Da “Dies Irae”: deformazione del personaggio Giuseppe Genna

Schermata-2014-04-27-alle-13.17.48

da Dies Irae (Rizzoli, 2006; Mondadori, 2014)

Io, Giuseppe Genna – Milano – Gennaio 1997

Dall’alto della stanza sono l’uomo-stella.
Sono l’uomo leonardesco.
Disteso sulla schiena sul tappeto che urtica, nudo, la braccia allargate ad asse, le gambe divaricate.
Sono bendato e non vedo.
In piedi, attorno a me, si aggira la donna brutta. La donna brutta è sovrappeso, indossa calze e reggicalze al bacino, niente slip, il seno grasso nudo, guanti di qualche materiale che non ho memorizzato, e gira attorno a me.
Sono l’uomo solo, privo di pelle, congegnato per reagire con intelligenza agli stimoli esterni, cerco stimoli esterni e per questo sono qui.
La donna brutta e sovrappeso nella mano destra guantata stringe una candela rossa e accesa. La inclina, a fasi irregolari, in momenti distonici, e la cera fusa cola su di me e macchia il mio corpo scottando sulla pelle e io non sento niente ma so.
So che questa è la trasgressione eccitante.
So che sto cercando un abisso che sostituisca un genere più perverso di abisso, del tutto individuale, un abisso raggelato, dove le forme si cristallizzano, le parole altrui si ghiacciano penetrando e si spezzano in frammenti gelati, scaglie che basculano nello spazio mio interno, questa temperatura frigida insopportabile, che agghiaccia ogni lacrima prima ancora che essa venga germinata, i miei occhi asciutti, secchi, le sclere disidratate, da anni.
Maura mi sembra ieri.
Montecitorio e OMISSIS mi sembrano dieci anni fa.
Sono disoccupato, collaboro a qualche iniziativa editoriale di poco conto grazie ad amici cari, giusto i soldi per pagare l’affitto, ho l’aiuto di amici cari che sopportano la visione del pieno che bilancia l’abisso glaciale in me: sopportano me, un corpo insenziente che fibrilla e trema, senza requie attivo, paritetico alla valanga di intuizioni e movenze della mente senza posa, senza respiro né riposo, la mente iperattiva che difende dagli affetti, che frena il crollo.
Io sono il Mente, l’uomo che attacca e si difende con la Mente, il cui corpo è su Orione.
Soffro questo strappo, questa trapanazione cerebrale. Il fantasma di Maura ha trivellato, ha strappato, ha lacerato, ha inaugurato un vuoto che è andato ad allargarsi, buio, freddo, non riempito da alcuna materia umana o da alcuna vibrazione disumana, nessun segno di grazia.
Cerco stimoli.
Il mio corpo è costellato di gocce rosse di cera solidificata, dall’alto sono l’uomo-stella, composto di nane rosse esplose e spente, un demiurgo femminile e grasso stila la mia cosmogonia con materia incandescente.

