festival MiTo. Lo spartito è di Filippo Del Corno, la regia di Francesco Frongia, l’esecuzione di Sentieri Selvaggi per la direzione di Carlo Boccadoro, le scene e i costumi di Giovanni De Francesco, il libretto del sottoscritto. Qui i particolari.
Faccio seguire un estratto dal libretto: è una scena che concerne la detenzione nel carcere di Landsberg, durante la quale a Hitler è concesso ogni privilegio, tra cui la possibilità di scrivere il Mein Kampf, dettandolo al compagno di prigione Rudolph Hess nel maggio 1924. Questa, la situazione storica. Ciò che è sottinteso, e in particolare la contraddizione sul superamento della specie umana e l’esclusione degli ebrei dalla specie, è più complesso e intende toccare un punto metafisico di cui ho già discusso nell’officina pubblicata nel corso della stesura del romanzo Hitler.
Ecco l’estratto dal libretto.
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IO HITLER sul Corriere della Sera

Il Corriere della Sera cartaceo ha dedicato sabato scorso mezza pagina all’azione di teatro musicale Io Hitler, con partitura di Filippo Del Corno, libretto del sottoscritto, regia teatrale di Francesco Frongia, attore Fulvio Pepe, per l’esecuzione dell’Ensamble Sentieri Selvaggi, direttore Carlo Boccadoro – che sarà rappresentata a Milano, al Teatro Franco Parenti (Sala Grande) nell’àmbito del festival MiTo il 9 e 10 settembre prossimi. In incipi, il trailer che Francesco Frongia ha realizzato. Qui sotto, cliccando l’immagine, la versione in pdf della pagina del quotidiano con l’articolo [176k]. In calce, la versione testuale del pezzo.

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Il debutto – L’opera di Filippo Del Corno dal libro di Genna
Sulle frequenze di Hitler la musica racconta il male
«Nei suoi discorsi il ritmo ipnotico di Wagner»
di GIUSEPPINA MANIN

Prove_Io_HitlerArtista fallito, prete mancato, mendican­te rancoroso. Crea­tura del male, figlio illegittimo di chissà quale pa­dre. Forse del diavolo. Un mo­stro della storia. O meglio, un uomo e basta. Uno come tanti. Perché, a ben guardarsi den­tro, ciascuno di noi potrebbe dire: «Io Hitler». «Un titolo che mi pare riassuma bene lo spirito di questa mia opera, ispirata alla figura più terribi­le e temibile del Novecento, ri­pensata però in quella quoti­diana banalità biologica che lo accomuna al resto del gene­re umano», spiega Filippo Del Corno, 39 anni, compositore milanese, già autore di un Or­feo a fumetti tratto da Buzzati e di un’opera sul rapimento di Moro, Non guardate al doma­ni.
Fondatore con Angelo Miotto e Carlo Boccadoro del­l’ensemble Sentieri Selvaggi per la diffusione della nuova musica, Del Corno presenterà con lo stesso Ensemble il 9 e il 10 settembre, in prima assolu­ta per MiTo, al Teatro Franco Parenti di Milano Io Hitler, azione di teatro musicale, re­gia di Francesco Frongia, con Fulvio Pepe a impersonare, con impressionante mimesi, Adolf prima che diventasse il Führer.
A cimentarsi nell’arduo li­bretto, Del Corno ha invitato lo scrittore Giuseppe Genna, autore di un’affascinante quanto monumentale Hitler (Mondadori), qui spinto a sof­fermarsi sugli anni che vanno dal 1905 al 1933, la lunga ge­nesi di un dittatore. Continua a leggere “IO HITLER sul Corriere della Sera”

Hitler negli Oscar Mondadori

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E’ in tutte le librerie, al prezzo di euro 11, l’edizione economica Oscar Mondadori del romanzo Hitler. A corredo, il che mi fa molto piacere, è uno strillo in quarta di copertina, firmato da Franco Cordelli sul Corriere della Sera, che ringrazio:

“Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria”.

