Sciogliere la scuola italiana?

Vedo due criticità assolute, che costituiscono le principali emanazioni sociali del momento politico: i bambini e il disagio psichico collettivo. Sono la medesima *cosa*, sono il politico. Affronto un’unica declinazione, ovvero i bambini. Mi scuso preventivamente con insegnanti, operatori scolastici, addetti al vasto spettro psicologico e genitori che possono sentirsi offesi leggendomi: parlo della mia esperienza, generalizzo a partire dal me stesso. Il sistema educativo italiano è semplicemente crollato negli ultimi decenni, sia in termini di pura organizzazione sia sul piano della qualità dell’offerta sia a livello di sistema valoriale incarnato dai protagonisti dell’erogazione di ciò che si pensa essere un “servizio” – e che servizio non è, è la coappartenenza a una società. La sanità è un servizio, l’educazione no, l’educazione è ben più che un servizio. Le riforme scolastiche sono del tutto consentanee a un’idea di mondo orrendamente liberista, ovvero riduzionista, che evita l’idea stessa di soggetto e quindi di relazione tra soggetti, facendo del soggetto un oggetto e delle relazioni pure un oggetto. Una visione devastantemente antiumana coordina le azioni più penosamente immorali nel gradiente dell’efficacia, in realtà facendo impazzire le gerarchie di senso e le tassonomie che quel senso traducono in punti di riferimento di qualunque processo. La morte della lingua, cioè del processo linguistico, è un sintomo, peraltro il meno “impattante” (“impattante” lo dicono *loro*), di una patologia che in modo sconvolgente ha infettato tutto il corpo sociale. L’idealtipo di bambino integrato, responsivo a un pavlovismo che nemmeno considera il cane come focus dell’esperimento, poiché ha in mente di sperimentare su un piccolo robot, è il responsabile del contagio diagnostico a base di acronimi come DSA o BES o numeri come 104, per ingabbiare ciò che non è ingabbiale, ovvero la naturalezza di uno spirito, precisamente la quintessenza del fenomeno umano. L’esclusione degli spiriti profondi, che sono *tutti* i bambini, viene comminata a base di azzeramenti progressivi delle loro capacità di varianza, della loro creatività che è anarchica per principio, della loro forza incapacitante l’adulto, rovesciando il tutto in questo: che sono *loro*, insegnanti et alii, a incapacitare lo spirito dei bambini. L’incapacitamento dell’adulto è il momento in cui i bambini esprimono tutto l’amore e l’odio, ovvero la propria potenza, nei confronti di quell’incomprensibilità dura, peripatetica e resa crisalide, che è la condizione adulta. Si sottrae il pensiero delle mani, sottraendo il gioco fisico libero, quindi impulsando l’inabilità ai micromovimenti e all’autopercezione, andando a sovraordinare il gioco con protocollarità innaturale, per esempio mettendo un bambino a giocare a pallone in un campo regolare. Ogni profondità segnala “grossi problemi”. E’ subito spettro autistico, se si reagisce bruscamente alla luce o ai suoni. Disturbo generale dell’apprendimento come correlativo oggettivo dell’epilessia. Didattica non analogica. Impossibilità della deriva fantastica. I generi del testo, a cominciare da quello horror, in luogo del processo testuale sfrenato. La regola non come limite da cui nasce il progetto, ma come abolizione di ciò che sarebbe da limitare. Psicopedagogie a procedimenti illogici e controfattuali. Annichilimento dell’amore (quale insegnante davvero ama i propri alunni? Tutte e tutti, certamente, ma davvero le persone insegnanti sono a oggi capaci di amare?). Un esercito di professionisti del disagio, che coincide con la schiera dei creatori del disagio medesimo, dagli psicoterapeuti under 50 ai logopedisti, dagli psicomotricisti che non hanno un’esperienza profonda del corpo fisico e di quello emotivo, fino ai baby sitter performativi su cui si scarica il tempo libero di bambini e ragazzi. Inesplicabilità del tutto. Delusione dei piccoli, che fanno da soli in un mondo che dice loro di non fare da soli, perché essi vanno capiti e ascoltati, vanno compresi, e giustamente, se il piano di proposta è quello della comprensione, si sentiranno incompresi. Silenzi e perenni sdraiature dei più giovani non stanno a dire che non ci sono parole oppure che i più recenti non hanno spina dorsale: provate a respirare da stesi, da sdraiati, poi confessate a voi stessi quanto è difficile inspirare ed espirare. La metafisica tecnologica non è un alibi, ma semmai la causa scatenante di una irresponsabilità degli adulti attuali, che sono transitori e che non hanno compreso che la giovanissima generazione sarà la prima a decidere se ibridarsi o meno, quindi è eroica ed epica a priori. Questa irresponsabilità adulta fomenta l’incredibile abbandono a un disturbo narcisistico debordante, generalizzato, incoercibile. E’ colpa degli adulti, non delle macchine, tantomeno dei bambini. L’arretramento anagrafico della prima mestrualità, per ragazzine che sono incapaci di leggere l’orologio con le lancette o di percepire effettivamente la dimensione concreta del tempo cronologico, è soltanto un emblema grottesco di una condizione tragica. Come si può rimediare a questa situazione collettiva e sistemica? Risolvendola. La scuola va sciolta. Tutti gli organismi scolastici vanno sciolti. Chiunque deve perdere il lavoro. La collettività sarà costretta a riorganizzarsi nella povertà, nell’emergenza reale. Si deve andare a referendum sul sistema scolastico. Bisogna che ci siano centinaia di migliaia di disoccupati, di persone realmente preoccupatissime. Se la scuola è un problema, non è necessario risolvere il problema: è necessario realizzare che c’è il problema.
Non ho inteso affatto di essere provocatorio.

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