L’estate mi hanno invitato a una vacanza, non avevo i soldi. Un amico, lasciato solo dalla donna, triste ma reattivo, silenzioso ma senza vuoti o abissi glaciali spalancati dall’assenza di chi l’aveva abbandonato, distante miliardi di miglia interiori dal largo, accecante archetipo che interiormente mi è diventata Maura e soffro.
Quattro giorni in Sardegna per rilassarsi, in un posto esclusivo, mi dice l’amico.
Un posto per i vip.
Il tempo si sta ulteriormente rovesciando e la tragedia di questo Paese matura in forma di gossip. Ci prepariamo (ma siamo allo stato pre-embrionale) a una nuova saturazione della libido, a una nuova indifferenza al dolore e al piacere, a un nuovo condizionamento di massa.
Sono nel momento statico che genera il vortice di una nuova mutazione del Sistema Politico Sergio Baracco: l’era dei vip che non sono vip, del gossip che non causa nulla e si trasforma in avanguardia estrema della pubblicità personale. Non l’era del Cattivo Gusto, ma l’era in un cui non esiste Gusto. La giusta evoluzione della saga delle televendite. Non l’immaginazione, ma la televendita al potere. Ovunque.
E’ il ’96 e siamo all’inizio. Queste microere, microsfere interne a una piccola ruota di tempo. Modulazioni frangibilissime di un popolo fattosi gente spettatrice.
La destinazione sarda dei quattro giorni di vacanza è un paese cresciuto istantaneamente, fungino, accanto a Porto Cervo, luogo amatissimo dai vip e dall’ex premier Berlusconi. Questo paese è un paese privato, cioè non è un paese ma è un posto posseduto da privati, semplicemente una banchina lungomare dove attraccano yacht prestigiosi. Mentre stiamo andando lì, è attraccato lo yacht di Khashoggi, che il gossip sentenzia avere offerto un diamante da due miliardi di lire a Lory Del Santo per una notte di amore. Questo paese appartiene a un consorzio guidato dall’ex comico e chansonnier e presentatore televisivo Umberto Smaila. Uomo famoso a ripetizione. Il gossip sussurra che sia un intimo dell’ex premier. Partecipò a una devastante stagione comica, quella di un quartetto noto come I Gatti del Vicolo Miracoli: lui, Smaila, il robusto factotum; Jerry Calà, che diventerà iscrivibile nella memoria detritica generazionale per l’inutile pellicola Vado a vivere da solo, in cui si narra la sua storia di emancipazione, consistente nell’affitto di uno scantinato sotterraneo senza pareti e illuminato dal neon, che egli riadatta a parodia di un attico e dove capitano alcune donne (Elvire Audrey, già protagonista del film Usa Caligola reincarnato in Hitler) e anche Lando Buzzanca; Franco Oppini, magro allampanato e segnato da perenni occhiaie, un caschetto di capelli dal taglio estraneo a qualunque moda di qualunque tempo, marito separato di Alba Parietti, una delle regine sempiterne del Sistema Sergio Baracco; e Nini Salerno, protagonista di un’unica regia, Arrivano i miei. Inesplicabilmente, a un dato punto, il quartetto si scioglie e la reazione non è propriamente quella del pianeta di fronte alla separazione dei Beatles. Tra i sopravvissuti, Umberto Smaila è protagonista della rivoluzione televisiva dell’erotismo spettacolare di una generazione deprivata di impegno: inventa e presenta, alla fine degli Ottanta, al culmine dell’irradiazione craxiana, lo show Colpo Grosso, trasmesso sul circuito Italia 7: un mix tra spogliarello ardito e giochi mutuati dalla tradizione dei casinò. E’ un successo dapprima italiano e poi globale: il format del programma viene acquistato in una miriade di nazioni. Alto 1.82 metri, Umberto Smaila ingrassa prodigiosamente, preparando la massa lipidica al giorno in cui lo vedo io.
Il paese che si inventa, acquistando un microscopico tratto di costa in prossimità di Porto Cervo, si chiama Poltu Quatu. E’ un insieme di piccoli appartamenti in stile residence di eccellenza seppur marineggianti, nascosti dietro il lungomare in cui la gente viene ad ammirare vip che trascorrono indolentemente il proprio tempo ai bar che si sporgono sulla banchina medesima, oppure si imbarcano su qualche yacht di qualche amico (ogni vip è amico di ogni vip, dal primo momento in cui si incontrano non conoscendosi) e si espongono in topless al sole, per la gioia dei paparazzi di second’ordine che si appostano sulla costa.
Il primo evento dello sbarco a Poltu Quatu è la sbarra biancorossa a cui fanno sentinelle dei vigilantes privati, in tutto e per tutto simili alla guardia giurata della trasmissione Forum di Canale 5, quella in cui il giudice Sante Licheri, mediante letture esoteriche del codice civile, ripara a zuffe di vicini, familiari, ex amici: una parodia seriale e quotidiana di Un giorno in pretura, un geniale suggerimento su cosa dovrebbe davvero essere una magistratura degna del suo prestigio – il tutto diretto dalla figlia del generale Alberto Dalla Chiesa, assassinato con la moglie dalla mafia (dalla mafia?) nel 1982, mentre indagava su Pecorelli e la P2, oltre che sul delitto Moro, uno dei protagonisti della strategia con cui lo Stato ha sbaragliato il terrorismo rosso italiano.
Poltu Quatu è un’ansa soleggiata. Le rocce sembrano artificiali, infatti mi suggeriscono che sono state scolpite ad arte. Valga la medesima voce circa l’innaturale, foltissima vegetazione supermediterranea. Gli yacht sono attraccati, ma non si vede nessuno. In fondo alla banchina c’è una cabina regia all’opposto del locale detto Smaila’s, la cabina è di Radio 105 ed è capitanata dal dj Gianni Manuel, che trasmette in diretta porzioni di palinsesto da questa meraviglia della stagione estiva: una cabina di regia che convoca gli ospiti prestigiosi di Smaila, che quest’anno sono, tra i molti, la telegiornalista Rosanna Cancellieri, il telegiornalista Giampiero Galeazzi, il capitano della nazionale di basket Carlton Myers, l’attore e showman Diego Abatantuono.
E’ con costoro che condivido il mio tempo.
Gianni Manuel, venuto a conoscenza del mio incarico a Montecitorio, mi chiede lumi sulla sua eventuale carriera politica, calcola la sua audience e cerca di estrarne la revenue elettorale, continua ad avanzare l’esempio di Gerry Scotti, dal microfono all’Europarlamento. Carlton Myers ha seduta accanto a sé una giovane russa che indossa l’intera Torre dei Gioielli della Corona. Umberto Smaila e Galeazzi si siedono sul medesimo panchetto, che non regge il peso e si spezza.
Trascorro notti allucinanti.
Cerco stimoli che scuotano il corpo, mi getto a mare. Decado, come certi elementi della tavola di Mendeleev.
Per trascorre queste ore prive di senso, polverizzo cocaina e insufflo una quantità sufficiente a non farmi dormire per 72 ore. Come sentenzierà tre anni dopo un giornalista, a commento della dichiarazione con cui il figlio di Camilla Parker Bowles (la futura consorte dell’erede al trono Carlo) ammette l’uso della sostanza stupefacente, “la cocaina è il contante della capitale”.
Una notte sono al Billionaire di Flavio Briatore, che abbraccio inopinatamente come un fratello e a cui chiedo se diventerà presidente della Juventus e lui rimane sul vago, sorpreso, e beve un cocktail che si chiama Submarine. Da qualche parte c’è anche Naomi. Io sono disinibito, gelido ma sciolto, come certe pozze acquee polari tra un iceberg e un altro. Non penso al fatto che frammento la coca non con una carta di credito, di cui non dispongo ma che sarebbe di rito, bensì con il badge scaduto di OMISSIS. Non penso a Maura con sforzo, quindi penso: Maura. Sono in uno scintillio buio estraneo, con Flavio Briatore e Gianni Manuel impegnati in discussioni politiche che sono il ventricolo destro del Sistema Politico Sergio Baracco. Naomi pare che si sia serrata dentro una toilette e fa i capricci. Abatantuono è stanco. Rosanna Cancellieri dov’è?
Torniamo col SUV a Poltu Quatu e ci inoculiamo in un auditorium sul cui palco Adriano Galliani e Gino Paoli intonano, sudatissimi, Sapore di mare, per l’entusiasmo del pubblico urlante che accalca l’auditorium e che scopro essere una massa indistinta di venditori di Publitalia, la grande società di raccolta pubblicitaria fondata da Marcello Dell’Utri. Mi sembra che Gino Paoli abbia la dentiera, ma sono dispercettivo, mi sembra che la dentiera si scolli, ma forse non è vero.
La mattina, mentre si beve whiskey con Ginger Ale, fumo la mia pipa, nel cui tabacco ho miscelato cocaina.
Mi sono stimolato. Ho scosso il corpo. Sento: niente.
Prima di abbandonare Poltu Quatu mi faccio fotografare dall’amico che mi ha portato lì: il volto vitreo, vagamente depresso e psicofarmacologico, reclinato sulla spalla, le mani che reggono, coprendo il torace, la prima pagina della Repubblica. E’ un tableau vivant che fa la parodia crudele (crudele in quale direzione?) di una delle più celebri fotografie della prigionia di Moro.