I materiali sul romanzo Hitler sono reperibili qui.
Faccio seguire il bellissimo intervento che Stefania Ricchiuto ha pubblicato su Cool Club.
Continua a leggere “Hitler negli Oscar Mondadori”

il Mucchio Selvaggio su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Italia De Profundis di Giuseppe Genna
Una autobiografia fittizia ed esplosa in più direzioni che cerca di fare – e di farci fare – i conti con l’inabissamento del Paese in cui viviamo
di ALESSANDRO BESSELVA AVERAME
[da il Mucchio Selvaggio – versione cartacea, 1.09]
frecciabr.gif La versione jpg della recensione e dell’intervista su IDP [286k]
Dopo il romanzo biografico, Hitler (attenzione, non biografia di personaggio storico, ma elaborazione letteraria e mitopoietica), la dichiaratamente finta autobiografia, Italia De Profundis. Per molti versi è la conferma dello sguardo ampio e metabolizzante dell’autore, ma c’è una ulteriore continuità: anche questo, come il libro precedente, è un esorcismo, un tentativo di neutralizzare attraverso la scrittura una malattia. La malattia è nello specifico l’immobilità congelata e la morte emotiva di un intero paese, quello in cui viviamo, incapace di accettare la fine delle esperienze e degli eventi, marcendo in un pantano da cui non si riesce ad uscire. Lo scrittore, come ci dice l’autore stesso in sede di intervista, qui più che altrove personaggio, è il corpo narrativo attraverso il quale mostrare gli effetti della patologia.
La scrittura ha momenti ostici, con costruzioni associative che fanno venire in mente, tra gli altri, Burroughs, altrove ci si stordisce per accumulo e valanga emotiva, ma l’immersione di chi legge nel flusso della storia non ne risente affatto. La forma del romanzo – non è una novità per l’autore – deborda e si va a prendere tutto lo spazio che gli occorre. Cambia strada, si frammenta in alcuni episodi (im)morali vissuti dal personaggio Giuseppe Genna, finisce in un villaggio turistico, ecosistema che riproduce in scala ridotta la malattia del Paese. È proprio in questa parte finale che c’è il rischio di suonare didascalici o moralisti, o quantomeno scontati, ma è esattamente in questo spezzone finale che la scrittura si fa più brillante, in alcuni momenti addirittura divertente, forse più strettamente letteraria ma sempre fortemente empatica. Ovviamente non c’è proprio niente di cui ridere, stiamo assistendo alla tragedia di una patologia di cui si stenta a trovare la cura. E tuttavia l’alleggerimento necessario per farci metabolizzare quanto letto nelle pagine precedenti. Difficile dire se questo ci aiuti a guarire: quel che è certo è che provoca una reazione. (…) [CONTINUA]

Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Mauro Trotta su “il manifesto”: il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell’ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l’indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell’autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L’orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un’impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d’accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall’altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un’aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all’interno di un’epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall’officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C’è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l’inizio e la fine. Quest’ultima soprattutto, dove c’è l’incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell’intero testo, dato che tutto il resto – la storia di Hitler – si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell’autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l’atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L’apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall’autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell’Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia – la battaglia tra gli dei e i titani – dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell’autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo – abbandonata solo rare volte – consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po’ gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l’Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull’Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L’ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l’altro, ci sono interventi dell’autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull’orlo della catastrofe
L’unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d’un fiato, l’Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull’orlo della catastrofe?

Una mail sul romanzo Hitler: intercettazione dell’autore

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Fabio Deotto, che mi ha spedito una splendida mail su Hitler: non tanto per l’apprezzamento circa il libro, ma per i ragionamenti che configurano un incontro attraverso il testo. Le meditazioni di Fabio Deotto, che non conoscevo fino alla mail inviatami, intercettano attraverso il libro alcune intenzioni che sono ignorate o date per scontate dalla critica a cui Hitler non è piaciuto – ma per me sono oggettivamente fondamentali e molto lontane dalle mie poetiche. Evidentemente si tratta di elementi centrali e interroganti anche per altre persone. Di tutto questo devo ringraziare Fabio Deotto, di cui vi invito a visitare il blog, http://iononpossoscrivere.splinder.com.

Giuseppe,
io credo, devo dirlo, che tu abbia scritto un libro formidabile.

