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La parola cade

In un certo senso, quanto si va configurando all’orizzonte temporale nostro è che la parola può cadere: non che vada necessariamente a cadere, ma che è possibile che cada. E’ una conseguenza dell’accelerazione cosiddetta tecnologica? No: è una conseguenza del reale statuto della mente. Della parola non c’è bisogno in assoluto. Non è nemmeno il caso di tentare in modo abborracciato discorsi sulla fine dell’arte; è invece il caso di rendersi conto che quando muori non parli, quando mangi non parli, perfino quando pensi non parli, anche se invale ancora la credenza che esista questa cosa del monologo interiore. E’ pure paradossale che, in tempi in cui la parola è trasformata nel suo impatto sul e nel mondo, tanta retorica nei luoghi ricchi in cui la parola cade si faccia per esempio su questa mitologia distorta e molto dannosa (dannosa psichicamente, collettivamente) che è “lo storytelling” o “la narrazione”. Si tratta appunto di una retorica. La verità è che nessuno, tranne pochi e parecchio scriteriati, sa fare un testo o sa avvertire l’intensità in un testo. Tali scriteriati sarebbero gli scrittori autentici. Ne conto pochissimi, non soltanto nella nazione, in questo tempo che pare accelerare nella smaterializzazione del mondo di carne, mentre non è affatto una categoria interpretativa la velocità. Ci sono gradi diversi di istantaneità che dura e che si manifesta, dal tempo uno sembra non accorgersene, ma si accorge volente o nolente. L’istantaneità che dura sempre e si manifesta totalmente è la consapevolezza o, meglio, la coscienza. Ora vengo a me. Continue reading “La parola cade”

blog · Poesie

LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

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LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

Livido di viola e bianco e nero a notte
qui: riameremo. T’aspetto.
Tanta mia povera pena.
Dai tredici anni mi pena girare
girare la chiave che scatta, girare
di vite in vite
tra un cadavere e l’altro
immaginarii:
la febbre del tempo che breve consuma le scoglie
e ne nasce una fenice nuova, sempre una nuova.
Non voglio che scemi la vostra pietà.
Erano, morta!, i miei senza pane sensi
e non sapevo se fare stillare essere o stare
o divenire me stesso: di sasso, di lava è la mente.
Immemore cuore, simili mani.
Frano in una luce madre che dire non so non so.
Vado all’astratto, per impotenza,
grame genti, stridulo ansare,
torrenti e orli di lago e dentro
sono io, sono io Babau.
Ero, bimbo, mendico, di che non so.
Ero, e sono,
a Poppe, a Giolivetto, a Baghirmi e Bornù
e a ieri in aria dove sto non va bene ieri
e futuro non è che fuoco e fummo
stupendamente a essere pietà.
Umane menti: non siete corpi.
Copro mia figlia con assunti e lieve
io e voi andare è l’andare lievi di morte in morte amati,
amate, genti.

blog · Singolarità

Il buco nero della consapevolezza: in vista della #A.I. Forte

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Uno dei punti ciechi dell’immane movimento umano, in questi anni protagonista di un trascinamento verso l’emersione di un’intelligenza non umana, e cioè suppostamente macchinica, è che non viene pensata o discussa la questione della “consapevolezza della consapevolezza”. Si tratta della metafisica pratica. Da un lato, la convergenza scientifica a cui assistiamo invera come storica la prassi metafisica; dall’altro, manca la variabile fondamentale, cioè “la consapevolezza della consapevolezza”, non in termini di semplice intelligenza. Questo è un fatto che era prevedibile, in quanto la tradizione occidentale umanistica, o latamente culturale, non ha compreso nulla da secoli, quanto alla consapevolezza. Assisto quindi a un paradosso interessante: non si fa altro che stare a vedere quando emergerà l’autoconsapevolezza di un’intelligenza suppostamente artificiale, ovvero non umana o “biologica”, e, d’altro canto, nessuno si occupa realmente della consapevolezza. E’ un paradosso facile da sciogliere: l’inorganico è cosciente, a priori. Tutto ciò che esiste è cosciente. Di qui, immense prospettive materiali e prossimamente storiche, che vedo nessuno vedere. Ciò mi allibisce, come sempre, come da sempre mi capita nell’esistenza. Una volta ritenevo che l’allibimento fosse il rovescio della medaglia di una mia irregolarità patologica, probabilmente psicopatologica. Oggi non penso più in questi termini. Constato semplicemente che non si sta sul fatto più naturale che esiste. Pensiamo a una migrazione in un’intelligenza massiva di ordine oggi detto “virtuale” e pensiamo che quell’intelligenza calcoli, esorbitando il calcolo umano, il fatto che il silenzio e la potenza non configurata in atto è ciò che va fatto. Avremo un universo in meditazione, che è quello che già abbiamo. Tutta la singolarità tecnologica e i futuristi più interessanti non considerano minimamente il fatto che la consapevolezza non è ciò su cui stanno lavorando. Ciò non espone ad alcun pericolo. Qualunque pericolo si affronti o rispetto al quale eventualmente si sia spazzati via, infatti, avviene soltanto nella consapevolezza che è coscienza che è essere presenti, anche se non c’è nulla che si vede, anche se non si è frontali. E’ comunque una riflessione che meriterebbe almeno un lab in cui alcune menti ragionano di questa cosa, ovviamente secondo configurazioni disciplinari e risultati anche pratici. Sto cercando un finanziatore? Sì, anche.