Quando torno a Milano sono nel tremito.
Lo spettro di Maura mi fa tremare.
La disoccupazione mi fa tremare.
La carità degli amici mi fa tremare.
L’etilismo di mio padre mi fa tremare.
L’instabilità esistenziale di mia madre mi fa tremare.
La solitudine mi fa tremare.
L’assenza di viaggi ed esperienze umane mi fa tremare.
La mia anomala vita sessuale mi fa tremare.
Il mio corpo insenziente mi fa tremare.
Il mio dolore inequivocabile, non invocabile davanti a nessuno, mi fa tremare.
L’assunzione di paroxetinici mi ammorbidisce il tremore.
Sono solo, in un appartamento di 35 mq, e compulsivamente traccio il bilancio di ventisei anni di ansie, repentine depressioni, choc psichici, traumi emotivi, stress, tensioni, esaurimenti nervosi, tremori neurovegetativi, psicosomatosi inarginabili.
Non sono niente e non so niente: sarebbe lo stato dell’illuminato, solo che è polarmente opposto a quello.
Sono assediato dalla paura, dalla sensazione di inadeguatezza, dalle continue accuse interiori di non sapere, non avere studiato, non conoscere abbastanza.
Il Dies Irae è abbandonato, se solo spalanco il faldone dei materiali accumulati in questi anni, la bibbia del Dies Irae, vengo assaltato da un disgusto concreto, da fiotti di vomito cremoso.
Non so cosa fare.
Dispongo di un computer.
Mi connetto a Internet.
E’ un nuovo esordio.
Trascorro ore nelle prime chat della storia della Rete italiana.
Scopro on line una ambigua comunità di utenti, che pratica sadomaso.
Vengo invitato ai loro incontri, a cui mai mi presento.
Finché, invece, mi presento presso la casa editrice che monopolizza il giro sadomaso in Italia. Edita una rivista la cui tiratura raggiunge le ventimila copie. Il nome di uno dei proprietari di questa casa editrice: me lo ricordo, alla periferia della Mappa stilata ai giorni di Montecitorio.
Suppongo che i Servizi controllino.
L’idea è propormi per un lavoro, creare un official bdsm site sul nascente Web, un sito che trascini in digitale un repertorio di foto porno di enorme valore per perversi americani, gente che usa on line, con disinibizione, le carte di credito, di cui tuttora non dispongo.
La casa editrice ha sede in una traversa di corso Buenos Aires.
Telefono. Mi spaccio per giornalista. Ottengo un appuntamento col direttore della rivista.
Vado.
La casa editrice è una clinica svizzera. Tutto è chiaro e l’odore ovunque è di ammonio medicale. La stanza della redazione: tre ragazzi che lavorano a enormi Mac, su riviste sadomaso e gay. Il direttore è magro, i capelli accuratamente, zelantemente pettinati fino a ridurli a un’obbedienza innaturale, lisci e nerissimi, i baffi curati, gli occhiali a montatura in titanio.
Mi parla del mondo sadomaso e io so che sono qui per esplorare.
Mi parla del giro delle feste, a volte di rave che si tengono in hangar o magazzini dell’hinterland di Milano e io so che sono qui per vedere di vedere.
Mi parla dell’immensa quantità di racconti porno sadomaso che arrivano in redazioni, scritti da lettrici, donne che fanno esplodere su carta fantasie incontenibili.
Lui, al momento, è il monopolista del sadomaso italiano, perché sulla sua rivista appare una rubrica di annunci, che è l’unico tramite con cui gli amanti del genere si contattano: via lettera, ai fermoposta.
Mi presenta Re Franco: un docente universitario che si traveste e compie performance bdsm con ragazzi e ragazze, nascondendosi dietro quel nickname altisonante. Si traveste come una deità anonima e indifferenziata, il volto occultato dalla maschera bianca veneziana senza espressione e sempre utilizzando un bastone da prestigiatore, un aggeggio che sembra sottratto al baule di Silvan.
Il contatto è stabilito, l’editore mi presenta via via alcuni protagonisti del suo giro milanese. L’uomo che, al piano superiore, passa il tempo a montare videocassette sadomaso acquistate in ogni parte del mondo. Vedo scene su più schermi, tra loro incollate, appartenenti perlopiù a video acquistati all’estero e fatte collassare in prodotti distribuiti nelle edicole italiane: il ragazzo rapato a zero sollevato dal pavimento con un sistema complesso di legature, i testicoli fitti di mollette da bucato che stringono la pelle e pesi metallici agganciati ai capezzoli, la bocca bloccata da un bavaglio con una sfera rossa che la ottura, e un uomo apparentemente indonesiano che ne saggia il corpo e inizia a picchiarlo con una paletta larga di cuoio nero; un uomo maturo con la pancia sporgente che prende in bocca un enorme fallo finto, cinto da una donna il cui trucco è eccessivo e disturbante, una fellatio che dura monotona ripetendo ossessivamente i gesti della testa semicalva di lui e i finti gemiti della donna; sospeso per aria un corpo maschile completamente coperto di pellicola domopak, tranne che i glutei e l’ano, dove una ragazza bellissima si sta scatenando con una canna che riga e illividisce la pelle, prima che il compagno di lei si avventi sulla plica anale dell’uomo in domopak sospeso, lo unga di una crema bianca e inizi meticolosamente a intrudere le dita nel canale rettale aperto e inerme; le urla realistiche, le urla vere della donna bionda a quattro zampe, riprese da una cinepresa casalinga, traballante, mentre un uomo di mezza età, con i genitali molli all’aria, la frusta mediante un aggeggio a più liste di cuoio e lo zoom dilettantesco sui lividi e i capillari esplosi su quei glutei.
L’editore mi presenta alcune donne che praticano sadomaso a pagamento. Un appuntamento in un bar deprimente in piazzale Loreto, c’è questa trentenne alta, col mento prominente, rossa artificiale, i capelli lisci, non bella, impellicciata, una pelliccia anni Settanta, sembra l’emulazione non riuscita di Histoire d’O, ma soltanto per quanto concerne l’abbigliamento. Ogni tanto il cellulare squilla e lei risponde “Sì, schiavo” o “Sì, puttana”, poi interrompe la telefonata e sbuffa. Mi dice che a metà mese ha già fatto più di cinque milioni e le restanti due settimane si occupa della casa. Mi racconta di un congressista di passaggio a Milano, che l’ha contattata: un coprofilo, desiderava che lei gli cagasse addosso. Gli ha chiesto due milioni, l’ha fatto. Questa è una donna che ha cagato addosso a un uomo.
L’editore mi presenta un suo assistente, un ricercatore universitario che gli ha allestito un monolocale dietro zona Loreto, dove si girano video sadomaso originali. Approfondiscono l’amicizia con certe ragazze o donne rimediate chissà come, o forse con le lettrici che scrivono racconti intensi e li spediscono alla rivista, e ne fanno delle starlette sadomaso, personaggi con pseudonimo che tutti i ventimila acquirenti della rivista+cassetta mitizzeranno.
L’editore mi procura il contatto con un giovane appassionato, che ha un suo giro di donne piuttosto consistente. Lo incontro separatamente, dopo cinque minuti ammette di essere appartenente ai Servizi. E’ sì un appassionato, ma fa parte dei Servizi. Relaziona, a volte. Stanno molto attenti alle comunità che si contattano tramite fermoposta. Temono giri di bambini, soprattutto in Mugello, dove opera un gruppo che viene monitorato costantemente. Lui è anche sul versante satanista. E’ stato nella zona dei Castelli Romani, al Lago di Nemi. Gli chiedo se sapeva che a pochi chilometri da lì era sprofondato e morto Alfredino. Beve il suo caffè, mi guarda dritto nelle pupille, mi risponde: “Sì”.
C’è una festa a tema sadomaso in un nuovo locale sui Navigli, il Madame X. Mi presento vestito come andassi a un colloquio di lavoro. Finisce, questo party, su tutte le cronache cittadine, è pieno di giornalisti arrazzati e curiosi. Questa sessualità è pronta a diventare di massa, a elevarsi a norma, a integrarsi con ogni rapporto sessuale. La situazione, a detta degli esperti e delle esperte della comunità s/m, è da sempre questa: il sadomaso come culmine del sesso, le dinamiche di potere non sono che erotizzazioni traslate e viceversa. Parlare con questi personaggi, spesso monomaniacali, è avvilente. Il loro lessico è elementare, la loro sintassi è dialettale. La festa al Madame X culmina in uno show dove tre “professionisti della scena” (la scena bdsm, all’inglese) si esibiscono in uno spettacolino a base di finte frustate e gemiti eccessivi. I maschi sono l’80% del totale del pubblico e il 20% rimanente è accoppiato. Un sosia di Adriano Panatta, chiamato sul palco per ricevere schiaffoni da una delle performer, si avvicina al direttore della rivista e gli dice che “è stata la serata più bella della mia vita”. Dopo nemmeno una settimana, il locale è chiuso, la gestrice è fuggita in Venezuela, non ha pagato, c’è dietro un affare di cocaina abbastanza consistente, le edizioni cittadine dei quotidiani si scatenano.
Conosco decine di amanti del sadomaso.
Parlo con loro e non “pratico mai”.
Cerco stimoli.
Mi innamoro di una lesbica, ovviamente senza corrispondenza di senso alcuno.
Con il ragazzo dei Servizi e un’amica della lesbica mi presento a un ulteriore party, organizzato verso la Barona, in un locale dove normalmente si pratica scambio di coppie. Il locale è strapieno di amanti del bdsm convenuti da mezza Italia. Si inscenano performance di gruppo: signorine che camminano sopra un tappeto umano, maschi vestiti stesi che si prestano a essere calpestati. Una si toglie una scarpa e sfonda la bocca spalancata di un mio coetaneo, prono sul di lei piede. Appaiono Drag Queen: travestiti in forma di odalische stellari. Mi siedo accanto a una di loro. La musica è dozzinale.
Mi dice. “Io sono nata così, già regina”.
“Nel senso che comandi?”
“Sempre, anche nella vita reale”.
“E ti obbediscono?”
“Sì. Anche tu mi devi rispetto.”.
Silenzio.
“E adesso o fai o te ne vai, perché standomi accanto mi allontani i candidati schiavi”.
“Cosa dovrei fare?”
“Ti inginocchi e cominci a leccarmi le scarpe”.
“E poi?”
“Poi risali lungo le calze e arrivi agli slip. Lì ti strusci”.
Gli slip sono minuscoli, gonfi del membro eccitato.
“E allora io ti porto alla toilette, tu mi segui a quattro zampe. E lì mi supplichi di dartelo”.
Mi allontano.
Parlo con una coppia emiliana le cui uniche passioni sono il sadomaso e le Harley Davidson.
L’editore è in fibrillazione, completamente coperto da una tuta di latex nero, magrissimo, fotografa tutti i partecipanti, questo è l’evento, il servizio di apertura del prossimo numero. Mi ricorda Louis De Funes che imita Fantomas.

