Tommaso Pincio: Racconti d’America

di TOMMASO PINCIO
[da il manifesto, 9.1.10]
Maestri della forma breve, il celebre Raymond Carver, di cui minimum fax pubblica nove Racconti in forma di poesia, e il pressoché sconosciuto Andre Dubus, di cui esce da Mattioli Non abitiamo più qui, cercavano di illuminare in poche pagine quegli istanti in cui la vita imbocca una direzione decisiva: per lo più quella sbagliata

Precaria è la delicata arte del racconto. Raggiunta l’età – tutto sommato non così veneranda – di quarantacinque anni, Roberto Bolaño considerò di avere accumulato sufficiente esperienza per dispensare qualche consiglio sull’arte di scrivere racconti. Nella miniera di saggi, articoli e discorsi scritti tra il 1998 e il 2003 dal poeta e narratore cileno, e poi raccolti dall’amico Ignazio Echevarría nel volume Tra parentesi (in uscita per Adelphi nella traduzione di Maria Nicola, pp. 379, euro 26), leggiamo: «Uno scrittore di racconti deve essere coraggioso. È triste riconoscerlo, ma è così».
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Una poesia di Raymond Carver

carverpoesia

SALA D’AUTOPSIA

Allora ero giovane e avevo la forza di dieci.
Per ogni cosa, pensavo. Benché parte del mio lavoro
la notte fosse di pulire la sala dell’autopsia,
una volta che il lavoro del medico legale era finito. Ma di tanto
in tanto staccavano prima, o troppo tardi.
E lasciavano ahimè fuori delle cose,
sul loro tavolo speciale. Un bambino piccolo,
immobile come pietra e freddo come neve. Un’altra volta
un nero enorme dai capelli bianchi a cui avevano squarciato
il petto. Tutti i suoi organi vitali
buttati in una casseruola accanto alla testa. L’acqua usciva
dalla pompa, le luci fiammeggiavano.
E una volta c’era una gamba, una gamba di donna,
sul tavolo. Una gamba pallida e ben fatta.
Sapevo di che si trattava. Ne avevo già viste.
Questa però mi fece restare senza fiato.


La notte, tornato a casa, mia moglie mi avrebbe detto
«Tesoro, le cose si stanno aggiustando. Daremo questa vita
in permuta, in cambio di un’altra». Ma non era
così facile. Mi avrebbe preso la mano
tra le sue e me l’avrebbe tenuta stretta, mentre io sprofondavo
sul divano e chiudevo gli occhi. Pensando… a qualcosa.
Non so a che cosa. Ma le avrei lasciato portare
la mia mano al seno. A quel punto
avrei aperto gli occhi e fissato il soffitto, oppure
il pavimento. Allora le mie dita deviavano
verso la sua gamba. Che era calda e ben fatta, pronta a fremere
e sollevarsi leggermente, al tocco più leggero.
Ma la mia mente era confusa e agitata. Nulla
stava accadendo. O tutto. La vita
era una pietra, che stritolava e aguzzava.

[da Ultramarine]