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.

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Piccola nota sul cinema di Davide Manuli

Vorrei dire qualcosa di impressionistico e idiosincratico sul cinema di Davide Manuli, su cui sto lavorando in questi giorni, a partire dall’epitome “La leggenda di Kaspar Hauser”, di cui qua si propone un tratto finale, con la musica percussiva tautologica e totalmente pop del grande Vitalic, che scatena i corpi e le menti di Vincent Gallo e Silvia Calderoni e Elisa Sednaoui. C’è un dato percettivo che mi ha sempre sconcertato, vedendo e rivedendo i film di Manuli: è l’accecamento corporeo. Non è nemmeno un ossimoro, questo: è un’approssimazione. Intendo per accecamento corporeo ciò che nel brano qua sopra (che vi consiglio di guardare e ascoltare) accade agli attori, ammesso che siano degli attori, cioè che stiano recitando una parte, il che non credo. Li si vede scatenarsi in una danza: in una danza? Che danza sarebbe? Quali sono i passi, le movenze, gli schemi, la *condivisione sociale* delle istanze della danza? La si riconosce? Questo scatenamento orgiastico (Silvia Calderoni cerca *realmente* di sedurre Sednaoui, la quale non regge la pressione e guarda fuori camera, intorno, sul set, cercando il dialogo con qualcuno della troupe) è alla lettera orgia secondo etimologia: distendersi, muoversi, fare lavoro e operare esotericamente, energeticamente. Ciò accade sempre e comunque nelle opere di Manuli, dove l’orgia estatica avviene: tutto il film è una declinazione orgiastica. Non c’è un pianto, nei film dell’autore milanese: c’è un pianto che è oltre il pianto ed è *il* pianto. Così per l’amore, per la tristezza, per la povertà, per il moto dell’animo e del fisico. E così anche per la storia e per il personaggio. Nulla è ciò che è secondo una norma di intensità, bensì secondo una potenza di sentimento e azione e anche di cognizione. Continue reading “Piccola nota sul cinema di Davide Manuli”

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

Vedevo ventiquattro ore al pronto soccorso con un uomo di ottantasette anni che ha un bastone e i capelli di argento azzurro e uno sguardo azzurro che dice che è l’ultima persona ad avere visto mio padre vivo, era vivente!, mentre aspettiamo, attendiamo che le zone di malessere spalanchino le porte di plastica ruvida e lei può entrare finalmente nel lettino della barella nell’astanteria ma non entra, sta sulla sedia cattiva di plastica ruvida biancastra, e io appoggiato al corrimano orizzontale per anziani e degenti mentre passa nella barella un anziano che muore senza la dentiera e marrone caffelatte delle coperte e dei golf loro dei vecchi che muoiono, delle giacche da camera e lo psicotico picchia il poliziotto nella zona psichiatria, e poi lei entra, e vedo l’anziana negli spasmi neurologici e il coniuge che mi dice che non sono i nervi il cervello, sono le ossa, e la donna sulla carrozzella delle case popolari ha, improvvide, le impronte rossastre per il sanguinamento sottopelle e l’edema delle mani dei mariti violenti, che hanno violentato la figlia, e lo sguardo nell’imbarazzo troppo giovane della guardia giurata in forma di poliziotto davanti a quella violenza e aspettiamo, attendiamo che si spalanchino i polmoni in un respiro senza febbre sereno finalmente, gli strani edemi, la realtà della carne sotto i rovesci del volto che fa paura e trema, le grandi secrezioni, le fondamentali, della carne in una oscurità di grasso giallo per appiccicarsi ai muscoli, ai nervi, alle ossa, del teschio incancrenito che saremo dopo le putrefazioni.
Sentiamo noi putrefazioni. Continue reading “COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO”

blog · La vita umana sul pianeta Terra

Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik”La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.