A casa sono solo, con le mie devianze trattenute, gli psicofarmaci nell’armadietto del bagno microscopico, che culmina con la doccia a tenda, a contatto di una finestrella che non trattiene il freddo esterno.
A casa scrivo.
Scrivo un giallo, per non pensare. Scrivo un giallo che ha per protagonista il Contatto di Roma, l’uomo dei Servizi, a cui dò un nome falso e distante per sonorità da quello autentico, Guido Lopez.
Passano, come cicloni, nel raggio cerebrale, a una a una, ossessioni di cui il Dies Irae sembra avere decretato l’espulsione dalle proprie pagine. Non funziona più. Non posso staccarmi di dosso le larve neroviola né vive né morte delle immagini traumatiche, staccarmele come sanguisughe e ucciderle pressando sulla carta.
Posso soltanto fingere.
Fingere di scrivere. Scrivere finzioni.
Il giallo è una finzione che mio padre ama: scrivo un giallo.
Sono talmente disperato (e tremo) che cerco di addormentarmi alle dieci di sera. Non riesco a leggere. Frantumo le parole con una vista instabile.
Una notte non dormo.
E’ sempre più spesso così: non dormo.
Telefono a una delle tipe del giro sadomaso.
Un’avvocatessa. Sta a Cremona.
E’ pronta, ha voglia.
Inforco la mia moto Guzzi, disastrata, nel gelo. Vedo la luna.
Impiego più di un’ora e mezzo ad arrivare a Cremona.
Nella mente si accalca quello che non è stato, che non ho potuto.
Quando è stato chiuso il breviario della speranza?
Perché risalgono, sempre, continuamente variate, le immagini della colpa incerta ma ghigliottinante, che recide?
Il mio bilancio. La mia gioventù ignorata, gettata via, decaduta come un elemento chimico precocemente consumato.
La sagoma biancoverde di mio padre, al ralenty, che cade sul marciapiede ubriaco e perde l’incisivo, la corsa al pronto soccorso, il suo alito indescrivibile prima che riacquistasse coscienza, tre ore accanto a lui in carrozzella. Papà, papà mio, che hai compiuto quanto dovevi e potevi compiere, come posso aiutarti a strapparti di dosso la larva neroviola né viva né morta del tuo senso di colpa, della tua mania di inadeguatezza, questa rigidità degli arti, questa preclusione agli abbracci, questo pudore per le emozioni che è carcerario, papà mio? Mia madre confusa, gettata nell’esistenza, che piange, piange all’anniversario in cui sua madre, tramortita dagli elettrochoc, si è lanciata nel vuoto, mia mamma che piange, che equivoca, che sbaglia, che non invecchia, che non si accantona e reclama una scena, reclama l’attenzione che ogni abbandono le ha sottratto, piangendo e piangendo, la fragile, la pallida, che dispercepisce e ha terrore e paura, e si ammala di malattie non vere, mamma, cosa posso fare io per te, per cancellarmi da te, per essere liberato dalle tue rivendicazioni commiste a colpa, il tuo amore che esige l’equivalente amore? Gisella, ce la fai? Riesci? Tu riesci? Maura, cosa ho fatto? Mi avresti protetto da questo sisma continuo, da questa precarietà imbelle, che mi piega fino a baciare i piedi fra un’ora a un’avvocatessa cicciona, pur di respingere il comando silenzioso, imperativo, che emerge la notte da quella Sostanza luminosa e muta, ammutolente, Dea bianca che castra senza movimento? Dove sei? Sposata? Sei felice?
Sogni, sorelle immagini che mi abbandonate, è tutto così, questo fievole spegnersi di giorno in giorno, senza sentire, senza percepire, senza urlare? Dove siete amici cari? Dove siete, umani?
Mi getto nel gelo, corro nel gelo, mi getto via.
Chi non si conquista, si perde.
Non tutto è perduto, ma io sì.
Posteggio la moto in piazza del Duomo a Cremona.
L’appartamento dà su piazza del Duomo.
La donna è sgradevole, cicciona.
Mi dice: “Leccami i piedi”.