Voglio essere sincero, ho detestato gli avvitamenti retorici e
ombelicali che ho trovato in alcuni tuo interventi su Carmilla, ma sto
adorando il tuo ultimo romanzo. Non me lo aspettavo, ma ripeto, è
qualcosa di sorprendente.

Coraggioso, rivelatore, didascalico nel senso più omerico del termine. E
una volta tanto questo aggettivo non ha per me un’accezione negativa. Il
tuo continuo prendere le distanze dal non-essere Hitler può sembrare,
almeno in un primo tempo, frutto del terrore di “concedere vittorie
postume”. Leggendo Hitler mi sono più volte chiesto per quale motivo
continuassi a a strappare il lettore dalla dimensione narrativa (“la
madre non ha fatto la differenza” “E qui che accade Hitler”), quasi
volessi impedirgli di rimanere troppo tempo in contatto con quell’Hitler
semi-umano che tu stesso hai sfiorato con attenzione. Mi chiedevo se lo
spauracchio del “tabù” avesse appesantito anche la tua penna, ma sono
bastati pochi capitoli per comprendere che la tua è stata una scelta
cosciente, continua.

Oltre che essere in un certo senso didattico (mi mancavano molti
passaggi storici della biografia di Hitler e della Germania nazista.
Sembra quasi che tu voglia essere più una guida che un narratore, prendi
per mano il lettore e lo porti a ritroso nel tempo a dare un’occhiata ai
fatti e ai personaggi. Avanzi ipotesi, in molti casi solo per poi
confutarle), questo “romanzo” sprona alla riflessione come pochi, anzi
si potrebbe dire che la costringe, ti pone costantemente nell’obbligo
affrontare quello che un non-uomo è stato e come abbia ipnotizzato
milioni di esseri per il solo fatto di proporre un non-pensiero. Vorrei
non pensare alla situazione italiana di oggi (sto leggendo Hitler a
cavallo della terza vittoria elettorale di Berlusconi), ma il tuo
romanzo me lo impedisce. Il tuo esplicito riferirti a un
“non-personaggio che non è ma appare” mi impone di guardare non tanto al
non-statista che si appresta a “ridimensionare il peso della Resistenza
nei libri di scuola”, ma agli italiani tutti. Agli operai che si sono
recati alle urne per votare Lega Nord e a quelli che esultano per la
scomparsa dei “comunisti” dagli scranni parlamentari. Mi costringe a
toccare con mano la sostanza del non-pensiero che sottende la storia del
Novecento andando a ingarbugliarsi fino ai giorni nostri.

Ma non si tratta solo di questo. Ciò che mi ha colpito, in questo libro,
sono alcuni stati mentali che il giovane Hitler attraversa e che io
trovo fin troppo umani, e fin troppo vicini a persone che conosco e,
purtroppo, anche a me stesso. In particolare il suo ricorrente ricadere
in fasi di abulia estrema, una condizione che fa da contrappeso
all’Hitler “esorbitante” che tra alimento dalla “copula con la folla”.
E’ questo l’aspetto su cui la riflessione si fa più dolorosa. Tu parli
in continuazione di non-personaggio, di una ideologia-nulla. Eppure io
nell’Hitler uomo trovo molti difetti squisitamente umani, che rilevo in
diverse persone di mia conoscenza (diretta e indiretta). L’esistenza di
uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in
quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di
avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo.
Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è esplicabile, il
vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader.

Questa è la riflessione che secondo me andrebbe fatta. Non ho ancora
finito di leggere “Hitler” perciò su questo punto come su altri non
posso dare un giudizio definitivo. Ho solo voluto condividere con te
alcune reazioni a caldo che questo romanzo mi ha suscitato. Una volta
terminata la lettura lo recensirò sul mio blog e, nel caso possa
minimamente interessarti, ti comunicherò la pubblicazione del post.

Grazie per l’attenzione e grazie per il libro che hai scritto,
Fabio Deotto

Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler

Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per la sua trasmissione “Due minuti, un libro” in onda su La7, e ho incontrato una mitologia vivente. Ecco l’intervista video, che purtroppo non testimonia della preparazione, che meriterebbe un Foster Wallace per un’attenta fenomenologia.
Ringrazio La7 e Alain Elkann per l’attenzione e lo spazio concessomi.