blog · Poesie

Una poesia del 1993: “Campana delle divisioni”

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Continuo a pensare intorno all’eventualità di pubblicare un libro di poesia. Sono franate tante certezze, anche quella relativa all’incertezza, nel corso di molti anni, dal momento in cui, discutendo con amici poeti, decisi di non offuscare o intossicare un ambiente che mi pareva morente, con versi che mi sembravano mediocri. Fu fondamentale, in questo senso, l’appoggio di quei poeti, non propriamente miei coetanei: un po’ come l’antimessia nietzscheano, che aiuta il debole quando lo vede sul ciglio del burrone e gli dà una spallata. All’origine della poesia, del fare poesia io, c’era Antonio Porta: che mi diede una spinta, che proiettò me, una sorta di seconda inerzia, forte, una nuova fecondazione. Dopo Antonio Porta, in effetti, non ci fu più nessuno. Mi rende meditabondo la teoria di immagini di poeti o pseudotali o addetti ai lavori, che incoraggiarono in una determinata direzione la mia fragile autostima, tra i venti e i venticinque anni, periodo in cui arrivai alla conclusione che proprio non ero capace, lo dicevano i miei amici e certi poeti adulti si mostravano scettici o disinteressati, e pensai che era meglio per me sperimentare registri diversi e generi differenti di scrittura, la poesia no, dunque; fino a concludere poi, una decina di anni più in là, che di fatto non esisteva alcuna differenza tra poesia e prosa, per come avevo in mente la prosa. Le piccole prose di “Assalto a un tempo devastato e vile” iniziarono a scriversi nel 1995, in effetti. Questo testo che pubblico nell’immagine risale al 1993. Faceva parte di un libro, che si intitolava “Libro bianco”, il quale era nel ’94 in bozze presso un piccolo editore specializzato in poesia. Poi, per i fatti della vita, non fu più pubblicato. Il libro andò disperso. Salvai qualche verso, tra cui questi, che mi sono tornati in mano ieri notte, mentre tentavo di fare spazio all’ingresso di nuovi libri. La poesia, in sé, mostra errori madornali: che importa, ora? Potrebbe essere corretta? Sì. Sarà corretta? No. Un’anticipazione di “Libro bianco” uscì su “Poesia” e io ero tanto felice, tanto disperato in quel dicembre in cui credevo soltanto a un crollo di me nel mondo. In anni e anni, dunque, accendevo i molti personal computer e nel lucore azzurrato fissavo schermi e riempivo le credenziali delle mie insufficienze: un verso via l’altro, lentamente, secondo il mandato della sedimentazione che è una forma di resistenza alla negazione e un freno al rammemorare. E’ che per me, per via di molti fatti della vita, i quali persistono a intervenire nella vita stessa anche quando si auspica che ne capitino rari e la concentrazione richiede più naturalmente il compendio essenziale del silenzio, avviene che sia questo un momento di altissima fragilità rispetto a ciò che è stato, è e sarà sempre l’amore letterario della mia esistenza, ovvero la poesia. Vorrei chiudere proprio questo cerchio personale, a distanza di vent’anni. E continuo a pensarci e apro file risalenti a molti anni orsono e trovo fogli A4, e taglio e riscrivo, e ravvedo un principio di unità che, per quanto conosco me stesso, è ben comprensibile e, se proprio non comprensibile, è comunque plausibile. Quindi ritengo che pubblicherò, in qualche modo, questo libro che ho in mente, che nel “Dies Irae” appariva come “il manoscritto del ‘Dies Irae'” e nell’ultima narrazione, quella che io ritengo il libro mio più riuscito, e cioè “La vita umana sul pianeta Terra”, funziona come ciò che per certo sanscrito è “il transelemento”. Non avendo creduto mai, nemmeno per un istante, alla forma “romanzo”, tutto ciò che mi sembrava incoerente assume oggi una certa coerenza, ai miei occhi che iniziano a perdere diottrie. Mi è toccata molta carne, infinitudini di parole, tempeste di sollecitazioni. Erba, poca. Cielo, poco. Mente, molta. Ma l’aria, l’aria aprilina: quarantacinque alberi su cui pongo aperto il palmo della mano destra. Fino a quando l’ombra continuerà a tartassare le mie solitudini con la sua contabilità? Fino a quando questa abrasione, questè sinuosità sempre distanti, questi sguardi che non considerano l’etere e il vetro e straziano e la fibrillazione scuote le materie? Intanto vedo chi ha meno anni di me e fiorisce: ravvederlo ogni dì è una gioia, contemplare queste fioriture, le sorelle parole salutano i fasti della consunzione e abitano sguardi che non straziano, fendono il vento, spaziano. Essere scritti è stato bellissimo.

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