Annunci

Intervista al Miserabile sul Dies Irae et alia

Genna3.jpg[L’intervista che segue doveva essere pubblicata sulla rivista fernandel, ma è risultata troppo lunga e resistente ai tagli. L’intervistatore non ne ha colpa: sono io che ho esagerato, a fronte di domande che mi parevano decisive. L’intervista è quindi stata pubblicata sul bellissimo sito ilCritico.com, a cui caldamente consiglio una visita approfondita. A distanza di quasi un anno dall’uscita del Dies Irae, che è ormai quasi irreperibile, se non nei bookshop in Rete, mi interessa molto proporre riflessioni da accostare al lavoro che sto effettuando sul nuovo libro, il romanzo, circa il quale allestisco un’officina teorica che avrà prestissimo uno dei suoi culmini, richiamando i maestri Szondi e Benjamin, che mi forniscono elementi di conforto rispetto alla composizione e allo stile che sto adottando. Il Dies Irae è l’esatto opposto retorico del romanzo, il quale non avrà peraltro bisogno delle “cesoie” invocate da certi critici che, trascorso un anno dalla pubblicazione del DI, si può dire con pacifica serenità che non hanno compreso un’acca del tomo, delle intenzioni e dei punti in cui gli esiti hanno tradito le intenzioni, costituendo un fallimento letterario ricercato con pervicacia, attraverso l’adozione di un’installazione linguistica leopardiana su una struttura hugoliana. Di ciò, varrà la pena di discorrere in futuro: l’autointerpretazione mi sembra un giusto contraltare all’officina teorica che invece anticipa la stesura del romanzo. Scusandomi per la lunga premessa, ecco l’intervista sul Dies Irae e molto altro. gg]

