Audiovideo – Antonio Porta: LEI CHE TE LO CHIEDE, OCCHI CONTRO OCCHI

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“Quante volte ho provato una sensazione di profondo benessere nel condividere la preziosa formula heideggeriana del linguaggio come ‘casa dell’essere’. Il linguaggio della poesia poteva apparirmi in quei momenti come il più confortevole (non importa se faticoso nella preparazione) dei modi di abitare il linguaggio, dunque l’essere.
A volte mi sono provato a accorciare ancora di più le distanze e mi sono detto: l’essere è il linguaggio. Impraticabile scorciatoia… Ci ha pensato l’esperienza della vita a smentirmi clamorosamente, quando ho visto che l’essere sconvolgeva, furente, esseri umani, uomini o donne, forse più donne che uomini per le ragioni che sappiamo di emerginazione storica, senza che potessero trovare conforto nella parola (sussurri e grida, mugolii e lacrime, contorcimenti… ma non parole…).”
Antonio Porta da “Sentimento e forma, appunti” in Alfabeta n. 57, febbraio 1984, pag. 5

In omaggio ad Antonio Porta, nell’anno del ventennale della sua morte, verranno in questo sito riprodotti interventi, poesie, file audio e video. Quello che segue è mtuato dall’audio custodito sul sito di Lello Voce: Antonio Porta in “Bande sonore. Radio Music e Poesie” legge da L’aria della fine. Courtesy Ed. San Marco dei Giustiniani e Rosemary Liedl Porta. L’elaborazione ulteriore in audio e il video che utilizza materiali da Man Ray e filmati di Rete, è opera del sottoscritto.

La Porta è ancora aperta: per il ventennale di Antonio Porta

di GIUSEPPE GENNA

antonio_portaLa sera del 12 aprile 1989, diciannovenne, io ero a una riunione della rivista poetica milanese Schema. Erano altri tempi, rispetto a questi. La poesia contava socialmente, sebbene il declino transitorio (ma drammatico, se visto con lo sguardo di chi fa del presente una verità oggettiva ed eternizzabile) fosse già avvertibile. C’erano riviste, iniziative, incontri. Esisteva MilanoPoesia. Milano pulsava. Giunto a quella riunione di Schema, un amico mi disse con aria frivola e svagata: “Lo sai?, è morto Porta”. 
Antonio Porta era il mio appiglio edipico, l’unica persona che in quel momento potevo e in futuro non avrei smesso di chiamare “maestro”.  All’annuncio effettuato con frivolezza vagamente morbosa, mi congelai. Avvertii un freddo interiore, un antartide viscerale.
La riunione si spostò a casa di uno dei due direttori di Schema, Franco Manzoni. Un consesso assurdo, in cui parlavano di ciclismo. Io non riuscivo a pronunciare parola. In quel consesso emerse uno dei tanti ignorabili poeti del sottobosco, peraltro più musicista che scrittore, appartenente alla fauna parassitaria che sfrigola la sua esistenza minimale e muschiva nel basso e nell’invisibile, senza che nessuno se ne accorga, nonostante l’unico desiderio del paramecio sia che qualcuno si accorga di esso. Tale ente, dotato di parola disumana, pronunciò una frase che mi si stampò nell’intimo e che innescò il primo conato di una nausea che mi sarei portato addietro per vent’anni, fino all’altro giorno – dicendo esso organismo: “Beh, possiamo dire che la Porta si è chiusa”. Continua a leggere “La Porta è ancora aperta: per il ventennale di Antonio Porta”