DIES IRAE: INTERVISTA A GIUSEPPE GENNA
di Gianluca Mercadante
gencover.jpgEsiste una zona della letteratura, italiana ed estera, che racconta una storia differente da quella che conosciamo. Una storia dai contorni familiari, forse, ma dai contenuti obliqui, distorti, o per meglio dire chiariti, resi vitrei – e perciò potenzialmente pericolosi – dall’occhio dell’autore. Siccome un libro si perpetua poi grazie a un altro sguardo, uno sguardo moltiplicato – quello dei lettori –, vale allora la pena arginare il rischio e, democraticamente, lasciare che certe cose escano, ma solo in forma di finzione. In modo che si possa, democraticamente, dubitarne.
Dies Irae di Giuseppe Genna (Rizzoli) viaggia su queste frequenze. Racconta un’Italia il cui cordone ombelicale parte dal fondo di un pozzo artesiano dove ha perso la vita un bambino, anni fa, e l’evento fu seguito per ore, a reti unificate (le uniche due reti allora in fun-zione), da tutto il Paese. Quali germi ha piantato, fatto germogliare e coltivato nel tempo un evento simile? Genna risponde al quesito con un libro di 760 pagine, magmatico, pieno di trame e controtrame, sottintesi e grida a squarciagola. Un libro positivamente impegnativo, che qualche critico afferma sarebbe stato preferibile sfogliare nel salotto di casa con un paio di cesoie alla mano.
Ci sarà un motivo?…
I trent’anni circa, di Storia italiana che il tuo romanzo riesamina attraverso la fiction, partono dalla morte di Alfredino Rampi. L’evento mediatico più sensazionale e moralmente rilevante di una storia italiana parallela, quella televisiva, è un centro nevralgico per tutto il resto? E quale peso ancora mantiene, secondo te, nell’immaginario collettivo?
La televisione domina attraverso la retorica letteraria. Ha mutuato tutto dalla letteratura: persino il telegiornale, non dico fiction esplicitamente super-letterarie come 24 o Lost. Ciò si deve alla filiazione dal cinema: uno si legge, in Nôtre Dame di Hugo, il capitolo “Parigi a volo di uccello”, e poi mi dice se il cinema non è nato dalla letteratura, o se il montaggio non è un espediente di retorica letteraria. Il problema è, come osservi tu, la questione di una nevralgia politica, che è una patologia dell’immaginario. In questo senso, siamo dominati da una distorsione della retorica letteraria. Vite senza suspence imbevute dell’idea-suspence, che conoscono gli esiti della suspence e se li attendono come una conferma pavloviana – sono sature di una suspence dagli esiti straconosciuti: è una plausibile descrizione non soltanto dell’Italia, ma delle società cosiddette “avanzate”. Qui, in questo punto nevralgico, è auspicabile che il bisturi della letteratura apra ferite non suturabili. Siamo passati da una “Guerra Fredda” a una “Guerra Interiore”: il campo di battaglia è l’immaginario, e le armi esplodono colpi di immaginario. O gli artisti, e soprattutto gli scrittori, si rendono conto di questo, oppure non c’è niente da fare: bisogna attendere un impoverimento generalizzato, perché quando la sopravvivenza intacca la placidità della vita, allora l’immaginario si rimette in moto da solo, senza ausili o surrogati letterari. Alfredino Rampi è il segnale della cattiva interpretazione di questa potenza dell’immaginario nella sua distorsione televisiva: tutti si ricordano di quella tragica vicenda, più come pietra miliare della propria esistenza che come dramma umano dell’altro. È eliminata, come si vede, la pietà, cioè l’empatia. Se l’immaginario è distorto, l’empatia si dissolve e la comunità non esiste più – resistono le icone, e Alfredino è l’oggetto primario iconico, non un corpo, una mente, uno spirito che inchioda nella sofferenza, nella cecità della tragedia, nelle sue assurde coincidenze, nella sua fatalità. Simili considerazioni arrivano soltanto dopo, sul piano intellettuale, non su quello del cuore o del pianto.
Il narratore Giuseppe Genna, che nel libro è in prima persona parte integrante degli eventi, si dichiara stanco di essere uno scrittore di thriller. Cosa ti ha spinto a procedere in altre direzioni? O, se preferisci, in direzioni altre?
Ci sono due Giuseppe Genna che scrivono: uno scrive il Dies Irae edito da Rizzoli, l’altro scrive il Dies Irae di cui si parla nel libro – testo labirintico, ‘argonautico’, che non si capisce cosa sia. Lì miro, lì risiede il regno dell’interiorità immaginifica a cui tendo. Il thriller è una piccola forma canonica che mi infastidisce per la sua inclinazione a ‘chiudere’ la storia, a dispensare consolazioni e immagini prefissate, a fornire risposte più che domande. Non esiste genere che potrebbe soddisfarmi e, infine, non esiste romanzo che possa soddisfarmi. Il puro desiderio sarebbe di non guidare il lettore, di esporlo a folgorazioni medianiche che non siano né prosa né poesia (anche qui, rilevo la cristallizzazioni di canoni morti: non esiste differenza tra poesia e prosa). Vorrei un urlo in forma letteraria, una forma sconcertante e nera, che vada costruendosi nell’impazienza. Ciò non ha nulla a che vedere col fatto che la narrazione sia una forza popolare. C’è però una fase dell’onda popolare – onda di ricezione – in cui ciò che non sembra popolare al momento viene escavato, e dopo molto, se non si è sbagliato, diverrà popolare. In questa fase d’intercettazione desidero pormi, del tutto pacificamente, senza disturbare nessuno. Per fare esempi: Petrolio di Pasolini è ancora avanti trent’anni rispetto a una ricezione comunitaria, Burroughs ancora di più. Non importa, qualcuno deve inocularsi negli osculi aperti, anche rischiando la clandestinità e – elemento fondamentale – l’errore marchiano.
Nell’altro Dies Irae, il romanzo nel romanzo, in realtà molto più simile a una sorta di installazione narrata, si ascoltano echi di filosofie induiste. Ci parleresti della genesi di quel testo, rimasto integralmente un inedito, e di come hai ritenuto fosse opportuno inserirne dei brani nel Dies Irae invece pubblicato? Inoltre: cosa c’entrano induismo e fantascienza?
L’unica persona, finora, che mi ha raccontato la struttura del Dies Irae per come effettivamente è stata organizzata, è la critica, traduttrice e teorica della letteratura Donata Feroldi, che insegna a Siena. La struttura è un “mercuriale”, il simbolo alchemico che si osserva brillare a ogni farmacia: ci sono due serpi intrecciate, e si tratta dei personaggi Giuseppe Genna e Paola C.; le serpi finiscono per guardarsi e riconoscersi alla sommità del bastone di Mercurio, e qui il bastone non c’è: le vicende degli altri personaggi, in mimesi con la mia contemporaneità metropolitana, sono il vuoto pneumatico, qualcosa che sembra predeterminato ed è casuale, potrebbe non esserci e invece c’è, perché anche il vuoto esiste. La progressione delle vicende personali di GG e PC è esposta secondo i canoni alchemici propri della Nigredo: fase in cui il destino è traumatico ed emergono i nodi psicoemotivi che bisogna sciogliere. Il libro vive di simmetrie: a un falso inizio, che è indice della fiction a cui si assiste, corrisponde un finale a cui è impossibile assistere e dove, sulla scorta della Waste Land di Eliot (ma anche dei suoi Quartetti) io utilizzo un montaggio da Gaudapada, il fondatore del non-dualismo induista, l’equivalente del nostro Platone esoterico o del Plotino delle Enneadi. Si tratta di un omaggio all’Essere inteso come oltremondano che sta qui e ora, nel mondano. Sia detto, in sintesi, che alchimia e non-dualismo induista, nella mia lettura, sono la stessa cosa: alludono alla possibilità della fine della specie, affermandone l’illusorietà in quanto configurazioni dell’essere, che invece non può esaurirsi. È il punto in cui “transumanar significar per verba non si porìa”. La fantascienza è l’immagine del non-dualismo: la mia fantascienza simula l’estinzione per raccontare un altro inizio, l’inesauribilità delle configurazioni, come figura dell’inesauribilità dell’essere.
Sarà certamente la più scontata e banale delle domande, ma viene spontaneo chiedersi: cosa c’è di vero e cosa c’è di costruito in quello che hai raccontato?
Tutto è vero e tutto è finto. Il Giuseppe Genna del romanzo ha vissuto e vive le situazioni narrate, anche se certi particolari sono occultati o travestiti. Gli altri personaggi sono assemblaggi di stralci di vicende vissute da persone reali. La finzione sta nel fatto che, se io descrivo molto bene il latte a una persona che non lo ha mai assaggiato, compio una finzione. Sto intendendo che il libro diventa un invito all’esperienza del lavoro sull’“io” di cui narra a sbalzi e strappi. Ciò che è vero è finto, in questa prospettiva.
La controinformazione diventa l’informazione. Una formula, questa, che più volte ribadisci nel Dies Irae. Ma in un’Italia che legge infinitamente meno di quanto si scrive e si pubblica, la narrativa rappresenta, secondo te, uno strumento di controinformazione? E come si pone, dunque, secondo una tale logica?
Da un lato la narrativa ha i suoi problemi, che sono di doppio regime: il romanzesco non parla più, la televisione (e tra un po’ altri media) lo fanno meglio. Ciò non significa che il romanzo sia morto: significa che è necessario ripensare la narrazione. Tra queste innovazioni interne, c’è da registrare l’idea di una narrativa che sia storica e quindi direttamente controinformativa (il romanzo di genere storico, che è all’origine del “genere romanzo”, è l’immediato futuro, purtroppo; per felice sorte alcuni scrittori, tra cui vanno citati Evangelisti e i Wu Ming, rimettono in gioco non l’idea di romanzo storico, ma di romanzesco storico, tentando la fabula infinita che è il nucleo di fusione della narrazione). Era necessario che accadesse, soprattutto in anni in cui la controinformazione era in mano alla destra più becera o non esisteva. Ora sussistono mezzi controinformativi che permettono un accesso orizzontale al dubbio sulla storia. Il romanzo pone invece il dubbio sulla Storia: sull’ultimità della vicenda umana, sugli universali. Servirebbe non un romanzo controinformativo, ma un controromanzo informativo. Da questo punto di vista (oltre che da altri), il Dies Irae è un fallimento cercato e voluto, così come capita nella fase alchemica di Nigredo: io ho tentato di sbarrare una strada che non portava a nulla, per aprire verso squarci di cui nulla si conosce. È l’antico artigianato dell’immaginario.
Quali sono stati gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato, nel corso della tua formazione di autore?
Devo citare la formazione tardiva fondamentale: Victor Hugo. Per quanto concerne la formazione dall’inizio, la sequenza è questa, all’incirca: Lovecraft, Dante, Eliot, Celan, Wallace Stevens e Zanzotto; con gli inserti, per me imprescindibili, di Kafka, Burroughs e, molto tardi, la linea che porta a DeLillo, partendo da Dos Passos. La centralità va comunque assolutamente a T.S. Eliot.
Nel primo capitolo, che tu stesso citavi poco fa, si coglie un omaggio a Manzoni. Perché accostare la figura del narratore prescelto dalla scuola italiana a icona di unico vero scrittore italiano per antonomasia, rispetto alla morte di Alfredino?
Si pensa che il romanzo italiano, o addirittura la prosa in genere, inizi nella modernità italiana con Manzoni. Tesi di finzione, a mio avviso: inizia con lo Zibaldone di pensieri di Leopardi, che è il modello stilistico di tutto il mio libro, tranne appunto che del primo capitolo. Ho usato dunque una lingua manzoniana che è primigenia per un fraintendimento, al fine di realizzare una finzione in qualcosa che è considerato tragico senza che vengano attualizzati i contenuti del tragico (la vicenda di Alfredino in diretta/differita). La narrazione dello Zibaldone meriterebbe una reincarnazione del critico Mario Fubini per essere canonizzata secondo la sua grandezza: che deriva, peraltro, da Vico, che deriva a sua volta da Giordano Bruno, il quale deriva a sua volta da Dante. È una linea “calda” (per dirla con Giuseppe Guglielmi), interrata, che a mio parere corrisponde alla fuoriuscita dalle secche della crisi narrativa attuale. C’è da recuperare la medianità della narrazione come infinito intrattenimento, come infinitudine di storie non terminate, che gemmano storie ulteriori e universi in espansione…
Dopo il Dies Irae cosa farai? Si torna al thriller?…
Sto scrivendo, per Mondadori, un romanzo che sarà difficile definire di finzione. È sì il genere storico, ma condotto secondo metodi anatomopatologici, in cui, per una pressione etica estrema, mi è impossibile inventare. Qualcosa al limite tra la biografia e l’assalto alla letteratura, che viene schiacciata nella sua “penultimità”: essa non offre redenzione possibile, e si deve vergognare del fatto che è dalle sue devianze criminogene che scaturisce oscenità allo stato puro.
Gianluca Mercadante (a destra) è nato nel 1976 a Vercelli, dove vive e lavora. Ha pubblicato nella collana MILLELIRE il racconto lungo McLoveMenu (Stampa Alternativa 2002, Premio Parole di Sale), il romanzo Il Banco dei Somari (NoReply, 2005) e la raccolta Nodo al Pettine – Confessioni di un parrucchiere anarchico (Alacràn, 2006). Decine di suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste. Scrive inoltre di critica letteraria per «Cluster», «Fernandel», «Inchiostro», «Orizzonti», «Pulp» e «Kurtz».

Dies Irae, l’infinita recensione: su Quaderni d’altri tempi

[Su Quaderni d’Altri Tempi – Culture e Fantascienza di Massa, a mia detta, e non solo mia, una degli e-zine di maggiore qualità della sfera letteraria in Rete, Adolfo Fattori recensisce il Dies Irae con una competenza e completezza di riferimenti che mi lascia stordito: gli autori che cita, ravvisandone tracce nel romanzo, sono còlti con precisione geometrica. Non posso che ringraziare! g.g.]
Più di vent’anni di storia d’Italia – quelli dall’estate del 1981 ad oggi (con una testa di ponte immaginaria nel futuro) – riletti sulla base di una ipotesi paranoide quanto seducente e illuminante: la tragedia di Vermicino come occasione di distrazione dall’esplodere dello scandalo della Loggia P2 e dagli inizi – ancora sotterranei – del potere di Berlusconi. La nascita, insomma, di una nuova configurazione del sistema di potere, che a partire dalla rivoluzione elettronica e televisiva riorganizza i rapporti interni ai poteri forti. Il tutto in una cornice fra il fantascientifico e l’horror che si svolge sull’asse Milano/Berlino, per passare per Marte, la zona degli asteroidi e l’Aldilà e spingersi nel futuro.

Continua a leggere “Dies Irae, l’infinita recensione: su Quaderni d’altri tempi”

Mancassola: Rileggendo il Dies Irae

di MARCO MANCASSOLA
[dal sito ufficiale di Marco Mancassola]

600.jpgHo letto il Dies Irae di Giuseppe Genna due volte di fila, nel corso dell’estate, ed era una cosa che non facevo da anni. Praticamente da quando ero ragazzino. Negli ultimi tempi mi era successo solo con racconti audiovisivi (Mulholland Drive, oggetto di visioni ripetute e ravvicinate -come del resto si preannuncia il nuovo Lynch, Inland Empire, per adesso visto appena una volta al Festival di Venezia). Rivedere non tanto con l’obiettivo di vedere ancora, né con l’improbabile obiettivo di capire meglio, ma semplicemente per assorbire il rimanente.
Ci sono storie, sempre più rare, che possono essere ingerite più volte, e ancora riescono a offrire nutrimento. Lo possono fare perché sono dense, immensamente ricche, misteriose, hanno superfici mille volte intarsiate, e nascondono al loro interno sacche energetiche impreviste, invisibili, che nessuno può assorbire in una volta e che forse nessuno, addirittura, potrà mai assorbire del tutto. Si tratta di opere non assorbibili, opere condannate a solitudine e grandezza, perché non saranno mai del tutto capite, mai del tutto decomposte ai loro elementi fondamentali, né del tutto assorbite dal flusso della comunicazione contemporanea. Opere che staranno per sempre fuori dalle banalizzazioni, dalle commercializzazioni, dall’impero della chiacchiera, dalle schedine del club del libro, opere che saranno messe sul mercato ma resteranno aliene al mercato, aliene al flusso, calcoli durissimi nei reni del mondo. Opere che non si lasciano nemmeno riassumere, non esauribili e per questo infinite. Pozzi artesiani dotati di mille strati, nessuno dei quali è l’ultimo. Il Dies Irae è un’opera del genere.

Continua a leggere “Mancassola: Rileggendo il Dies Irae”

Dies irae su Brik/Libri: “Un Gilgamesh nazionale”

coverbig.jpgdi GIUSEPPE PETRALIA
[da Brik-Libri]

Giuseppe Genna – imprevedibile ed eclettico autore che divide la sua esistenza tra studi e pratiche di intelligence, esperienze al limite del soprannaturale, pubblicazioni di stranissimi thriller che hanno conquistato molti Paesi, come gli Stati Uniti – ci conduce in un maelstrom impressionante, che dal 1981 arriva a oggi, allestendo una saga corale, una specie di epica contemporanea in cui nessun personaggio è un eroe omerico, ma ha qualcosa da dire e molto da soffrire.

Continua a leggere “Dies irae su Brik/Libri: “Un Gilgamesh nazionale””

DIES IRAE e Vittorio Sereni

genna_sereni.jpgNon mi capita mai o, se è capitato, è capitato all’estero. Il pezzo che segue, un’analisi critica a opera di Luca Fiorentini (pubblicata su ORE PICCOLE) sulla scorta dell’impostazione mengaldiana, entra nel cuore di una distorsione ritmica e lessicale che, in un passo del Dies Irae, ho praticato su Amsterdam, da Gli strumenti umani di Vittorio Sereni. Non è che la letteratura sia un cruciverba e vada letta esclusivamente così. Certo è che non è possibile che la critica non intercetti operazioni di questo tipo, che sono intenzionali per l’autore, nonostante non siano previste al momento in cui il testo si crea.
L’articolo di Luca Fiorentini mi fornisce ossigeno, esattamente come proprio ad Amsterdam, nel corso di un’intervista per la presentazione dell’edizione olandese del Drago, me lo fornì un giornalista che mi chiedeva perché, a pagina 25 di un apparente thriller, io distorcevo High windows di Philip Larkin e domandava a me e a se stesso se davvero ci trovassimo di fronte a un thriller.
Ecco la puntale analisi di Fiorentini, che coglie appieno le mie intenzioni, partorite nel momento in cui scrivevo quel passo.

Continua a leggere “DIES IRAE e Vittorio Sereni”

Speciale Dies Irae su ‘Detective’

diesiraedetective.jpgStorie italiane – IL BAMBINO NEL POZZO
Sono passati 25 anni, ma la vicenda di Alfredino Rampi non è ancora stata dimenticata. Né chiarita del tutto. Uno scrittore la prende come spunto per raccontare una storia italiana. E lo strapotere della tv
[da Detective]
Chi nel 1981 aveva già raggiunto l’età della ragione ricorda di certo Alfredino Rampi, 6 anni, di Vermicino. Finito in un pozzo artesiano stretto e profondo l’11 giugno, mobilitò intorno a sé i soccorsi coordinati dai Vigili del fuoco e le telecamere della Rai. Sul posto arrivò anche l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Si tentò in ogni modo di salvarlo. alfredinodet.jpgMa tutto fu vano: il bambino morì, dopo una lunga agonia. Meno noto quello che accadde dopo. Incongruenze, dettagli fuori posto e misteriose dichiarazioni del bambino stesso portarono il pm Giancarlo Armati ad aprire un’inchiesta. Alla fine, però, il magistrato si vide nell’impossibilità di arrivare alla verità (per il tempo trascorso dal fatto e le prove discordanti). La vicenda processuale si concluse nel 1987, con la richiesta di archiviazione.
Torna oggi sul “caso Alfredino” lo scrittore Giuseppe Genna, che parte proprio da qui per raccontare le storie del suo Dies irae. Proprio con lui Detective rievoca la drammatica vicenda del bambino nel pozzo e cerca di chiarire il modo in cui questa vicenda ha in qualche modo influenzato la storia d’Italia.

Continua a leggere “Speciale Dies Irae su ‘Detective’”